Narrativa

H-OMBRE-S
(romanzo)


Sinossi

Il romanzo prende l’avvio da Il Castello di F. Kafka, rimasto incompiuto. L’idea ispiratrice e trasversale a tutto il romanzo è di dare un’identità all’agrimensore K. e di consentirgli l’accesso al Castello. Altra idea fondamentale e “originale” è di avere messo insieme dei Personaggi di romanzi e di opere teatrali di autori famosi per comporre un’opera di ampio “respiro” sulla creazione, di cui il Castello è, fuor di metafora, il Luogo ideale, lo Spazio interiore (dell’uomo, e indirettamente di Dio) individuale e universale. È un’opera complessa in cui la narrazione fluisce con un linguaggio insieme poetico, filosofico, a tratti, “fiabesco”.Ed è un romanzo “saggio”, nel senso che contiene meditazioni, riflessioni, approfondimenti, analisi sulla “vita” e sul destino di alcuni Personaggi. Giocato tra il sogno e la realtà, tra la verità e la finzione, tra l’essere e il non essere, tra luci ed ombre, il romanzo è il grande sogno della creazione, in cui i Personaggi, acquistando coscienza della loro umbratile natura, “sognano” a loro volta il salto nel mondo, di vivere, cioè, una vita vera, autentica aspirando anche di conquistare il Paradiso…Ma un altro è il Paradiso al quale essi saranno alla fine chiamati…


