Rivista

Lo s-guardo e il suo palco d’azione
«della Soaltà» è una ri-vista di paeSaggi, di ”poesia…modulare”, la quale trae dal neologismo il suo input creativo. E di un pensiero creativo principalmente si tratta, del quale (si) vuole dare “visione”. Perciò «della Soaltà» è una nuova vista che si apre sul mondo , all’interno di uno s-guardo che è insieme spettatore e attore (spettattore). Queste due “figure” teatrali caratterizzano un pensiero che di-scorre per immagini, che si fa “scena” attraverso le pagine della rivista, la quale diventa così palco d’azione e di riflessione.
La modularità vuole essere qui un discorso monografico sulla Poesia ad ampio spettro, una raccolta di moduli o di “paeSaggi” che si aprono, di volta in volta, sui “campi” dell’arte, della filosofia, della poesia, della letteratura, del teatro, e “coltivati” su questi “terreni”, che solo per la diversa denominazione sembrano discostarsi dal “latifondo” della Poesia, della quale, invece, sono i grandi “terrazzi”, i vari “punti di vista” che armonicamente convergono nella distesa “visione” paeSaggistica. Questo primo “paeSaggio” e numero «0» della rivista è un «soalogo»: un discorso sulla «Soaltà» che qui viene presentata insieme col “manifesto” della sua poesia e del suo teatro e che è un “terreno” ancora incolto e tutto da arare.


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Soaltà
Un altro cielo
è il sogno che attraverso
a ridosso delle stelle
e quest’ombra
che adesso mi conduce
è una luce infinita…
la soaltà senza tempo


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Il Neologismo
“Soaltà” è un felice neologismo del poeta Guglielmo Peralta.
È un termine che finisce per essere formidabile input creativo, chiave di volta nell’interpretazione del reale e visione stessa dell’universo (“soaltanschauung” ).
Soaltà è un “innesto” tra sogno e realtà, mirato a una realtà comprensiva del sogno quale possibilità del suo porsi, del suo stesso essere, quale sua parte costitutiva.
Il famoso sintagma “La vida es sueño” di Calderón de la Barca ( a cui può collegarsi la considerazione shakespeariana “noi siamo della sostanza di cui son fatti i sogni” ) si era capovolto, nel secolo appena trascorso, nel quasimodiano “la vita non è sogno”, per quel di più di realismo che la quotidianità esige, sacrificando ogni evasione fantastica, benchè insopprimibile; Carlo Betocchi, tra le istanze della realtà e quelle del sogno, aveva dato preminenza alla prima ( si ricordi la sua silloge del 1932 “Realtà vince il sogno” ); Peralta pone in altro modo il rapporto tra i due termini realtà-sogno, tentando un percorso sinergico, nel solco del sinolo aristotelico, della sintesi hegeliana e così via. Un fondersi che non è un confondersi. Di questa “soaltà” il poeta si innamora a mano a mano che procede nell’identificazione di essa, nella rilevazione dei contorni e delle sostanzialità, finendo per considerarla divina, come la prospettiva per Paolo Uccello.
Attraverso la “soaltà” può tornare a rendersi praticabile il mondo in cui viviamo. […] Bisogna imparare a sognare, comprendere il sogno: è questo l’invito del poeta. Poeta è l’uomo che sogna, il quale non è affatto il sognatore con la testa tra le nuvole, bensì l’uomo che ha imparato a sognare, a coniugare visione del mondo e mondo della visione. Il poeta è il cavaliere della soaltà che impara a usare il mondo. È un sogno, dunque, che va fatto ad occhi aperti e con un maximum di veglia.(1)


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Dietro le quinte dell'occhio
[…] La soaltà è terra vergine che molto promette al suo poeta contadino.[…] È una realtà che include il sogno come possibilità della sua stessa esistenza, come sua parte costitutiva, mentre la realtà è tale in quanto lascia quel sogno fuori di sé. […]
Coltivare i “sogni” là dove sovrabbondano per estendere la loro piantagione fuori nel mondo significa passare dall’innesto linguistico e ideale alla metacognizione della visione interiore, dal neologismo alla nuova logica fondata sul principio di equivalenza, su quell’identità sogno-realtà da cui, insieme con la soaltà, prende vita il canto sul quale deve innestarsi la ragione.
Coltivare i “sogni” significa assistere alla rappresentazione che si apre dietro le quinte dell’occhio lasciando così agire lo s-guardo nel cielo di soaltà dove sorge il canto che orienta l’azione.
Il poeta è il “visionario” che solleva il sipario dentro l’occhio del mondo e dà inizio alla sognagione.(2)
Egli è l’agricantore (3) che coltiva il canto affinché metta radici e fiorisca dentro la grande iride.[…]
Bisogna imparare a s o g n a r e.
Bisogna essere spettattori del sogno affinchè esso diventi una rappresentazione permanente sulla scena del mondo.
Come spettatori, siamo i nuovi magi sulle tracce di soaltà.
Essa viene allo s-guardo con le sue costellazioni e lascia brillare nel cielo la sua cometa.
Come attori, coltiviamo il suo seme di luce nel terreno incolto del linguaggio affinché la parola s’innesti sull’astro e il mondo reciti alfine il suo canto.
Cantare è i l l u m i n a r e.
È tradurre il mondo sulla “scena” di soaltà affinché, trasfigurato dalla luce del canto, sia, al tempo stesso, sogno che si concede alla percezione e realtà che ac-coglie in sé la visione.
Su questa ribalta deve accendersi il sogno collettivo.
Poeta soale, poeta agricoltore, allora, è colui che coltivando il canto si fa cultura vivente e incarnando la spiritualità adegua la ragione alla Bellezza e agisce affinché attraverso la dimensione est-etica si realizzi l’elevazione etico-spirituale.
Questo “illuminismoest-etico che vuole la ragione rinvigorita dalla luce del canto è la nuova anima del mondo, la grande anima della soaltà.
Ad essa volgano il passo i pellegrini del sogno e della luce.(4)


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L'albero della visione
La soaltà è la scena che si apre dietro le “quinte” dell’occhio.
I soaloghi sono i colloqui con soaltà, le riflessioni su questo mondo “spettacolare”. Essi nascono dall’intesa che si stabilisce tra lo s-guardo e il sogno, nel momento in cui questi, incontrandosi dietro le “quinte”, si toccano sulla scena e dileguano nell’unità della visione. […]
Guardiamo fuori ed è in noi che si apre la vista.
Destarsi a questa coscienza è crescere in visibilità. Significa coltivare il sogno in terra vergine affinché col sogno si rigeneri la realtà e il mondo si nutra dell’albero della visione. […]
Alla rivoluzione ottica ci chiama il teatro interiore.
L’occhio è la distanza che ci separa dal mondo. Votarsi, allora bisogna, alla cecità, sostituire al guardo lo s-guardo per ritrovare il mondo dentro di noi. Si tratta di “serrare” gli occhi, di sospendere la vista comune affinché quel Punto che fu il mondo, che aprì gli occhi e si fece distanza, sia uno s-guardo fisso di stupore.
Parole di luce è il linguaggio che l’agricantore coltiva sulla scena perché, tra gli applausi, crescano i frutti sonori sulla bocca del mondo. Affinché, senza divieto, tutti mangino dell’albero, in abbondanza, e ciascuno veda con gli orecchi, in trasparenza, la fonte e la dimora.
Vista e udito non sono momenti separati né diversi l’una dall’altro, giacché sensi assimilati allo s-guardo, col quale lo spettattore libera il canto in una infiorescenza di pensieri soali che con suono di stelle conquistano la scena.(5)

(1) dalla prefazione di Lucio Zinna a << Soaltà>>, silloge poetica di Guglielmo Peralta, ed. Federico, Palermo, 2001
(2) piantagione, o stagione dei sogni; neologismo di G.P., già in <>
(3) "poeta-contadino"; neologismo di G.P., ivi
(4) il testo è tratto da "Rap-presentazione" di G.P., ivi, pag.13
(5) il testo è tratto da "Soaloghi", di G. P., inedito

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IL MANIFESTO DELLA POESIA E DEL TEATRO DELLA SOALTĂ

  1. Il "MANIFESTO" è la scena che si apre dietro le quinte dell’occhio.
  2. La scena è il mondo che si "rappresenta" nel teatro dell’interiorità
  3. SOALTĂ è il MONDO. Fusione di sogno e realtà. Sintesi a-priori di ciò che dentro << appare>> ed <<è>>, di ciò che fuori ac-cade ed <<ex-siste>>.
  4. La realtà è il sogno esterno. È il mondo della natura e delle cose. Il sogno è la realtà interna. È la natura del mondo e delle cose.
  5. La Natura è il Sogno di Dio. Le cose sono il sogno dell’uomo. Divina è la Natura dell’ uomo.
    Umana la natura delle cose.
  6. La Natura è il correlativo-oggettivo, evidente e immediato della SOALTĂ. Nella contemplazione, la Natura c’incanta con la sua bellezza. E così ammiriamo il sogno che prende il posto del luogo.
  7. Somigliano alla Natura i capolavori dell’arte e della poesia. Essi inducono alla contemplazione, la quale produce quel sogno che si sostituisce al s-oggetto rappresentato.
  8. Il mondo delle cose è il correlativo-oggettivo, meno evidente e mediato della SOALTĂ. 
    La contemplazione del sogno richiede la coscienza vigile dello s-guardo.
  9. << Dentro >> è la visione. Nello s-guardo che con-cepisce. << Fuori >> è la vista. Nell’occhio che per-cepisce (o re-cepisce).
  10. Il pensiero. L’idea ( êidos ). Sono il sogno dello s-guardo che si fa spettattore. Esso apre la scena e assiste allo spettacolo.
  11. L’ << "esse">> dello s-guardo è la "svolta" ottica e la "ri-volizione" onto-logica.
  12. Lo s-guardo è il primo gesto etico. Esso <<vuole>> la 
    visione ed agisce nella misura esatta della proporzione:
  13. S-GUARDO : VISIONE = VOLIZIONE : AZIONE .
  14. Nel gesto è la luce dell’ << est >>, dove l’etica ha il suo fondamento.
  15. Allo s-guardo va il Primato dell’esperienza dell’<< est>>, o esterienza.
  16. L’ << est >> è voce dell’ << essere >>. E grande oriente del MONDO.
  17. Poesia è liquida luce dell’<< est >> che rivolge lo s-guardo e tracima.
  18. L’<< est >>è la radice dell’ est-etica. Nella sua luce cresce e s’innesta la nuova pianta dell’etica.
  19. Linea d’orizzonte è la luce dell’ essere che in sé accoglie ed unisce Poesia ed etica. Così, nell’identità dell’ << est>> , si coniugano insieme ontologia, poetica, etica ed estetica.
  20. Nella costellazione dell’ << est >>, Poesia è la stella soale che con Bontà e Bellezza sfavilla.
  21. Il teatro della SOALTĂ è la << soaltanschauung >> nella quale la visione del mondo (realtà) coincide col mondo della visione (sogno, rappresentazione).
  22. Poesia è la visione "rotonda"che apre nuovi sipari nel mondo.
  23. Nel teatro della SOALTĂ, Poesia è il témenos, lo spazio sacro della "rappresentazione".
  24. Poesia è il SOGNO che si fa SPETTACOLO e CANTO.
  25. La ragione che si lascia se-durre dal CANTO si fa logica, buona e bella.



* I termini scritti in maiuscolo sono da riferire sia alla sfera del sogno (interiorità), sia alla sfera della realtà (esteriorità).
** I termini in corsivo si riferiscono alla sola sfera dell’interiorità.
*** Le " " hanno valore polisemico.
**** Le <<>> hanno valore di sottolineatura, di messa in evidenza.
***** Il colore ha valore est-etico. Esprime la "rivelazione" e lo stupore verso ciò che nella "sacra luce" si manifesta.


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LA SOALTÀ E LA RIVISTA

Mercoledì 17 ottobre 2007 a Firenze al Caffè storico letterario "Le Giubbe Rosse" Guglielmo Peralta ha presentato la nuova rivista "della Soaltà" da sx: Daniela Monreale, Guglielmo Peralta e Anna Maria Guidi.



Introduzione
Desidero, innanzitutto, rivolgere ai presenti un saluto cordiale, sincero, veramente sentito, che non è il solito, sterile e ossequioso saluto di prammatica. Con lo stesso sentimento, ringrazio il poeta Franco Manescalchi per l’ospitalità che ha voluto concedermi nell’ambito dell’interessante manifestazione "Pianeta Poesia" che egli cura e organizza qui a Firenze da molti anni e ringrazio le poetesse e scrittrici Liliana Ugolini e Daniela Monreale per avere fatto da tramite, per avere caldeggiato questo incontro. Le ringrazio, soprattutto, per l’attenzione che hanno sempre riservato a me e alla rivista, della quale sono preziose collaboratrici. Ringrazio anche, per la loro collaborazione, la pittrice Giovanna Ugolini e Simona Tocci, autrice di un interessante saggio sui miti ugaritici pubblicato nell’ultimo numero. 
Questa rivista che mi accingo a presentare ha delle caratteristiche che la distinguono dalle altre riviste. Di solito, una rivista si presenta da sé; basta sfogliarla per rendersi conto dei contenuti, delle sue linee fondamentali. Ma non è così per questa rivista, perché, al di là dei contenuti, al di là, cioè, dei saggi che essa contiene, apre una nuova vista sul mondo, e questa visione è rappresentata nella sua copertina. Ma sorvoliamo per il momento su questo aspetto fondamentale sul quale ritorneremo più avanti e che approfondiremo, per dare una breve descrizione della rivista, relativamente alla sua struttura formale. Essa è una rivista semestrale, monografica e consta di cinque sezioni: autori, personaggi, temi, testi, visioni, che vengono trattate progressivamente, una sezione per ogni numero e nell’ambito della sezione si presenta ogni volta un determinato argomento. (Per la sezione autori, abbiamo scelto Beckett e Buzzati; per la sez. personaggi, abbiamo trattato la figura del poeta; per la sez. temi, la realtà virtuale; per la sez. testi, abbiamo messo a confronto e analizzato testi poetici di autori diversi; infine per la sez.visioni, i miti. C’è anche un numero <<0>> dove presento, in sintesi, la soaltà e il suo manifesto sulla poesia e sul teatro.) Questa rivista è anche un’occasione per parlare della soaltà, per esporre questa mia visione del mondo che io chiamo soaltanschauung, distinguendola dalle weltanschauungen, che sono delle visioni del mondo parziali, epocali che denominano e caratterizzano una determinata epoca, un periodo storico, filosofico, artistico, letterario (come ad es. il classicismo, il rinascimento, l’illuminismo, il romanticismo, l’idealismo, il positivismo…). La soaltanschauung è una visione più ampia, trasversale a tutte le epoche perché è, soprattutto, una visione più originaria, nel senso che indaga l’origine delle cose, il modo in cui esse vengono alla luce e il luogo della loro formazione. La soaltanschauung è, ancora, una visione sistemicaolistica, in cui trovano posto e si compendiano, fino a identificarsi nella soaltà, le due grandi realtà: quella interiore del sogno e quella esterna: la realtà propriamente detta.
Dopo questa premessa ci caleremo adesso in questa visione soale, della quale ho tracciato una sintesi scritta che è un percorso abbastanza organico che tocca gli aspetti fondamentali della soaltà. Mi atterrò, pertanto, a questa sintesi per contenere nel limite fissato nella pagina una materia che si presta agli sconfinamenti. Cosa che dobbiamo evitare per non andare oltre il tempo che abbiamo a disposizione.

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DELLA SOALTÀ
Soaltà: una parola epifanica, eponima e trina Questa rivista, come tutte le cose create dall’uomo, nasce dal sogno, in particolare, dal sogno di una parola. Una parola che circa 25 anni fa venne a visitarmi e che da allora non mi ha più abbandonato divenendo nel tempo una sorgente inesauribile di idee, di illuminazioni, di sogni. Mai avrei immaginato che una parola, una sola parola potesse spalancare un mondo, un universo! Eppure, ciò è accaduto con questa parola: soaltà. All’inizio, essa è stata per me come una nebulosa, come una grande nube luminosa e, al tempo stesso, oscura, o ancora come la materia primordiale e il suo big bang da cui si è generato il mondo! Nulla sapevo di essa, tranne che era nata da una mia semplice operazione e cioè dall’aver messo insieme sogno e realtà creando così questo neologismo che è una sintesi perfetta dei due termini linguistici, e, come vedremo in seguito, di due realtà.
Soaltà è stata ed è per me una parola epifanica che, nel tempo, si è chiarita, si è manifestata svelandomi un universo, la vera natura del mondo e delle cose. Ed è una parola eponima perché dà il nome, un nome unico, definitivo a quella regione che, in maniera vaga e con espressioni diverse chiamiamo: realtà o mondo interiore, o anche spazio interiore, creativo etc.…Soaltà colma così una lacuna linguistica e si pone come l’altro polo della realtà, ma non in opposizione a questa. Soaltà e realtà, infatti, si corrispondono, si com-prendono, sono intercambiabili perché la realtà com-prende il sogno come sua parte costitutiva e, dunque, l’una è anche l’altra. Soaltà è, ancora, una parola trina perché oltre a unire in sé il sogno e la realtà è anche il mondo che si compone di queste due nature.

Che cosa è il sogno. L’occhio, lo s-guardo, il teatro
Per comprendere che tra sogno e realtà non c’è opposizione, ma anzi identità, bisogna avere chiaro il concetto di sogno relativamente a questa visione soale, dove il sogno non è il fenomeno riferibile alla dimensione onirica (fase REM), né quello che facciamo ad occhi aperti quando accarezziamo l’idea di realizzare qualche desiderio. Ma è, per usare un termine greco, ripreso dalla filosofia, il nous, il pensiero noetico (di cui parla Aristotele), cioè l’intuizione, l’immaginazione creatrice, ma è anche le immagini, le visioni, le idee, i pensieri generati dallo s-guardo rivolto <<dentro>>, nello spazio dell’interiorità, o della soaltà.
Se come afferma Gregory Bateson, i sensi servono a tenere fuori il mondo, lo s-guardo soale riconduce <<dentro>> il mondo che esso genera a partire dal sogno. Perché, come ho già detto, tutto nasce dal sogno, da questo s-guardo che, nella copertina della rivista, è rappresentato dall’occhio che apre dentro di noi una seconda vista. L’occhio, di per sé, può essere considerato come un teatro, un palcoscenico con un sipario - la palpebra – che si solleva ad accogliere la rappresentazione del mondo esterno. Dietro le quinte dell’occhio si apre lo s-guardo, l’altra scena, l’altro teatro, dove si rappresenta lo spettacolo del mondo interiore e cioè il sogno di cui lo s-guardo è insieme spettatore e attore (in una sola parola, spettattore), perché vede, osserva, contempla ciò che esso stesso genera, o suscita.

La realtà è un processo d’incarnazione. La duplice natura delle cose
Sì. Tutto nasce dal sogno. Tutta la realtà – intendo per realtà la natura seconda o artificiale, il mondo delle cose - si edifica a partire dal sogno, nel teatro interiore. Tutta la realtà è un processo d’incarnazione. Ogni cosa, prima di essere tale, è immagine, visione, pensiero, idea, sogno. Questo sogno acquista una veste, un corpo, s’incarna divenendo realtà visibile che, in quanto unisce in sé il sogno, è soaltà, questa voltaesterna. Ogni cosa, dunque, ha una duplice natura, essendo costituita dalla natura fisica (cioè dai materiali ricavati dalla natura: legno, pietra, ferro etc.) e dalla natura umana (pensiero, idea, spirito, o in una parola, sogno).

L’oblio del sogno. Essere ciechi per vedere
Delle due nature di cui è composto il mondo delle cose, noi vediamo solo quella fisica, quella che chiamiamo realtà e non cogliamo il sogno che è l’anima delle cose e in quanto anima, è invisibile ai nostri occhi, troppo superficiali per vedere in profondità, per andare oltre l’apparenza. Questa vista così corta ha determinato l’oblio del sogno, nel senso che non ci ricordiamo più del processo creativo che ha generato e che genera le cose. Ciò che sappiamo è che le cose sono fabbricate dall’uomo, e che sono ciò che vediamo, il loro corpo visibile. E dimentichiamo il sogno che è la loro origine. Tutto è una realtà soale. E aggiungo, senza soffermarmi, che il mondo, l’universo, l’uomo, tutta la creazione è una SOALTA’: il sogno e la realtà di Dio.
Abbiamo obliato il sogno. Abbiamo il dovere di riscoprirlo. Dobbiamo imparare a vedere, a sognare. Io dico che bisogna essere ciechi affinché si possa vedere. Essere ciechi significa lasciare agire lo s-guardo, mettere il mondo (intendo qui, il mondo delle cose) in parentesi per ripensarlo, per ripercorrere il processo creativo che lo ha generato, che lo genera; significa cogliere nella realtà visibile l’invisibile, che non richiede la vista degli occhi. Essere ciechi significa, ancora, destarsi alla realtà del sogno, sollevare il sipario del teatro interiore ed essere spettatori dello spettacolo della creazione umana, che ripete, che è un riflesso della creazione divina.

Il gesto etico. La prima visione
Abbiamo il dovere di cogliere la realtà nello splendore del sogno. E’ un dovere morale che lo sguardo rivolto è in grado di osservare. Osservare questo dovere comporta la svolta, il rivolgimento dello s-guardo che è un gesto etico ed estetico al tempo stesso (o meglio, est-etico). Perché ci orienta nel mondo a partire dal mondo interiore dove si accende la luce dell’est. L’est è l’oriente, il punto focale, di osservazione, ed è la luce dell’essere che apre dentro di noi la nuova e buona vista facendoci riscoprire la Bellezza che è nelle cose e nella natura. La bontà della visione ha i gradi della Bellezza che il nostro occhio, educato dallo s-guardo, deve imparare a cogliere e a contemplare, per ritrovare l’antico stupore, lo stupore che provammo quando vedemmo per la prima volta il mare, il cielo, le stelle, l’alba, il tramonto, un fiore, un volto; quando vedemmo il mondo per la prima volta. Sì. Dobbiamo. Abbiamo il dovere di ritrovare questa prima visione, questo nostro sguardo che è anche lo sguardo atavico, primitivo, lo sguardo dei primi uomini e che ora è uno sguardo fossile, rimasto impresso e sepolto nell’anima e nella memoria del mondo. Essere ciechi significa approdare alla visione soale, che è una visione rotonda, cioè piena, integrale che coniuga visione del mondo e mondo della visione. L’occhio in copertina vuole rappresentare questa rotondità del sogno che è e si fa realtà e della realtà che è il sogno stesso. E questo è il messaggio che qui, in questa sintesi visiva, è rappresentato. I paeSaggi, sono le immagini, le visioni, tradotte in saggi; sono la scrittura del sogno generato dallo s-guardo. Perché il sogno è anche idea che si fa parola, scrittura, letteratura, arte, teatro, poesia, canto.

La luce dell’est. L’illuminismo est-etico
Di questo canto deve nutrirsi la ragione. Solo una ragione, rinvigorita dalla luce del canto, della poesia, della Bellezza, può essere guida all’uomo, può metterlo in cammino verso un mondo migliore liberandolo dal "pensiero debole", così debole da non essere più in grado, non solo di darci certezze, ma di farsi custode della realtà che arretra e rischia di dissiparsi nel virtuale. La rivoluzione ottica che volge lo s-guardo verso l’<<est>> è l’esterienza: la nuova coscienza, la presa della visione soale da parte della ragione che la fa propria, e così impara a riflettere nella luce dell’essere che ne orienta l’azione. L’<<est>> è la radice di luce sulla quale s’innesta l’etica con la quale costituisce la nuova est-etica o ciò che io chiamo illuminismo est-etico, che è una conoscenza, una visione, un’ottica, una po-etica che esprime il canto della ragione, una ragione illuminata dalla luce della Bellezza, della quale assume il punto di vista ritrovando così il senso poetico del mondo.In questa ottica, l’occhio educato e reso esperto dallo s-guardo razionale sarà in grado di prelevare il sogno dalla realtà, di riconoscere nel sogno la struttura e l’origine del mondo. Bisogna, dunque, mettersi in cammino sulla via dell’ <<est>>, affinché l’occhio, acquistando il grado puro della visione, si faccia s-guardo e assista così allo spettacolo del sogno fuori scena. L’occhio che riceve il battesimo della luce dell’<<est>> solleva il sipario nel mondo e dà luogo alla rappresentazione soale. Così si compie la svolta. Così l’illuminismo est-etico si fa pratica teatrale e rappresentazione pratica, si fa, soprattutto, prassi razionale, ragione pratica e po-etica che custodisce la Bellezza eagisce secondo il suo punto di vista. Questa vista razionale è il gesto etico che dobbiamo imparare. Se vogliamo che la ragione torni a riflettere, dobbiamo imparare a gestire la luce dell’<<est>>, che è la luce del sogno, dove Bellezza e Bontà s’incontrano e si cor-rispondono.