Divisore


1
LA CHIAMATA

“Domani mi portano un vestito nuovo, forse ti manderò a chiamare” *

Era ancora notte nel villaggio quando K. lasciò l’albergo e si mise in cammino verso il luogo da tanto tempo desiderato, con la certezza che l’incantesimo ormai si era spezzato e che ogni ostacolo era stato rimosso, perché l’invito, questa volta, era stato chiaro e inequivocabile. Sì. La chiamata era arrivata. Dopo la lunga ed estenuante attesa egli, finalmente, aveva ottenuto il permesso di accedere al Castello e di esercitare la sua professione di agrimensore nelle terre del contado. Così la sua storia incredibile e, per certi versi, inquietante, ora sembrava avviarsi all’epilogo.
Le tenebre si erano improvvisamente allungate e nascondevano la collina e il grande Castello che vi dominava. K. si volse indietro e vide che il villaggio era scomparso e che tutt’intorno il paesaggio sfumava dentro una coltre di nebbia. Una luce fioca bucò la nube e le tenebre lasciando apparire il Castello, in lontananza. Esso si ergeva, ermo e maestoso, non più sulla collina ma su un’eccelsa montagna, immerso in un’atmosfera rarefatta. K. non lo riconobbe. Esso non era più quella “misera cittadina”, quell’ “accozzaglia di casupole” di pietra vecchia e cascante su cui si ergeva una malinconica torre “rivestita di edera” e dalle “merlature incerte, irregolari, diroccate”. Era un maestoso maniero dalla forma inconsueta, simile a una costruzione gotica, con una imponente torre circolare svettante con i suoi merli incontro al cielo. K. lo considerò un eremo troppo distante e inaccessibile e vi colse, tuttavia, qualche cosa di primitivo e, al tempo stesso, di familiare. Egli respirò a pieni polmoni l’aria fresca primaverile e si fermò ad ascoltare il canto di invisibili uccelli, mentre nel cielo scuro sbocciavano le stelle come fiori. Chiuse gli occhi per accogliere dentro di sé lo splendore di quell’oscurità. Allora, lentamente la notte lo avvolse ed egli si sentì, come in un sogno, levitare nello spazio sconfinato, dove quei musici uccelli diffondevano un’armonia limpida e inaudita. Quando si destò capì di trovarsi nei sotterranei del Castello, sprofondato dentro una buia e insopportabile solitudine. Avvertì l’insolita pesantezza di un sentimento che lo rendeva nudo, informe, incompiuto e si sentì anima infinita e persa dentro un corpo d’ombra. L’attesa, ora, si faceva pena eterna dentro quel gelido inferno di solitudine. Ma i suoi occhi implumi, pronti alla meraviglia, assecondarono quella notte invasa dal volatile canto, nella quale vide germinare, ad un tratto, una confortevole luce. Si sentì ritemprato nel corpo e nello spirito e a poco a poco prese coscienza di questo risanamento come opera da portare a buon fine, come risposta all’interrogativo di quella sua strana lettera nominale posta a segnare un cammino e un destino pregni d’incertezza e per cui avvertiva ancora un senso di sospensione e d’incompiutezza.
Al Castello sapeva di non essere solo. Altri lo avevano preceduto, altri sarebbero arrivati, e tutti chiamati dal supremo Castellano, il quale, prima o poi, li avrebbe ammessi al suo cospetto. Solo allora quella sua misteriosa iniziale gli sarebbe stata chiara e chiaro il nome e col nome si sarebbe aperto il senso della sua vita e tutto il passato sarebbe precipitato e si sarebbe dissolto come un sogno. Attese d’incontrare gli altri ospiti e gli piacque immaginare che erano stati accolti sotto la protezione delle ali del Castello e pensò che qualcuno - magari quel “giovanotto” che gli si era presentato “come figlio del portinaio del Castello”, poco dopo il suo arrivo al villaggio - sarebbe venuto per portarlo via dal sottosuolo e guidarlo ai piani superiori lungo gl’inesplorati camminamenti. Non dovette attendere a lungo. Ma non quel “giovanotto”, né altri, venne a prelevarlo. Un seme di luce sbocciato in un angolo buio, in fondo al sotterraneo, gli mostrò il corridoio e le rampe che, immaginò, lo avrebbero portato nei vasti ambienti e in qualche storico salone dal soffitto ligneo a cassettoni, dove la vecchia e muta pietra custodiva i segreti di molti secoli di storia, oppure testimoniava con stemmi, graffiti e dipinti tanta vita trascorsa: un rosario di volti, di lotte, di trame, di episodi galanti, di feste e tornei cavallereschi. Egli raggiunse le rampe e salì a balzi gli irregolari e spessi scalini di pietra sbucando invece in un punto aperto, luminoso e sopraelevato, dal quale poté scorgere la strabiliante folla degli ospiti nell’ameno e immenso chiostro al centro del quale s’innalzava l’imponente Torre merlata. Data l’altezza del suo punto di osservazione, non riuscì a stabilire se ci fossero volti a lui noti in mezzo a quella moltitudine che sembrava si fosse radunata lì in attesa di una notizia eclatante oppure di qualche prodigio o, piuttosto, per accogliere qualcuno…magari un agrimensore!
“Sì. Forse attendono proprio me”, pensò K. e avvertì un tuffo al cuore sentendosi pervaso da due sentimenti contrastanti: l’emozione di ricevere una liberatoria accoglienza e la preoccupazione di subire un severo giudizio o un processo; e si sentì, a un tempo, sollevato e perseguitato! Rifletté che egli non poteva avere conosciuto tutta quella gente ed era perciò assurdo pensare che quegli estranei, tutti quegli individui che non aveva mai avuto il piacere d’incontrare fossero lì per giudicarlo. E poi la condanna era stata espressa ed eseguita; quanto al divieto di soggiornare nel villaggio, questo gli era stato imposto dal Conte che lo aveva infine revocato invitando lui, K., alias Josef K., a presentarsi al Castello. Dunque il gran Castellano era l’unica persona che potesse attenderlo, che lo attendeva, sicuramente per concedergli la grazia e salvarlo!
Il fantasma di Josef tornava, di tanto in tanto, a occupare la mente di K. e questi, a volte, se ne sentiva così posseduto che credeva di essere la sua reincarnazione. Quando poi quello spirito scivolava via e lo abbandonava, K. si sentiva, a un tempo, liberato ed espropriato. La sua anima non riusciva a fondersi con quella di Josef, e in questo suo essere doppio le due coscienze restavano separate. Dopo i patimenti e le attese, dopo i lunghi inganni e i labirintici percorsi, l’ammissione al Castello era sembrata a K. un duplice e giusto riconoscimento: e del torto che egli aveva subìto per essere stato a lungo ricusato, e dell’innocenza di Josef, arrestato e sgozzato “come un cane”, senza ragione, per una colpa misteriosa. Tuttavia, egli avvertiva dentro di sé insoddisfazione e risentimento per questo tardivo atto di giustizia che non lo risollevava dall’umiliazione né, soprattutto, dal lutto per quella vita spezzata in maniera assurda e violenta.
Pensava che sarebbe stato meglio se Josef fosse stato veramente colpevole, perché egli così avrebbe potuto riscattarlo con una vita esemplare ottenendo per entrambi il perdono! Da queste considerazioni, in cui era immerso, venne a distoglierlo Schwarzer, il “giovanotto”, che gli apparve all’improvviso e lo sollecitò a seguirlo rivolgendogli le seguenti parole, con un tono tra il misterioso e l’ossequioso: «Signor k., vogliate seguirmi, per favore…I vostri pari vi stanno aspettando!».
Chi fossero i suoi pari k. non se lo chiese nemmeno, sorpreso e incuriosito solo dal fatto che ci fossero degli ospiti interessati a fare la sua conoscenza o che già lo conoscevano e che egli ora desiderava incontrare. Forse avrebbe rivisto Frida, Gisa, l’ostessa… forse avrebbe conosciuto, finalmente, Klamm, il Conte, gli altri Signori del Castello. Con tutti si sarebbe rappacificato, una volta conosciute le ragioni della sua lunga e mancata accoglienza. Pensò che Frida non l’avrebbe più abbandonato ed egli l’avrebbe perdonata, sotto l’influsso e in accordo con la nuova legge del Castello, la quale, non più assurda ed ambigua ma clemente e giusta, lo avrebbe sicuramente scagionato da ogni colpa e avrebbe anche risparmiato la vita a Josef!
Immerso in queste nuove considerazioni, compenetrato nella sua “doppia” coscienza, K. seguì il “giovanotto”, come un automa, senza rendersi conto del tortuoso percorso, fatto di rampe, di sotterranei, di camminamenti, che lo aveva portato da un’ala all’altra del Maniero. La voce di Schwarzer che gli indicava il “salone degli specchi” lo fece sobbalzare. Tornando in sé non fece in tempo a ringraziare la sua guida, ché questa era già scomparsa, e completò i pochi passi che lo separavano dal luogo dov’era atteso.



* Sono le parole pronunciate dall’ostessa, con le quali si conclude “Il Castello”, incompiuto, di F. Kafka.



Divisore


INDICE

PARTE PRIMA
Nel Castello
1. La chiamata
2. Il salone degli specchi
3. La Torre e la sua Biblioteca
4. Il volo
5. La caduta

Divisore


PARTE SECONDA
Sul Ponte
1. Le Cose
2. Altre verità
3. Il sogno
4. L’albero della visione
5. Il cavallo di legno
6. L’altro libro

Divisore


PARTE TERZA
La Notte
1. Il salto del Burattino
2. La fiaba e il fiore
3. Golem
4. La grande equazione
5. Il ponte verticale
6. Il ciclope
7. Il decimo cielo

Divisore


Credits reserved to Guglielmo PeraltaTOP