La Lux e La Lex. La ri-volizione. Kant
Nel fiat lux, di biblica memoria, la Bontà del Creato è la lux ed è la lex che ordina e governa il mondo. E la Bontà è la Bellezza, al tempo stesso. Così il Verbo del Pantocratore è un gesto est-etico. Dio ha cura che ogni cosa creata sia Buona, Bella, e se ne assicura. Egli, infatti, si sofferma su ogni cosa, ne prende "visione", dopo l’atto creativo, confermandone, giudicandone la Bontà, e quindi la Bellezza, che è il suo valore equivalente. Noi abbiamo smarrito la Luce. Abbiamo smarrito la Legge. La Bontà, che è anche la Bellezza del Creato, non è più il dono, il valore in senso assoluto da contemplare, da custodire, da rispettare, ma è una qualità, un attributo della natura - così delle cose - del quale ci capita, qualche volta, di accorgerci quando non siamo distratti dai beni effimeri e materiali che dominano e governano i nostri sensi. Dobbiamo ritrovare la Luce, rientrare nella Legge che può ridare senso alla ragione e liberare i nostri sensi. Nel fiat lux il mondo si manifesta, viene alla luce, è luce esso stesso. Il fiat lux, perciò, è l’ordine, la volontà, il gesto che crea il mondo, che fa che la luce sia il mondo. Allo stesso modo, lo s-guardo che si volge all’est - che è insieme luce ed essere – è il gesto che genera il sogno e fa che il sogno sia luce, cioè realtà, mondo. Perciò lo s-guardo è una ri-volizione, cioè un volere che rivoluziona il nostro modo di guardare, che ci sollecita a discernere ilbello, ovvero, il buono che si cela in profondità, oltre l’apparenza. La Legge è la Luce che si accende dentro di noi.
Kant sembra avere ragione quando afferma: "Il cielo stellato sopra di me, la legge morale dentro di me". Ma egli separa la luce dalla legge ponendo tra l’una e l’altra la distanza del cielo e la profondità dell’Io. Più giusta è la sentenza: Il cielo stellato dentro di me, la legge morale sopra di me. Perché se "m’illumino d’immenso", se la mia anima accoglie la luce dell’infinito, allora la legge morale sta su di me, si impone su di me, mi "domina"con la sua luce che mi abita, che ha in me la sua domus, la sua casa. Questa luce è la legge che se-duce la ragione e l’orienta col senso della Bellezza, della Bontà. La ragione che si nutre di questa luce rinvigorisce e ritrova la dimensione est-etica favorendo così l’elevazione spirituale. (Bufalino dice: "Imparai a non rubare ascoltando Mozart". Ecco. La bellezza della musica produce qualcosa di buono, impedisce cioè di rubare. Ecco, dunque, che Bellezza e Bontà si cor-rispondono).

Negatività del sogno
Finora abbiamo parlato del sogno come qualcosa di positivo, associando ad esso la luce della Bellezza e della Bontà considerate come sue proprietà, come sue qualità inscindibili. Tuttavia, c’è un’altra faccia del sogno che è la sua negatività.
Non tutto ciò che produce l’atto creativo risponde ai canoni della bontà e della bellezza, considerate nella loro inscindibilità. Buono bello è tutto ciò che serve la vita. Bello ma non buono, ciò che serve la morte. Inoltre, ciò che è buono, oltre ad essere bello, è anche necessario, utile, dilettevole, spiritualmente piacevole e degno di contemplazione. Ciò che non è buono, invece, mantiene, in grado minore, il valore dellabellezza o lo perde del tutto. La Bontà e la Bellezza, in quanto sono la Luce e la Legge della Creazione, sono anche proprietà inseparabili dei sogni che generano ciò che serve la vita dell’uomo e ne soddisfa i bisogni materiali e spirituali correlati con quei buoni valori. Ma esistono anche i sogni negativi che generano ciò che serve la morte e soddisfa gli istinti ferini e irrazionali dell’uomo censurati dalle regole sociali e morali e perciò camuffati dalla civiltà e istituzionalizzati, ma che restano legati al controvalore del Potere che allunga ovunque e comunque i suoi tentacoli ponendosi spesso fuori dalla morale e dal diritto e, dunque, fuori dalla facoltà o liceità di agire che gli dovrebbe essere connaturale. (Chiarisco questo concetto. Chi, detenendo il potere, si pone fuori dalla morale e dal diritto, perde la facoltà o liceità di agire. Io dico, allora, che il vero Potere è l’assenza di ogni potere, cioè è quello che dà facoltà di dire: IO POSSO, nel senso proprio della libertà di agire che solo la morale e il diritto - e cioè la Lux e la Lex – possono concedere, consentire.) Questi sogni scindono la bontà dalla bellezza, sono espropriati dell’una, alla quale si sostituisce la cattiveria, e conservano (o perdono) l’altra. Tali sono, ad esempio, i sogni del pugnale, della spada, della pistola, del cannone, del bombardiere, della bomba atomica: cioè le idee generatrici di questi strumenti di offesa, di violenza, di distruzione, di annientamento totale, tra l’altro, resi nel tempo più "belli" nella forma e migliorati nella loro potenza. In sostanza, gli oggetti, le cose negative, in quanto sono pure frutto del sogno creativo, restano belle, ma spogliate della bontà sono imperfette rispetto alle cose positive, le quali, mantenendo il legame tra bontà e bellezza raggiungono gradi diversi di perfezione. (Per quanto riguarda la "bellezza" delle cose negative, pensiamo all’aspetto terrifico del sublime, pensiamo, ad es., a un terremoto catastrofico o all’eruzione di un vulcano, al suo fascino, alla suagrandiosa potenza distruttrice, paragonabile a quella di una bomba atomica. Ecco come una cosa può essere "bella" e servire, assecondare la morte. Ma si tratta di una bellezza relativa. Perché solo ciò che è eticamente buono è anche bello.)
Le cose positive nascono dal bi-sogno, cioè dal sogno come esigenza da soddisfare. Esse hanno la bontà dell’uso, grazie al quale servono, silenziose e fedeli, l’uomo alleggerendolo dalle fatiche, alleviando e curando le sue malattie e le sue ferite, tenendolo lontano dalla noia, arricchendolo e nutrendolo con le varie forme dell’arte e della letteratura, specie quando ne assumono la veste di capolavori divenendo così la manifestazione più evidente del sogno, o dello spirito. L’uso benefico rende nobili le cose. Attraverso le loro specifiche funzioni, l’uso offre all’uomo il riposo, il sostegno, l’aiuto, la cura, lo svago, il piacere dello spirito(o estasi), di cui, rispettivamente, sono un esempio d’incarnazione: il letto, la sedia, l’utensile da lavoro, il farmaco, le carte da gioco, lo spartito musicale. L’uso improprio delle cose positive le declassa fino ad espropriarle della bontà nel caso in cui esse diventino malefiche. È ciò che accade quando, deviando dall’uso per cui sono state generate, queste cose diventano strumenti di offesa e di morte (ad esempio, una sedia usata come corpo contundente), scadendo perciò al livello delle cose negative.
Chi sceglie i sogni positivi serve la vita, la ama, la rispetta, la migliora, l’arricchisce senza esserne schiavo. Al contrario, ne è padrone, ne prende possesso, ne diventa proprietario sviluppando il senso della reciproca appartenenza: sente che entrambi, lui e la vita, si appartengono. Chi invece sceglie i sogni negativi serve la morte, ne è schiavo e completamente asservito. Servire la vita è godere dello spettacolo della Creazione, è coglierne la Bontà nella luce della Bellezza ed esserne custodi e attori, cioè interpreti fedeli del sogno nel teatro del mondo.

La soaltà è una visione realistica
La soaltà non è una visione metafisica né astratta, ma doppiamente realistica. Solo chi resta ancorato al significato tradizionale e immediato del sogno, considerandolo irreale e, quindi, opposto alla realtà, non riesce a cogliere il realismo di una visione che fa del sogno una duplice realtà: quella interiore e quella esteriore. Il sogno, dunque, ha nella realtà il suo "doppio", il suo "alter ego", che non è il "non io" degli idealisti che è una negazione dell’ io, ma è il sogno stesso che rimane fondamentalmente invariato, identico a sé stesso nelle sue infinite e molteplici trasformazioni estetiche, con le quali assume le forme, sempre diverse, di un medesimo oggetto. Faccio un esempio: Una penna è sempre riconoscibile, da quando essa nacque piuma d’uccello, o penna d’oca, fino alla sua forma attuale. Perché essa, come tutte le cose, è un sogno, un’idea che si trasforma, che si fa più bella e più pratica all’uso, ma che rimane fondamentalmente identica a sé stessa, sempre riconoscibile perché, nonostante le sue metamorfosi, mantiene quell’inconfondibile "fisionomia", quell’ "imprinting" che è la sua idea, il suo sogno iniziale. E il sogno è il gusto della perfezione, la ricerca della Bellezza che nel tempo si manifesta ed evolve nelle forme degli oggetti, che il sogno, nel suo progresso "tecnologico", rende più pratici, più belli e attraenti. Questa visione non è una nuova forma di conoscenza del mondo, ma una "presa" del mondo, una com-prensione, un prendere il mondo per il suo verso giusto; è guardarlo da un’ottica non diversa, ma inversa, a partire cioè non dagli occhi che, come gli altri sensi, lo tengono fuori, ma dallo s-guardo che lo riconduce <<dentro>>, nel luogo della sua origine. Parlo, ovviamente, del mondo delle cose, o di ciò che semplicemente, superficialmente, chiamiamo realtà. Questa visione può essere giudicata astratta solo da chi si lasci distrarre dagli occhi. Si rivela, invece, in tutta la sua concretezza e familiarità a chi vi si accosti con pazienza e umiltà e si lasci conquistare dallo s-guardo. La soaltà è in noi ed è il mondo, nel quale convergono e si fondono le due realtà: quella umana del sogno che genera la natura seconda o artificiale, e quella divina della natura, da cui l’uomo trae la materia prima con la quale dà una veste, un corpo al sogno, in un continuo processo d’incarnazione.

La trasfigurazione del sogno e la resurrezione degli oggetti
Essere realisti è riconoscere nel sogno l’origine della realtà, di tutte le cose create dall’uomo, delle quali il sogno è anche l’elemento comune e il principio unificatore. Essere realisti significa riconoscere il sogno nella sua trasfigurazione, nel suo andare oltre la propria figura, oltre la propria immagine per farsi altro da sé restando identico a sé stesso. La trasfigurazione del sogno è la sua incarnazione, il suo farsi realtà visibile restando invisibile. Riscoprire il sogno, coglierlo nella sua trasfigurazione significa toccarne il costato nel corpo della realtà, significa essere artefici della sua "resurrezione", della "resurrezione" delle cose, cioè spettatori e attori del processo creativo che ridà vita alle cose e ne svela l’anima, l’essenza spirituale.

Le parole epifaniche: I neologismi e "i giochi linguistici"
Lo s-guardo soale crea, s’inventa una nomenclatura per denominare e definire i "luoghi" della soaltà: una terra sconfinata che ha i suoi "limiti" nel mondo e che è soggetta a continua esplorazione. E i "luoghi" sono i pensieri, le idee, le illuminazioni, i sogni che non hanno spesso una corrispondenza, un riscontro linguistico e semantico immediato e adeguato nei lemmi del nostro dizionario. Da qui l’esigenza dei neologismi, i quali non sono una mia invenzione gratuita e precostituita, perché nascono in simultaneità con le idee, o sogni, che li generano e che trovano in essi il modo naturale e spontaneo di rappresentarsi. Il neologismo è nuova parola in cui dimora l’idea. In esso, infatti, è il logos che è insieme parola idea. Quando s’innesta un processo creativo, le parole di cui disponiamo, spesso non bastano, perché accade spesso di trovarsi in presenza di qualcosa d’ineffabile, che il linguaggio che ci è stato consegnato nel vocabolario non è in grado di esprimere. I neologismi sopperiscono a questa mancanza, a questa insufficienza lessicale (non linguistica. Perché la lingua è un organismo che si rinnova e si evolve, grazie anche ai neologismi).Il neologismo pertanto, anche se come nel caso di soaltà, è una contrazione di due termini, non è mai una sottrazione di parole. Soaltà è una sintesi multipla che ha generato un universo, il quale ha richiesto e richiede molte parole per essere espresso, esplicitato. Inoltre, i neologismi si rivelano spesso parole epifaniche, perché oltre a denominare i nuovi "luoghi", sono la chiave d’accesso alle idee, ai sogni che essi finiscono per custodire e dei quali manifestano i significati nascosti. Oltre ai neologismi, la soaltà accoglie delle parole in una nuova veste grafica, nel senso che si presentano separate da un trattino o agglutinate. Nel primo caso, il trattino evidenzia che una parola è la somma di due o più parole che essa nasconde in sé e in cui può essere divisa. Nel secondo caso (come, ad esempio, in spettattore), la fusione di due parole in una è più scoperta ed è una forma di agglutinazione. Questi "fenomeni", o accadimenti linguistici, del tutto naturali, strettamente connaturati con la lingua, sono stati considerati dei "giochetti", gratuiti, superflui, eccessivi, da alcuni critici superficiali, sprovveduti, o, peggio ancora, in malafede, denigratori intenzionali. Io rispondo a questi pseudo-critici, che questi "giochetti" non sono una mia invenzione, ma una scoperta di ciò che è dato nel linguaggio, di cui io sono solo un esploratore. Devo dire che la soaltà ha fatto propri questi "giochi" linguistici che si sono rivelati, come i neologismi, epifanici, aprendo significati inediti delle parole e con essi nuove visioni, permettendomi di scoprire, ad es., l’etica nel corpo dell’estetica e di edificare così una est-etica, cioè un’etica fondata sulla luce dell’<<est>> che, come abbiamo già detto, è la luce del sogno, dove Bellezza e Bontà si cor-rispondono, ed è l’essere proprio del mondo, la sua Luce e la sua Legge.

Alcuni esempi "giocosi"
-est-etica (4 parole: estetica, etica, est, est latino)
-con-templ-azione (contemplazione, azione, con, templ(um) )
-ra(p)-present-azione (rappresentazione, azione, present, ra: dio del sole nell’antico Egitto, il sole stesso)
-s-guardo (sguardo rivolto: la svolta o rivolgimento; la rivoluzione ottica)
-estasi/siesta (lo stare in contemplazione, il riposare nella buona vista, che ricorda il riposo divino nel settimo giorno dopo la creazione)
-esterienza, sognagione (neologismi)

La galassia* delle parole (i tre sistemi)
Parole/Pianeta ( non hanno luce propria. Appartengono a questo sistema le parole che denominano la natura artificiale, prodotta dall’uomo. Sono parole legate indirettamente all’uso per cui gli oggetti sono costruiti. Nell’uso il sogno è annichilito e gli stessi oggetti "scompaiono", sono obliati.)
Parole/Costellazione (brillano di luce propria. Vi appartengono le parole che denominano la natura fisica. Sono parole legate indirettamente alle emozioni che riceviamo dagli elementi naturali, che suscitano in noi un godimento estetico – basti pensare, ad es. ad un tramonto. )
Parole/Cometa (vi appartengono le parole-guida, che ci orientano e quelle che denominano elementi che hanno una luce particolare, che lasciano intravedere una verità assoluta.)

*La galassia comprende i tre sistemi di parole. Sta a significare la quantità, il numero infinito delle parole, ma anche lo spazio, la distanza infinita da cui le parole tutte provengono. Tutte le parole all’origine abitano in questo spazio lontanissimo dal quale un bel momento vengono fuori e cominciano a viaggiare e giungono fino a noi. Questo spazio potrebbe essere anche molto vicino a noi, potrebbe essere il nostro spazio interiore, uno spazio che duplica lo spazio esterno, infinito, che è lo spazio dell’universo e, forse, perché no?, lo spazio di Dio.

La scommessa

Concludo esprimendo la mia convinzione che la soaltà è ciò su cui dobbiamo scommettere, se vogliamo uscire dal labirinto mediatico, dalla nuova caverna platonica e guardare in faccia la verità. È una scommessa che possiamo vincere se ci lasciamo guidare dalla ragione est-etica che riflette e ritrova il suo senno nella luce buona della Bellezza; se l’occhio si fa s-guardo soale e non si lascia ingannare e sedurre dalle immagini virtuali, dai totem tecnologici; se cresce, soprattutto, l’urgenza di poesia, il bisogno del sentimento estetico che solo può essere soddisfatto da una realtà che lasci intra-vedere il sogno che la costituisce. La Bellezza è il miracolo che può farci dono di una simile vista. La Bellezza è la quarta "virtùteologale da contemplare nel teatro della soaltà, o dell’interiorità, e da praticare, da spettattori devoti, sulla scena del mondo. Sì. L’estasi è la scommessa. Il sogno può vincerla, senza bisogno di ali.


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La Critica

LA RIVISTA E IL LIBRO
La serata per la presentazione della rivista “della Soaltà” e più che altro per l’esposizione del suo pensiero, mi ha riportata ad una dimensione di realtà soale possibile, ad un cammino che segue una visione concreta di sogno che tutti ci auguriamo. Spero possa avere per lungo tempo la forza di far conoscere la sua visione delle cose molto etica e, in questo particolare momento, opportuna. Grata per l’incontro e per il bel pomeriggio, le auguro ogni bene. Con simpatia. Liliana.
(Liliana Ugolini, Firenze 12 Ottobre 2007, in occasione della presentazione della rivista presso “Le Giubbe Rosse”, locale storico di Firenze)


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È stato un pomeriggio davvero molto bello e partecipato, a detta anche di molti intervenuti. Ne sono molto contenta, non sempre si registra una tale ricchezza di interventi in sala, vuol dire che l’argomento ha “toccato” il pubblico. Spero che anche tu ne sia rimasto soddisfatto.
(Daniela Monreale, 19 Ottobre 2007, presentazione della rivista presso “Le Giubbe Rosse”)


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Torino, 27 febbraio 2008
Caro Peralta,
Le sono grato del dono prezioso della Sua raccolta di poesie, accompagnata e chiarita dalla Sua dichiarazione di poetica davvero originale e appassionata. Mi piace la concettualità con la meditazione dei Suoi versi tanto profonda e sicura; e ammiro più specificamente i testi più inventivi e alacri fino al gioco sublime, compresi nella sezione “?uo vadis”. Quanto alla Soaltà, è una bella trovata, che molto incuriosisce e sollecita a riflettere; ma io faccio fatica un poco ad accogliere i neologismi. Mi piacerebbe discutere con Lei della questione.
Con i più vivi auguri e saluti,
Giorgio Bàrberi Squarotti
Ma è vero che “il sogno è l’infinita ombra del vero”.


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GUGLIELMO PERALTA, SOALTÀ, FRANCESCO FEDERICO EDITORE, 2001
In questo nuovo libro di Peralta troviamo nuovamente alcuni suoi temi: l’attenzione e la denuncia accorata della situazione desolata in cui vive l’uomo contemporaneo, dove tutto pare celare la solitudine esistente, infatti si vive di relazioni che sono virtuali, appunto. Torna anche il tema del sogno: è importante saper sognare, pensa il poeta siciliano, perché significa unire la realtà alla visione di ciò che non ancora è attuato. Significa quindi saper pensare un mondo diverso e infatti leggiamo: «coltivo/ nella piantagione/ dei sogni/ una stella/ rubata/ al sillabario celeste». In questo senso possiamo capire il valore etico, oltre che estetico che Guglielmo dà al fare poesia e al poeta, che è chi non accetta l’esistente e sa scorgere prima di altri la possibilità di un mondo nuovo. Talvolta si nota un limite di questi versi nell’eccessivo uso di neologismi, che se da un lato si riallacciano certamente alla tradizione della Neoavanguardia novecentesca, hanno dall’altra per chi legge forse un sapore di gioco verbale che non sempre si sente necessario. Si nota questa predisposizione all’invenzione formale di Peralta anche nell’uso di forme azzardate e impreviste di stesura grafica dei testi: troviamo testi a filamenti verticali; alcune poesie in scrittura laterale rispetto al foglio bianco, altre che vedono segni alfabetici misto a tracciati quasi matematici, il che ricorda certe modalità proprie della poesia visiva. I testi nel complesso procedono tra sogno e realtà, come si intuisce anche dal titolo che è una crasi dei due termini, come si legge poi nel testo omonimo: «un altro cielo/ è il sogno che attraverso/ a ridosso delle stelle/ e quest’ombra/ che adesso mi conduce/ è una luce infinita…/ la soaltà senza tempo»; testi di buona tenuta anche se talvolta il tono è un po’ troppo messianico, ma ciò non accade nei migliori esiti, che risentono invece del forte intreccio tra visione e pensiero, tra intuizione e descrizione del mondo che è tipica di questo autore, capace di testi forti, perché provocatori nel loro intento e comunque tesi a scuotere il lettore dal torpore di cuore e mente.
Gabriela Fantato
(Il testo è pubblicato nella rivista “La Mosca di Milano” del 14 giugno 2006)


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…Quello che mi ha molto colpito della poesia di Peralta è questa profondità immediata, lanciata come una freccia nell’universo. Mi ha fatto molto pensare a un testo orientale: il Ching, il libro dei mutamenti, un libro di filosofia orientale dove ci sono 66 segni e questi segni in realtà compiono un percorso di meditazione con delle frasi che non sono delle frasi ma sono degli haiku che vengono lanciati nella mente delle persone.
Mi sono sentita molto vicino leggendo la tua poesia. Ho avvertito che stava avvenendo qualcosa di straordinariamente profondo e che questo avvenimento così profondo, di fronte al quale io mi trovavo, era un avvenimento che mi metteva in contatto con l’universo.
Io penso sempre, da profana, che la poesia è la parola lanciata dentro il mondo poetico; è una parola che serve a chi non sa usarla per avvicinarsi alla sapienza dell’universo. La parola lanciata nella poesia attraverso la metrica, attraverso la sonorità e attraverso il senso profondo della parola stessa aiuta ad avvicinarsi alla sapienza del mondo, a una sapienza che non per forza bisogna coltivare attraverso la conoscenza profonda di testi, di testi scientifici, di testi letterari, ma c’è anche un’altra sapienza che è fatta dal fatto che siamo nell’universo e che siamo parte di questo universo. Questa cosa la dico fuori da qualsiasi tipo di credenza religiosa, proprio come essere che si sente dentro l’universo. Questo mi fa pensare, per esempio, questa poesia che si chiama: “Le parole ricche”…(segue lettura).
Io posso anche trovare, all’interno di questa poesia, un tempo che è infinito perché all’interno di questa infinitezza è come se mi mettessi dentro a un progetto meditativo del mio rapporto col mondo… (segue lettura della poesia: “Il cielo degli oggetti”)…
E’ come se mi avesse lasciato, questa poesia, carica di cose e poi mi avesse scaraventato all’interno della nascita e della luce e mi avesse lasciato aperta, come se tu avessi voluto strappare un velo e dentro questo velo io guardo e poi sta in me, lettore, andare avanti.
Io penso che questa sia una cosa importantissima da parte di chi scrive, in qualsiasi forma si scriva perché la scrittura deve aprire, deve squarciare dei sipari e deve porre infinite possibilità, non deve risolvere. Allora io sento che questa poesia, che questo onore che mi è stato fatto, come profana, di presentare una poesia così raffinata, aiuta a questo; cioè mi sono trovata, improvvisamente, davanti a dei testi che mi davano la possibilità di aprire dei veli e di guardare. Il destino, forse, sono delle gocce che cadono dall’universo su di noi in modo così, come capita; ci sono degli eventi, delle cose che bisogna sapere afferrare. Un poco, per me, questo libro è così; cioè è un evento, è una cosa che io ho avuto regalata; è una possibilità di un’esperienza come spesso sono i migliori romanzi, i migliori testi poetici. Mi è stata regalata la possibilità di fare un’esperienza, di aprire delle porte e di vivere. Per questo ringrazio Guglielmo Peralta di avermi invitato. Grazie.
Beatrice Monroy
(presentazione della silloge poetica “Soaltà” a Villa Niscemi, 29 novembre 2001)


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GUGLIELMO PERALTA, SOALTÀ
Esistono nella nostra mente e nella nostra anima antinomie difficilmente conciliabili; una di queste è nella dimensione tutta soggettiva del sogno, del desiderio, cui la realtà contraddice.
Se la realtà fosse lì per realizzare i nostri sogni, essi non ci sarebbero così cari, non soffriremmo rimpianti o nostalgie; niente di struggente pervaderebbe la nostra anima, nessuna spasmodica, nessuna ossessiva tensione ci porterebbe fuori dalla realtà in cerca di qualcosa d’altro.
Ecco, ci sembra che in questo la poesia abbia il suo germoglio.
Ad una prima impressione la poesia di Peralta ci colpisce per una pressante esigenza programmatica, per il tono apodittico quasi e per una forza visionaria e catartica, che imprime all’opera un crisma di palingenesi, variamente ricreato nei versi e, con una sorta di caparbia precisione, sottolineato nella parte in prosa. Ma non si tratta solo di questo, non si tratta di uno spunto meramente formale: la minuziosa dissertazione ha la precisione delle costruzioni che si elevano per raggiungere un equilibrio da funamboli.
Nella poesia di Peralta dunque colpisce, in primo luogo, la “forza del volere”, questa ardua, quasi ostinata, determinazione, questo credo profetico da cui trae la linfa che l’alimenta: un clima di attesa messianica che si manifesta negli stessi titoli delle composizioni: Epifania, Angelus novus, Genesi, Creazione, Battesimo e crocifissione, Nascita e resurrezione, Fede; e poi il ricorrere di una sorta di ideografia o allegoria astrale: il cielo, il cosmo, l’universo, gli astri, e tra tutti, la cometa, metafora dell’annuncio, un “nuovo” annuncio del sacro.
Non diversamente da quanto si dà in una ricerca metafisica, il poeta è portato allo sconfinamento dall’ambito della normale conoscenza. La conoscenza del poeta, come quella del mistico – e talvolta del filosofo – è estatica perché è ricerca che oltrepassa la soglia del fenomenico, trascendendone il carattere cronotopico.
Pensando alle accensioni che vivono in Peralta, all’ansia febbrile del novello euanghelion, tanto effusa, delirante quasi, mi nasce il ricordo di quel che Parmenide mette in bocca alla daimon, una volta giunto al di là della grande Porta. Mi nasce dentro la visione di questo incontro.
Parmenide racconta, nel suo “Perì fuseos” di esservi giunto dopo una lunga strada percorsa su un cocchio condotto da due cavalle. Due dee, Themis ossia la “giustizia divina” e Dike, la “giustizia terrena” lo accompagnano. La daimon cioè la dea che egli incontra, forse Mnemosine, si rivolge a lui dicendo: - (…) rallegrati, poiché non un’infausta sorte ti ha condotto a percorrere/ questo cammino, infatti, esso è fuori dalla via battuta dagli uomini. – E più in là, in un altro frammento, continua: - Bisogna che tu tutto apprenda: e il cuore che non trema della ben rotonda verità e le opinioni dei mortali, nelle quali non è vera certezza.
Se quanto afferma Parmenide è lo stesso che viene messo in bocca alla dea, la conoscenza più vera, “il cuore immobile della ben rotonda verità” non può essere raggiunto attraverso la strada che tutti percorrono. La strada privilegiata è quella mostrata dalla dea, ed esclude tutte le altre. È la strada che conduce al cuore della realtà, alla Verità più vera, alla Verità come disvelamento dell’Essere; per dirla con Parmenide, alla Verità come Alétheia. Non è quella dei sensi che ci ingannano perché rivolti a cogliere solo l’aspetto esteriore e mutevole delle cose, dandoci una conoscenza relativa ed imperfetta cioè una doxa, una verità umana, transeunte che si oppone alla Verità divina, all’Alétheia.
Come Parmenide il poeta indaga “il cuore della ben rotonda verità”, cioè l’intima essenza della perfezione, attraverso la strada che conduce al sacro.
L’Alétheia, non la doxa, è la vera conoscenza per Parmenide, e così per il poeta.
Questa esigenza e questa ricerca ci pare di scorgere nelle pagine del Nostro Autore quando immagina l’Intero come Sogno + Realtà dove il sogno starebbe ad indicare un aspetto antitetico della realtà che chiede l’atto divino di una Sintesi, di una interna coniugazione con la materia del reale.
Vi si potrebbe leggere un’esigenza di riconoscimento del proprio mondo interiore, una sofferta brama che acquisti sostanza proprio in questa coniugazione-accettazione dentro alla realtà. Ma il sogno peraltiano sconfina dalla visione individuale verso quella cosmica dove l’unione dei due elementi diviene panica.
Così, in un’atmosfera di sospensione estatica, i versi di Soaltà invocano il sogno dentro il reale ed educano l’uno e l’altro alla complementarità. Pertanto la poesia di Peralta è tutto un annuncio di quanto nella realtà si pone come paradossale e, tuttavia, necessario; tutta un’istanza che chiede a sé e al mondo la realizzazione di una sua luminosa idea di perfezione.
Rossella Cerniglia
(Il testo è pubblicato nella rivista “Il Sigillo”, Anno VII, n.1 - Nuova serie – Marzo 2003)


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VIVERE INVENTANDO UN SOGNO
(Soaltà, l'ultima opera di Guglielmo Peralta)
di Danilo Mandolini
Soaltà, l’ultima opera in versi di Guglielmo Peralta, narra di una terra di confine, di un luogo – delineato e descritto con sfumati riferimenti spazio/temporali – che ci appare come sospeso tra un’immagine riflessa allo specchio ed il corpo fisico della stessa. E’ proprio da ciò che s’intravede e sosta (senza peraltro essere percepito appieno – spesso affatto – dagli umani sensi) in quella dimensione in bilico tra buio e luce e tra sogno e risveglio, che i versi del poeta palermitano traggono nutrimento e di quel nutrimento, di quell’universo così etereo ed indecifrabile, raccontano.
Dunque soaltà: fusione tra sogno e realtà, coesistenza di due momenti dell’essere che nel vivere comune di oggi quasi si escludono, tracciano percorsi vicini - reciprocamente visibili - ma rigorosamente paralleli. L’operazione, l’esperimento di sciogliere la realtà nel sogno e viceversa obbliga in qualche modo l’autore a produrre versi che sono innanzitutto atmosfera surreale (“…e quest’ombra / che adesso mi conduce / è una luce infinita…”; “…aggiungere stelle alle stelle / mare al mare cielo al cielo”), spaesamento (“…sogno / che prende / il posto / del luogo”) e sorpresa da condividere con il lettore (“E se ci scoprissimo / ad un / tratto / a / parlare/ il linguaggio / del sole!?)
C’è poi, e soprattutto – perché è questa l’essenza della poesia di Peralta, il giungere contemporaneo del poetare e del filosofare: un verso che è già pensiero, una parola che è, al tempo stesso, dolce abbandono e profonda riflessione. E’ un esercizio, un contenuto ed una forma, ciò che si è appena descritto, che pervade l’intera architettura dei testi e che pone in evidenza la volontà dell’autore di tentare di cogliere l’istanza prima – diremmo l’urgenza primordiale - del dire umano (“Un altro cielo / è la terra / col suo verso di stelle / Dall’oblò della parola / segreta / il navigante la vede / e vi pianta il suo grido”) e di suggerire una via per vivere la vita che è oltre l’istinto della razionalità (“A l t r o v e / sarà nascita e luce e / questo senso dell’ombra / che esploro / per vivere inventando / un sogno al giorno / strappato alla saggezza / dello sguardo”). E’ un percorso che varca i limiti dell’osservare comune ai più – quell’osservare nel quale si riconosce un unico orizzonte; un itinerario lungo il quale soltanto la voce di dentro, soltanto una pronuncia alta e sincera può divenire chiave di volta per una nuova interpretazione del mondo (“S c o n f i n a r e / per giungere due volte alla meta / per trarre luce / dall’ombra itinerante // Sia sentiero di segni leggibili / la mappa indecifrabile / e acceda la coscienza / al familiare linguaggio orizzontale”). Arricchito dall’occhio vigile e fortemente critico sulla società di inizio millennio (“In un mondo come questo / anche il consumo di una bibita ghiacciata / è un’etichetta di rivolta…”) che si scorge – unitamente all’alternarsi di stati d’animo quali la disapprovazione per le scelte umane e l’ormai amara rassegnazione per le conseguenze che ne derivano - in ?uo vadis, la sezione finale del libro, e dalle prose esplicative del “mondo di soaltà” raccolte ne Il cavaliere della visione rotonda, l’ultimo volume di poesie di Guglielmo Peralta si avvia a conquistare uno spazio nell’attenzione e nella memoria dei più attenti fruitori di poesia. Avremmo piacere che questo viaggio cominci proprio con alcuni versi tratti da Soaltà; versi che sono di buon auspicio per nuovi ed intensi esiti della poesia peraltiana: “Per quali ignoti sentieri / verrà la mia pittura di versi / a celebrare il sogno sulla tela”.
(Guglielmo Peralta, Soaltà, Francesco Federico Editore, Palermo 2001)


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LA SOALTÀ DI GUGLIELMO PERALTA
di Tommaso Romano
Qualche anno fa, presso la Fondazione Chiazzese, ho avuto il privilegio di presentare il primo numero della rivista “della Soaltà” diretta ancora oggi da Guglielmo Peralta, scrittore, critico e soprattutto poeta.
Guglielmo Peralta, durante la sua esistenza, ha saputo sposare l’attività letteraria, nata in lui già all’età di dodici anni, con l’impegno didattico proficuamente svolto nella scuola per tantissimi anni. Ma ciò che lo rende singolare è il suo elegante stile contraddistinto, da sempre, da un eloquente silenzio autorevole.
Quel silenzio che spesso spinge a scrivere poesie.
Certo, a prima vista la poesia tra le attività umane sembrerebbe la più inutile ed improduttiva. Eppure, senza la poesia non avremmo nessuna pratica di pensiero, nessuna filosofia, forse nessuna religione. Dunque è il senso poetico che muove l’uomo verso la ricerca speculativa di ogni realtà e verso l’ammissione della necessità del sogno.
Ed è proprio da questo riconoscimento che nasce il neologismo Soaltà, termine creato nel 1979 da Guglielmo Peralta, che sta ad indicare, come attesta egli stesso, una weltanschauung ossia una nuova “visione del mondo”.
Questo “neologismo”, questa “unione di termini”, per usare un’espressione di Lucio Zinna, questo “innesto”, non rappresenta soltanto un percorso di ordine letterario, ma piuttosto tratteggia una filosofia del linguaggio, una pratica di vita in cui confluiscono elementi estetici ed etici.
La rivista “della Soaltà” nasce da una profonda intuizione: la necessità di attuare attraverso l’autentica ricerca della bellezza la sognagione (stagione o piantagione dei sogni), ossia la capacità di fare del sogno una pratica che non rappresenti esclusivamente il nostro mondo onirico o la nostra dimensione interiore.
Di più.
Il sogno, dunque, non staccato dalla esistenza, ma come necessità della nostra quotidianità, sogno voluto, cercato e coltivato attimo dopo attimo.
“Sogno e realtà” insieme: Soaltà.
Quello proposto dal nostro autore non è un simpatico gioco di parole o un divertente diversivo linguistico, rappresenta piuttosto un importante atto comunicativo che invita allo stupore, all’incanto, allo scavo interiore, al colloquio profondo con se stessi e con gli altri.
In sintesi comunica e propone una inconsueta visione della vita, un modo diverso di guardare e contemplare “la liquida luce dell’est”.
E in tal senso Soaltà fa del nostro autore oltre che un pedagogista un vero poeta.
Egli propone, infatti, una condizione illuminante e insieme razionale, fortemente spirituale che riesce a creare o meglio ricreare un mondo, un’atmosfera, un sentimento, uno stile.
Poesia è bontà e bellezza etica ed estetica insieme, nel senso più alto del termine.
E Guglielmo Peralta oltre a proporci una importante pratica letteraria, con bontà e bellezza dona ai suoi lettori un sentiero da percorrere, ognuno secondo il suo modo di sognare. In fondo la Soaltà è una eventuale strada di riumanizzazione. E non è poco.
(Il testo è inserito nel volume “Scolpire il vento” - Collezione del Mosaicosmo n.6 - di Tommaso Romano, pubblicato nel mese di dicembre 2007 per conto dell’ISSPE)


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Caro Peralta, ho letto il suo libro di poesie (Soaltà). Esso mi ha messo davanti un mondo nuovo che non sospettavo, siccome vivente nella originalità, spesso ardita, del linguaggio e delle immagini che trascendono il reale nella realtà unica della forma che le esprime. Ne ho tratto il senso “nascosto” che è della celebrazione della poesia e della contemplazione della vita dell’uomo, della sua ricerca della verità che gli viene dal sogno e che lo fa “attore del sogno”, un sogno che lo sollecita all’azione (etica) e alla contemplazione (estetica) del mondo. Ma il libro merita altro approfondimento che, spero, potremo tentare insieme in qualche possibile incontro. Mi congratulo e l’abbraccio.
Suo
Giuseppe Cottone (Palermo, 4 Luglio 2001)


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POETICA E POESIA DI GUGLIELMO PERALTA
di Giuseppe Cottone
Poetica e poesia nel testo di Guglielmo Peralta non si contraddicono, ché la prima si scioglie nella seconda, in una parola che apre ‹‹ l’ale ›› al volo di una libertà non astratta, fuori cioè la realtà del poeta, ma è sempre inscritta in essa che egli sente in sé nascere e crescere nella dimensione interiore dello spirito e allargarsi oltre i confini del mondo, oltre quelle ‹‹ cose ›› che non lo catturano alla loro finitezza, ma lo attraggono al mistero della loro presenza ab aeterno sulla terra che ne trascende la materialità nel significato del nome. Di esso infatti è veicolo il loro linguaggio che l’uomo interpreta oltre e, forse anche, al di sopra dello scienziato, del filosofo, del teologo quando si ritrova soltanto poeta. In un tale processo la ‹‹ parola ›› diventa logos e il poeta l’artefice del suo universo che nasce e vive in essa e per essa. Seguire il farsi della parole è come assistere al miracolo della genesi delle cose stesse come dire del mondo, nel quale il poeta acquista la sua libertà creatrice che gli ‹‹ ditta dentro ›› la forma interiore dell’arte: “ e quando l’avremo liberata / sull’ultimo esile filo / essa rivelerà a noi / il suo segreto” (Angelus novus).
La polemica che dà tensione alla lirica si scioglie nell’immagine dell’‹‹ esile filo ›› che libera la parola dalla sonorità turgida cui l’aveva consegnata G. D’Annunzio, nonché dalla pesantezza intellettuale ungarettiana e dalla scarnificazione metafisica montaliana. Guglielmo Peralta, che ne avverte il fascino, cerca dentro di sé la ‹‹ forma ›› nei moti del core che la fantasia assume nell’atmosfera rarefatta del sogno. Nel sogno egli vive la sua vita, non nelle nuvole della sua irrealtà, ma nella parola che lo significa e lo restituisce alla realtà dello spirito che è più vera della realtà delle cose che mutano aspetto nello spazio e nel tempo che le consumano. Nasce di qui l’itinerario ritmico di una poesia che si dipana sul percorso terreno in cui è possibile, a chi è nato, di rinascere sotto un cielo che apra ‹‹ i suoi lembi / …sull’umana volta / …contro la culla vuota di Eraclito ››, nella speranza che tutti parlino la stessa lingua, quella del sole, cioè quella del ‹‹ fondamento che natura pone ›› alla nascita stesso dell’universo. In cui ipotesi e desideri riversano la tensione stessa dei vari linguaggi artistici della poesia, della pittura, della scultura, ecc., nell’unico linguaggio poetico, nel quale tutti s’incontrano come alle origini di una sinestesia che non è di parole, ma di cose che passano per le mani sapienti di vita dell’artista, quasi inumane, aliene, mentre anche sporche di terra e di colori, si snodano verso altre vite. È la spinta vitale che parte dal polso, le percorre come il vento passa nell’erba, ravvivandone la linfa: “Forse si rinnova / nell’immobile volo dell’uccello / l’oscura trasparenza della parola” (All’amico pittore).
Così, all’amico scultore egli chiede la parola di selce che, nell’artista, ha mani che operano silenziosamente a raccontare e ad affondare “nella vigorosa materia / che le lega all’evento” (All’amico scultore).
L’evento è il miracolo della creazione dell’uomo attraverso il giuoco magico delle mani che, anche per la scrittura, si affida al mezzo fisico della penna che il poeta evoca al suo primo servizio nella ‹‹ piuma di uccello ››, e che egli ora rivede “andar vaga di stelle / tra il sogno che trascrivi / ed il risveglio / che quasi per incanto ti sorprende / a decifrare / in improvviso volo il mondo” (Alla penna).
La lirica, dedicata alla penna, forse la più bella della raccolta, ma sicuramente bella, celebra il miracolo della parola vivente, del suo mistero chiuso e parvente nelle cose che essa crea e di cui il poeta si serve per dar corpo al suo sogno.
Il processo liberatorio della parola così si svolge nella metamorfosi del reale naturale nel reale fantastico che lo spinge a inventarsi parole sue, come soaltà che include, costitutivamente, una realtà, sogno-visione, tutta sua; e a ‹‹ liberare ›› le stesse parole dalla geometria della grafia tradizionale, per scomporne le sillabe al disegno di linee rette o inclinate. Le parole ora sono cose, ognuna è cosa del cosmo e, “dopo lunghi silenzi / l’uomo apprende il suo Canto…e parla/ Ed è parola il Cosmo che si svela!” (In volo di gabbiano).
Ancora le cose, che rivelano all’uomo il significato segreto del loro essere, a cui accede la coscienza per ritrovarsi ‹‹essere mondo››, nel “familiare linguaggio orizzontale” che ne abbracci lo smisurato perimetro, per sentirci capaci di rompere i lunghi silenzi del Cosmo, grazie alla parola del poeta. Emblematica di codesta esigenza esistenziale “a decifrare, in improvviso volo, il mondo”, è la lirica “Le cose”, in cui, sul fondale del proprio idioma il poeta avverte, come per se stesse mosse, emergere parole varie di altri popoli, a formare un impasto linguistico che la loro ‹‹ coseità ›› converte nella soaltà di un mondo umano senza frontiere, cioè senza più quella “sottile palpebra” che “s’interpone / tra le mani che scrivono / e le mani che scolpiscono”(All’amico scultore), cioè tra l’universo di Dio e il ‹‹ libro ›› dell’uomo.
(pubblicato sui “Quaderni Antologici -1”, dell’Ottagono Letterario, ed. ila palma)


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Di certo positivo è quanto sommuove – a livello emotivo – il neologismo: Soaltà.
A primo acchito sembra richiamare: l’indefinito e, immediatamente dopo, l’indefinibile. Di certo l’Autore è dotato di SINTESI: egli coniuga e congiunge due termini opposti di uno stesso quotidiano, estremi – equidistanti dall’uomo – da cui fare ripartire qualsiasi discorso etico ed estetico a cui dare o ridare un nesso deontologico (forse anche nuovo). Per un verso, apparentemente divertita sembra appalesarsi la frammentarietà di talune parole e, per un altro, del tutto seriosa, la colorazione di altre.
Nulla muta all’interno del neologismo. Ne intuisco la traiettoria.
Soaltà – postulato pluridirezionale, sottintende la masticazione di parole come adesione, comunicazione, incontro di unità o di entità…(Sublime = Spirito).
L’Uno e l’Altro, insieme, ricerca di parole che contengano lo specifico: il Senso dell’Universale, dell’Assoluto, della Storia…verso la convergenza: il Centro dell’Uomo.
Nino Balletti


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Coglie nel segno Giuseppe Cottone quando afferma che “poetica e poesia nel testo di Guglielmo Peralta non si contraddicono, ché la prima si scioglie nella seconda”. Nel poeta palermitano, infatti, la trattazione di carattere estetico non si priva all’occorrenza (in ogni caso, efficacemente) di metafore – per non dire di certi slanci lirici – che sarebbero di più stretta pertinenza poetica, mentre il testo poetico non disdegna talvolta toni di raziocinante discorsività.
In Peralta il poièin, per quanto possa essere tributario di illuminations più o meno rimbaudiane, è prevalente frutto di meditazione; questa, non di rado, va a sfociare in una contemplazione non esclusiva né permanente, anzi finalizzata all’azione quale effetto delle acquisizioni contemplative e della logica traduzione di quanto all’azione stessa può tornare utile, nella conduzione dei giorni. Nella poesia “Ad un bercana”, ad esempio, la trama e l’ordito del tappeto si fanno metafora del vivere nelle sue quotidianità e nelle sue sublimazioni: “In te contemplo / le segrete trame dei colori / mentre accogli / nella tua posa usuale / il silenzio dei miei passi / e mi pare un risveglio / questa vita / come quell’albero / intessuta nell’ordito”.
Una poesia nella quale (così come accade per i termini “poesia” e “poetica”) azione e contemplazione si richiamano e si chiariscono a vicenda, in una ricerca di conciliazione di opposti, che trova il suo fulcro nel superamento di ogni antinomia (non di ogni specificità) tra sogno e realtà e nel conseguente concetto di “soaltà”, in cui va a consistere l’asse della poetica e della poesia di Peralta: un termine che è assai più di un felice neologismo (un originale innestogramma, per dirla con Elio Filippo Accrocca) e che finisce per essere formidabile input creativo, chiave di volta nell’interpretazione del reale e visione stessa dell’universo (“Soaltanschauung”).
“Soaltà” è, come lo stesso autore chiarisce in premessa (ma anche, variamente argomentando ed esemplificando, in altri testi), un “innesto” tra sogno e realtà, mirato ad una realtà comprensiva del sogno, quale sua parte costitutiva.
Il famoso sintagma “La vida es sueňo” di Calderón de la Barca (a cui può collegarsi la considerazione shakespeariana “noi siamo della sostanza di cui son fatti i sogni”) si era capovolto, nel secolo appena trascorso, nel quasimodiano “la vita non è sogno”, per quel di più di realismo che la quotidianità esige, sacrificando ogni evasione fantastica, benché insopprimibile; Carlo Betocchi, tra le istanze della realtà e quelle del sogno, aveva dato preminenza alla prima (si ricordi la sua silloge del 1932 “Realtà vince il sogno”); Peralta pone in altro modo il rapporto tra i due termini realtà-sogno, tentando un percorso sinergico, nel solco del sinolo aristotelico, della sintesi hegeliana e così via. Un fondersi che non è un confondersi. Di questa “soaltà” il poeta si innamora a mano a mano che procede nell’identificazione di essa, nella rilevazione dei contorni e delle sostanzialità, finendo per considerarla divina, come la prospettiva per Paolo Uccello.
Attraverso la “soaltà” può tornare a rendersi praticabile il mondo in cui viviamo, che fin dagli anni giovanili era apparso al Peralta “dilacerato”: la sua precedente silloge poetica, edita nel 1969, intitolata “Il mondo in disuso”, vedeva l’uomo del nostro tempo “andare d’inerzia”: una umanità disorientata procedeva come attratta da un magnete (“il magnete ci attrae / senza che noi vogliamo andare avanti”). Ma c’era già, in quel libro, l’impulso a reagire a prepotenti forze esogene, a non subire negativi condizionamenti, come nella lirica “Tralascia di cercare”, in cui il poeta rivolge a sé – e comunque al singolo – spesso reiterandole, le incitazioni, che costellano il testo, a trovare in se stesso le spinte a non soccombere, a risollevarsi: “dissottérrati”, “EVADI EVADI”, “líberati líberati”, “ama e dimenticati”.
Il mondo è dilacerato e in disuso, insomma, proprio perché vive in termini dicotomici il rapporto sogno-realtà: una contrapposizione che appare inconciliabile fino a quando non si scopra che esiste una realtà del sogno, ovvero un’appartenenza del sogno al reale e la possibilità – vitale – che questo sia sognato, vissuto nel sogno, non per essere fuorviato ma potenziato. Diciamo che ne “Il mondo in disuso” c’era già, in nuce, il concetto di “soaltà” che l’autore svilupperà successivamente.
In questa nuova opera troviamo rinnovato (in “Senza musica”, ad esempio) il canto desolato per l’uomo contemporaneo che, ebbro di interconnessioni, ritiene di non essere più solo nel villaggio globale (che rischia di farsi “cloacale”) in quanto non si accorge di esserlo ancora di più proprio perché privato della stessa solitudine, in una relazionabilità virtuale: “E non c’è amore. E non c’è più / solitudine”. “L’uomo ombra è un gigante / a misura di pollici”. È la parola che può ri-destarci “allo spessore del tempo”.
Bisogna imparare a sognare, comprendere il sogno: è questo l’invito del poeta. Poeta è l’uomo che sogna, il quale non è affatto il sognatore con la testa tra le nuvole (secondo un’abusata e vacua immagine popolare), bensì l’uomo che ha imparato a sognare, a coniugare visione del mondo e mondo della visione. Il poeta è il cavaliere della soaltà, che impara a usare il mondo (impedendo che diventi “in disuso”). È un sogno, dunque, che va fatto ad occhi aperti (“vedere / a pieni occhi”, come in “Volo”) e con un maximum di veglia.
Sostiene Peralta che i sogni vanno non solo compresi ma coltivati: “Coltivo / nella piantagione /dei sogni / una stella / rubata / al sillabario celeste. / Tra costellazioni / di sillabe / nasce / la parola-cometa / ed è pianta / di luce / che tra cielo e / terra / fiorisce”. Così, ad esempio, in “Sognagione 3”. “Sognagione” è un altro neologismo dell’autore, concernente “la stagione del sogno e la sua piantagione”, così come, sempre agglutinando, “Bellagione” è l’incontro tra Bellezza e Ragione. Sottesa alla poetica peraltiana c’è una concezione mitica e profetica del poeta, considerato un battistrada, un precursore, in quanto capace di realizzare il mondo della soaltà servendosi dello strumento privilegiato della parola: la parola sburocratizzata, liberata, quale è appunto la parola poetica (poesia è, ne “Il canto della ragione”, “la cometa del mondo”). La parola “contro la gerarchia delle ore”, come in “Angelus Novus”: “Diamo libertà alla parola / riconduciamola / alla sua forma interiore / contro l’istituzione / Liberiamola / dall’arbitrio e dalla convenzione / dal suo satrapismo alla moda”. Parola poetica capace di racchiudere l’universo in poche sillabe (l’uni-verso, che si fa mitico come l’unicorno), in un circuito ascensionale, spiralitico (“cielo – sogno – universo – essere – infinito”), che trova la sua spinta motivazionale nella pulsione del poeta ad abbeverarsi d’infinito.
Sorge da tali premesse etiche ed estetiche la tonalità a volte messianica di questi versi, il loro andamento tra l’oratorio e il cantabile, con l’assunzione di un registro più colloquiale (fino ad elementi di dialogo teatrale) nella sezione “?uo vadis”. Ma in genere il modulo espressivo preminente della poesia peraltiana – il suo imprinting poetico, per così dire – è quello corale.
Una poesia fortemente propositiva, che può apparire, sulle prime, se non urticante, quanto meno provocatoria, per una sua insistita sapienzialità, che è invece ambizione di compiutezza. Si è che il mondo poetico di Guglielmo Peralta ha bisogno di essere penetrato nei suoi vari aspetti e lentamente assorbito, perché se ne possa avvertire il fascino e la forte carica di idealità che lo permea e lo anima.
Una poesia che, pur muovendosi nell’ambito della migliore tradizione novecentesca, ha saputo far tesoro di certe esperienze neosperimentali, comunque attentamente filtrate, dalle quali non è stata mutuata, ad esempio, perché non condivisa, l’espoliazione dei significati in un formalismo asettico.
Un poetare, infine, capace di farsi carico di valenze tanto più inaspettate quanto più il secolo ormai trascorso sembrava averle spazzate via come cascami tardo-romantici, vale a dire idealità, sentimenti, sogni, che qui riemergono non come appannaggio di scuole o di correnti, bensì quali dimensioni dello spirito, poiché tali sono. Ed è proprio all’alba della nuova centuria che tali istanze tornano a farsi vive, non in una sterile riproposizione, ma in una visione nuova, interpretate in sintonia coi tempi e, in proiezione, con le aspirazioni della contemporaneità.
Lucio Zinna
(prefazione alla silloge “Soaltà”, Francesco Federico Editore, 2001)


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NOTE CRITICHE E ANALITICHE ALLA SOALTÀ DI GUGLIELMO PERALTA
Tra il sogno e la realtà, c’è la S o a l t à.
Che non è lo spazio tra i due estremi capace di accoglier nel suo grembo l’elemento morfologico ma, secondo Guglielmo Peralta, un fenomeno dell’interpretazione e della traduzione semantica; cioè una trasduzione, vasta almeno quanto l’esperienza inconscia e astrale (Quella notturna), forse esoterica, fatta di visioni, di sogni, di desideri e premonizioni che, per qualche motivo che sfugge all’etimologia ed alla precedente storia dell’uomo, non hanno né un nome appropriato né una declinazione atta ad identificarne compiutamente il significato.
La Soaltà di Guglielmo Peralta è una rivoluzione semantica in fieri dell’intimo letterario; in definitiva anche un modo di poetare, ma anche di scrivere letteratura, nuovo, che si avvarrebbe di tutti i possibili neologismi idonei ad esprimere e a significare la biunivocità dell’esperienza alla quale la lingua ufficiale sottrae gli epifenomeni fondamentali che costituiscono quel substrato emozionale ancora non identificato ed effettivamente non detto, che invece secondo il Peralta è possibile considerare, e quindi identificato e conservato anche nel significato più etereo, salvandolo in quella struttura minima, ma necessaria per farlo esistere come parte di una possibile combinazione di radici e desinenze costitutive della ontologia soale; di quel neologismo cioè, idoneo ad identificare il substrato razionale che preesiste alla parola come un rumore di fondo inconfondibile, innestato nell’ipostasi di una radice o di una residenza di guisa che diverrà il neologismo che darà all’ispirazione vita propria esistendo come morfema completo.
Nella Soaltà di Peralta, il sogno,la visione, l’ombra di una immagine o il retrogusto di un sapore, un sentore, una premonizione o un dejà vu, un sentimento indistinto e originale, ognuno di questi epifenomeni è in attesa di essere scritto nell’anagrafe della Soaltà per elevarsi a singolarità, per essere adottato e trasfuso in qualche eponimo.
Perché nella Soaltà ciascuno di loro “é”. Essi “sono potenzialmente” la futura – ma ancora inespressa- parte costitutiva e distinta che vanta personalità, comprendonio e discernimento all’interno del neologismo. Di tutti questi predicati, il primo neologismo è la Soaltà, composta dalla radice della parola sogno e dalla desinenza della parola realtà fusi insieme nella nuova funzione soale, ancora non declinabile ma suscettibile di evoluzione.
Dunque, Guglielmo Peralta ha avuto quest’idea: fra il Sogno e la Realtà c’è la Soaltà Egli comprende che in ognuno di noi, purché abbastanza maturo da riconoscersi nell’originalità di siffatte emozioni, ci sono entità cerebrali indefinibili per assenza di vocaboli idonei ad esprimere esattamente la semantica. Questo linguaggio, sconosciuto in quanto non detto, sarà certamente intelligibile se il vocabolario soale troverà il giusto sfruttamento da parte dei creativi in genere, per l’uso e le attitudini che fecero e che sono, in senso lato la comunicazione, ma soprattutto la forza e la liricità della poesia.
E soale è ogni attrattore energetico della dottrina personale capace di strutturarsi in un lemma simbionte all’idea, fino all’innesto della forma, che oltre il pensiero o l’animosità di fondo, diventa metasememe. Come una Pupa diverrà Farfalla, anche la Soaltà attende di individuare la nuova relazione da intrudere fra le viscere del significato originale, dando la metamorfosi, operando la metasemìa degli eterei e cerebrali fantasmi della semantica che rischiano di dissolversi e sparire e morire ancora racchiusi in uno scrigno inviolato. Come un genio prigioniero nella bottiglia, le labili ombre latenti delle emozioni o le diafane tracce dell’ES aspettano di essere stuzzicate per erigersi di fronte al Sole e invadere lo spazio intelligibile.
Tutto sta a trovare il metodo che trasformi l’ipotesi in teorema, e che la sua applicazione faccia produrre neologismi idonei alla trasfigurazione di una congettura che non è ancora materia in cosa terrena, tangibile ai sensi ed al comprendonio dei terzi.
Un bel discorso, dunque. Con la Soaltà è giunto il momento di dare forma e significato a quella dimensione dell’esperienza della quale si avvertono contorni e gradienti, ma della quale non si conoscono i limiti; tuttora indefinibili fino all’agnizione.
Insomma, l’anima che s’avvicenda tra il sogno e la realtà cresce insieme al corpo che la contiene e fra gli errori e i successi dell’esperienza personale, essa fa sentire il suo magistero, offre i suoi servigi e dà i buoni consigli nella notte. A poco a poco si rinforza come un muscolo, fino alla maturità, corrispondente quest’ultima, a quella inconscia voce che sentiamo e che ha ripercussioni sul nostro modo di rappresentarci ed intendere la realtà, su come interpretarla. Insomma, tutta la nostra vita è un’esperienza soale; solo che non siamo stati educati a considerarla una parte (contempl)attiva della nostra esperienza, anche quotidiana. Quindi, Guglielmo Peralta si chiede: è giusto rinunciare ad una parte di noi? Che diritto abbiamo di escludere dalla rappresentazione lo s-guardo, di ignorare i frutti della sognagione, di meditare sulla realtà del mondo senza fare i conti con l’est di é-ste-ti-ca e gli orizzonti del cielogramma?
Allora, mi sembra che la Soaltà abbia i suoi paradigmi dove in nuce si rivelano alcuni moduli capaci di ingegnerizzare la struttura di un insieme dichiaratamente fàtico; cioè inerente al parlare, concernente il discorso e continuando di questo passo, con una serie di indicazioni che in grandi linee si riferiscono al condizionamento soale della comunicazione fra emittente e destinatario.
La Soaltà vuole la liberazione di questo magistero interiore. La Soltà vuole la significazione delle metatesi ed il suo riconoscimento fuori dalle paturnie, dalle latebre e dalle strettoie dell’incomunicabilità. La Soaltà produce neologismi dalle radici e desinenze delle parole che soggiacciono al trattino; quest’ultimo è un componente interamente soale della parola e non mero segno di interpunzione. Quindi, le implicazioni soali sono inevitabili e necessitano del loro linguaggio,del soalogo, capace di stigmatizzare in idee e configurazioni il nuovo mondo emotivo che si farà lingua, morfema, neologismo. La solipsistica Soaltà, è l’attitudine più propriamente poetica meno inerente all’etimologia della parola e molto di più alla storia dell’esperienza personale. Cioè, nuove semantiche e nuove significazioni. Perciò ogni neologismo soale nascerà per essere simbionte con l’esperienza da scriversi, esprimersi e divulgarsi lungo il tragitto grammaticale e sintattico più consono e più affine, empatico –direi- con le configurazioni interiori, propriocettive o egocentriche. Certo, prima di essere “bello”, la Soaltà è un discorso rivoluzionario, sovversivo perché frantuma, irrompe sulla conservazione dei concetti come un colpo alla griglia piena di biglie, causando la reazione a catena che sfonda l’involucro blindato della parola, di tutte le parole finalmente libere di ricombinare i propri atomi in nuove molecole dalle nuove qualità, dai nuovi significati, dalle nuove attitudini rappresentative, in una parola dalla nuova “epistemologia”. Da questo ricombinarsi, dunque, verranno la nuova lirica e la nuova comunicazione fàtica.
La Soaltà è lungi dall’essere un teorema. Essa è tuttora una ipotesi che pilota grammatica e stile alla scoperta dell’entronauta che ancora non ha reagito e non si è espresso sulla congerie di potenzialità del linguaggio e della scrittura soale. Praticamente un canone all’interno di paradigmi polisemici che (potrebbero) permutano all’infinito miscele di parole, radici e desinenze. Perché la Soaltà di Guglielmo Peralta connota gli attrattori della nomenclatura soale per la quale fa produrre e pubblica una sorta di “cronache” propedeutiche alla stura di una messe infinita di neologismi che esprimano la rinnovata e/o rivoluzionaria semantica. Manipolazioni verbali, mixturae idonee alla creazione apollinea di artifizi linguistici e grammaticali utili a imprimere nuovi significati e novella semantica ai vocaboli; un’altra icasticità spontanea dai motivi neofiti, insiti e inconsci espressi dalla sintesi sogno-reale per catacresi, eterosemìe, metasemìe, sinalefe, apodissi, sìncrasi, sinafìe, allosemìe, eccetera. Dalle protasi alle aferesi, comprese le metabasi ipotipiche e le metabole allusive, purché scaturiscano emozioni propriocettive e/o egocentriche, certamente originali e capaci di una struttura minimale e statica. In una parola ipostatizzare. Nella formazione dei neologismi, è facile intravedere, o peggio, intuire l’uso del chiasmo nella accezione di antimetabole: artificio linguistico e di stile usato per la costruzione di frasi programmate o di enunciati ad effetto. Ecco, sarebbe un errore ed anche una discriminante faziosa, dare forfait in una maniera tanto riduttiva e manichea. Ciononostante è bene ribadire che il lettore non va spinto fuori tema e che, quindi, è d’uopo inuzzolirlo delimitando l’azione creativa dello scrittore o del poeta entro la deontologia della Soaltà che non informa per trasformare la parola in uno slogan, bensì per affermare la nuova semantica rappresentativa del sogno e delle temperie, nel senso di immaginazioni e fantasie che fondendosi con l’immanente, risolvono nella personalissima interpretazione della realtà; soalmente insieme in un tutt’uno distinto, significante e propedeutico.
Tentando la definizione (compito difficile a dire il vero) la Soaltà diagnostica le sinergie semantico – letterarie fra le parole e il mondo. Cioè, una vera e propria ergonomia linguistica dai fini esegetici che produce termini soali o neologismi semanticamente perfetti. In generale, le regole per la costruzione di un vocabolo soale, esistono già nella disciplina analitica e logica che approda al costrutto soale nella serietà della sperimentazione che lo contraddistingue. Solo così il termine appena coniato potrà difendersi contro il qualunquismo allertante e dissacratore.
A questo punto, niente è meglio di un esempio. Il seguente enunciato è del grande matematico Henry Poincaré che elogiò la natura e l’attenzione ad essa rivolta dagli scienziati con il seguente ed importante aforisma che è un eccellente esempio di approccio contemplativo capace di stregare e di affascinare il comprendonio assetato di curiosità, pronto a corrispondere gnomee e apoftegmi: «Lo scienziato non studia la Natura perché è utile farlo; la studia perché ne trae diletto e ne trae diletto perché la Natura è bella. Se non fosse bella, non varrebbe la pena di conoscerla, e se non valesse la pena di conoscere la Natura, la vita non sarebbe degna di essere vissuta.»
Ma c’é un però; nel senso che nel caso della Soaltà le apodissi soali non derivano da proposizioni complete (soggetto, verbo, complemento), ma si configurano come parole uniche derivanti dalla combinazione di scomposizione e ri-composizione di parti di parole stralciate da un originario “corpo” il quale, ingravidato con le nuove “inferenze dal contenuto semantico”, darà luogo al neologismo soale.
La monografia di Guglielmo Peralta è un modulo che è nato, come dice lui stesso, per essere disponibile a integrazioni capaci di costruire innestogrammi; cioè, annettere ad una radice specificatamente volitiva-emotiva una desinenza più realistica-empirica. Scritta così, in effetti, sembra facile... La monografia paeSaggi della Soaltà n.0 consta di circa una ventina di termini soali (es.sognagione;soalogo;cielogramma;esterienza; est-etica; innestogramma; etc...) e la sua pubblicazione ha dato lo spunto a questo mio commento, giusta la necessità di superare velocemente le frontiere dell’indifferenza, ma soprattutto quel timore irriverente verso le idee nuove che stuzzicano i sentimenti tossici, l’invida, i pettegolezzi che seminano ostracismi. Invece, credo che lo slancio culturale del poeta Guglielmo Peralta sia un impeto sincero, meritevole della considerazione pubblica e di una presa di posizione dottrinale. I paeSaggi della Soaltà, come leggiamo nella quarta di copertina, è una ri-vista di poesia modulare: un nuovo modo di “vedere” e di fare poesia, nel senso ampio del termine, con l’occhio costantemente orientato verso il luogo dove essa si “manifesta” col suo volto unico ed autentico, prima di mondanizzarsi ed assumere volti di-versi. La modularità vuole essere qui, un discorso monografico, una raccolta di moduli o di paeSaggi che si aprono di volta in volta sui “campi” dell’arte, della filosofia, della letteratura, della poesia, del teatro e che si sviluppano a partire dalla “soaltà”, un pensiero che di-scorre per immagini.
Possiamo comprendere perché è stato necessario attendere che Peralta ci chiarisse il significato di Visione in quanto S-guardo che con-cepisce o che per-cepisce o re-cepisce la visione interna di uno s-guardo esterno e rivoluzionante. Altresì, ciò significa che la monografia consegna all’attenzione dello studioso una visione della realtà ed una della verità consentanei al neologismo soale, alcuni iperborei rispetto al significato precedente all’innestogramma. Lungi dall’essere il predicato di un oggetto comunque pittoresco o pittorico, il paeSaggio è uno s-tra-passo oltre la visione; cioè oltre l’incontro dello s-guardo con l’empirico potere primordiale della Natura capace di sovrastare l’immediatezza estetica e tangibile ai sensi. Di guisa che sarà possibile ottenere costrutti matabolici (da metabola, cioè “cambiamento”) dai morfemi (elementi formali che conferiscono aspetti e funzionalità alle parole e alle radici) coniati senza scopi ritmici, che non modificano, cioè, la cadenza alla lettura, bensì per il fine soale di affermare il nuovo significato tramite l’artificio ortografico. Leggiamo insieme la lapidaria definizione del Prof. Guglielmo Peralta sulla sua rivista: della Soaltà è una ri-vista di poesia modulare -omissis- La modularità vuole essere qui una raccolta di moduli o di pae-Saggi –omissis.
In altre parole, il termine Paesaggio ha il suo omofono (cioè dello stesso suono) ininfluente sul ritmo, nella rivisitazione soale della medesima parola composta questa volta, da due sole sillabe, dato che pa-e-sag-gi è trasformato per sinalefe e per sincrasi in pae-saggi. La differente semantica dovrebbe intuirsi subito chiara. L’artificio stilistico e ortografico è sufficiente per cambiare il significato dell’originale parola, tale che l’omofono pae-saggi altro non è che l’inaugurazione semantica degli “elementi meditativi nella visione di un saggio”. Dunque, una vera e propria iperbole rispetto al significato originario. Siamo di fronte ad una rivoluzionaria catarsi eterodetta e formativa anche di un metalogismo. Il fatto è, che come diamo per possibile la trasformazione semantico-soale del termine “paesaggio”, dobbiamo supporre la trasformazione di qualsiasi altra parola suscettibile di sinalefe e sincrasi; ...come potrebbe accadere, per esempio, alla parola “sudore” trasformata nell’omofono sud-ore. Come è facile intuire, una nuova parola completamente rivoluzionata nel suo significato e anche, dal mio punto di vista analitico, contemporaneamente un metalogismo paratattico.
Tuttavia, ogni poeta o scrittore o artista decida di sperimentare personalmente i paradigmi della Soaltà e della modularità a cui si riferisce, senza nulla togliere alla genialità della catarsi semantica, dovrebbe farsi promotore di una legenda utile a disciplinare e indirizzare verso la giusta interpretazione del neologismo soale, contenitore anche di metalogismi più o meno dichiarati, ma intrusi nella parola suddivisa in “parti” ( radici e desinenze) in “misure” (aggiunzioni, sottrazioni, iati, sinalefe, sineresi eccetera) e “forme” (neretto, minuscole, maiuscole, apostrofate o tra virgolette, unite o divise a seconda dei casi da trattini) comunque utili alla coniazione di un neologismo o di un metalogismo cooptante il significato soale, prodotto che dovrà essere coerente con il contesto poetante e con la struttura dell’opera. Ripetendo, qualsiasi sia il genere di riferimento, poesia, teatro o letteratura, è dovere dell’Autore fornire le indicazioni necessarie all’intendimento corretto anche dell’opera finale nel suo complesso. Insomma, l’opera dovrà risultare un insieme coerente, frutto dell’applicazione ortodossa di siffatti moduli poetici, lirici, narrativi e scenografici innovati dall’ingresso trionfante in una realtà soale.
Come leggo, alcuni fra questi, come me già aderiscono all’idea di questo processo “in itinere” che risolve dagli innestogrammi, sinalefe, sincrasi, metasemìe, metaplasmi, eccetera.
Quando gli artisti della Soaltà, cioè i poeti, gli scrittori, i prosatori, i dramaturghi e gli attori saranno conquistati dai suoi paradigmi, ci sarà da risalire un fiume sfingeo fino alla scaturigine, sino ala fonte deontologica. La cosmogonia di Peralta è per questo una e-utopia - di pace e di serenità nello scambievole integrarsi di memi e morfemi. Cioè i vettori mediali di questa fusione tra astrale e realistico che tende alla quadratura di un cerchio vitalistico, animato dal tropismo della Soaltà sistematicamente impegnata nella ricerca di verità più complete tratte dalle sinergie che scaturiscono dall’incontro tra anima e corpo.
Una tesi difficile, sembra. Ma posso garantire che percorrerla è già più semplice; nel senso che l’azione del fare, la semplifica. Non si tratta di una “lirica” che rifletta sull’Infinito, ma di una azione capace di ridurre l’Infinito entro i margini di una struttura paradigmatica, contemporaneamente disponibile all’attenzione esoterica e a quella dei sensi. I matematici e fisici spesso sono costretti a ridimensionare l’Infinito per teorizzare matematicamente un cronotopo: la chiamano “normalizzazione”.
Entrare insieme alla Soaltà nelle dimensioni che furono della mitologia, soprattutto greca, attraverso moduli e canoni moderni, è una cosa che preoccupa e provoca ansie, dissidi, sospetti e suggestioni. Ma basta cominciare per comprendere che si tratta di false paure. Guglielmo Peralta è seriamente propenso a fare della poesia modulare una dottrina sociale, perché la parola non basta, i modi, i tempi e le declinazioni sono insufficienti ad affermare la coscienza migliore e ad abbattere il nichilismo contemporaneo. Senza la Soaltà, le relazioni sociali sono destinate ad inaridirsi sempre più. Le guerre, la tortura, la pedofilia, la giustizia inconcludente e la legalità autoreferente, la pletora religiosa, lo sciovinismo femminista e il revanscismo tribale, dimostrano che l’umanità intera soffre del vuoto platonico come la noosfera è vacante d’iperuranio; che la sconfitta delle idee domina incontrastata il necrologio degli intellettuali e che la tecnologia è un tipo di progresso incompleto perché disumanizzante. Giorno dopo giorno questo stato di cose si complica e peggiora: si fanno a pezzi bambini, i genitori non hanno più il conforto della patria potestà e lo sciovinismo femminista è di tale veemenza da incarnare la vendetta secolare delle donne sull’uomo; i froci sono nei governi; dopo il socialismo reale, oggi l’oppio dei popoli sono l’ignoranza, la povertà e la malattia; che il Pianeta è distrutto dall’eccessivo sfruttamento delle risorse e che i cosiddetti beni comuni fra pochissimo faranno parte dei listini prezzo come è già l’acqua dolce; che le prossime guerre si faranno per l’acqua e che l’assenza di acqua sarà l’attenuante cosmica allo stermino e al genocidio prossimo futuro; che l’istruzione e la cultura vanno diluendosi nella globalizzazione delle identità e che tutto il pianeta brucerà nell’effetto serra che scapita il Sole e il potere apotropaico della luce sulla Natura-Biosfera. Tutte cause dell’unico epilogo possibile: il soffocamento della fiamma vitale.
Non ci resta che ri-scoprire le giulebbe dell’umanità. Ogni formula e ogni tentativo è degno di questa specie e di quei pochi che sono ancora degni di rappresentarla. Di scuse ce ne sono tante, di tutto e di più. Ma il male resta, e la sua sconfitta è sempre nelle verità che hanno fatto la carriera dell’uomo e l’orgoglio dell’umanità. Di tanta intelligenza attiva, invece del giubilo alla pace e alla serenità dei popoli, dobbiamo accontentarci dei Premi. Come disse Jorge Luis Borges «L’intelligenza può far male ai simili solo per distrazione, ma è certo che dispiace sempre ai cretini.»
L’uomo contemporaneo non è nostalgico delle sue conquiste migliori, tutto è contro il pensiero e contro l’intelligenza e anche il potere complotta sistematicamente contro le cose dell’uomo e del genio.
Marcello Scurria
pubblicato sul supplemento della rivista "Il Convivio", Aprile 2009


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Singolare libro poetico quello di Guglielmo Peralta che rispetta con assoluta pienezza l’intento dell’autore di inaugurare degnamente con esso il nuovo secolo e millennio sulla linea fondamentale di una realtà sublimata nel sogno (donde il neologismo del titolo “Soaltà”).
Peralta dispone in effetti di un’eccezionale capacità di nominazione, il cui potenziale è chiaro in tutta la raccolta.
Questa la motivazione del 2° Premio (Fiorino d’Argento ex-aequo e assegno di 250,00 Euro) attribuito a:
GUGLIELMO PERALTA per il volume
“SOALTÀ”
Francesco Federico Editore- Palermo 2001
(XXI Premio Firenze, sezione A – Poesia edita)


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La poesia di Guglielmo Peralta
(prefazione a Sognagione)

La poesia di Gugliemo Peralta pone non pochi problemi interpretativi, costituendo la diretta espressione di un "sistema filosofico" elaborato dall’autore, le cui linee essenziali sono esposte nel numero uno della rivista da lui stesso curata "della Soaltà", termine quest’ultimo che ha già dato il suo titolo ad una raccolta di testi poetici, pubblicati nel 2001 dalla casa editrice palermitana "Federico".
In tempi in cui i poeti scrivono spesso al di fuori di ogni elaborazione consapevole di poetica, il fatto che i versi di Peralta siano inscindibili da essa, significa trovarsi di fronte ad un autore che "sa" cosa dire perché ha elaborato una visione coerente del mondo, alla quale ha anche prestato una terminologia originale, che sarebbe inutile e fuorviante volere spiegare sulla base dell’etimologia ufficiale, poiché, invece, poggia su una rete di relazioni analogiche, di sovrapposizioni concettuali, di accorpamenti di parole e, perfino, su una sorta di procedimento sillogistico operato sui significanti, da cui germinano nuovi e sorprendenti significati.
In questa silloge, titolata "Sognagione" che è appunto uno dei neologismi coniati da Peralta, che lo spiega come "piantagione ( o stagione) dei sogni", l’autore ha voluto tipograficamente evidenziare, all’interno d’ogni testo, con il colore blue, quei termini tratti proprio dal suo "manifesto poetico", probabilmente allo scopo di indicare al lettore le giuste chiavi di lettura, rimandandolo alla sua enunciazione teorica.
E’ una scelta che dà forza a quanto si è detto finora: è come se l’autore si sia dato il compito di costruire intorno ai nuclei portanti della sua "soaltanschauung, così come la chiama, la sua scrittura poetica, così che, come già ha scritto Giuseppe Cottone, "la prima si scioglie nella seconda".
Quanto detto potrebbe far pensare ad una macchinosa costruzione, se la soaltanschauung di Peralta non coincidesse con un’accensione spirituale ed una vibratilità percettiva che volta per volta investono l’atto creativo. E’ da questa tracimazione del cuore e dell’intelletto che si dipartono i neologismi, i quali trasformano la realtà in sogno ed il sogno nella realtà interiore, quest’ultima incorruttibile avendo come stoffa non la labilità dei sogni shakespeariani, non la incoerenza e la frammentarietà dei sogni notturni, ma i valori più alti dello Spirito umano.
Altrimenti non si spiegherebbe la qualità mistica di un lessico poetico che attinge ampiamente a quello evangelico, costruendo un ardito parallelismo tra la funzione messianica del Cristo e quella del Poeta, che raccolgono entrambi "la tragedia del mondo" per purificarla con un atto d’amore, che passa attraverso il sacrificio della croce.
Molti simboli del Cristianesimo, molte immagini, tratte dalle parabole del Vangelo, descrivono il gesto poetante e la sua offerta di bene e di bellezza come quella del vignaiolo, che, dopo avere curato la sua vigna, raccoglie una gran quantità di grappoli perfetti, o del seminatore che ammassa nel granaio messi abbondanti, alludenti entrambi alla produzione dei versi, che vengono offerti ai lettori come pane e vino, ricalcando l’episodio evangelico dell’istituzione del sacramento dell’eucarestia. C’è anche in questo offrirsi del poeta "in pasto" ai suoi lettori un’allusione al mito di Orfeo, cantore sublime ed eterno del suo amore per Euridice, che viene fatto a pezzi dalle Menadi e gettato nell’acqua del fiume, per poi trasformarsi nella costellazione della Lyra.
Dunque Peralta sacralizza il poeta e la poesia, investendoli entrambi di quel compito rivoluzionario proprio delle cose sacre, nel momento in cui si innestano nel mondo, mutando la vista in visione, il buio in luce, l’interiorità in visibilità, il sogno in cose, le cose in sogno, fino a che, come scrive lo stesso autore, " lo s-guardo e il sogno incontrandosi ‘dietro le quinte’, si toccano sulla scena e dileguano nell’unità della visione.."
Un altro simbolo, più che biblico, archetipale è quello dell’albero che produce frutti, definiti da Peralta "sonori", in quanto, ovviamente, hanno la funzione di indicare i versi secondo l’uso di una metafora, che bene si inserisce all’interno di una costruzione allegorica: il poeta è l’agricantore che coltiva il campo della sua interiorità, nutrendo sogni che come alberi producono frutti , cioè versi, in grande quantità, così da potere essere donati a quanti l’ascoltano imparando da lui a coltivare i propri sogni e a trasformare il mondo in un Paradiso.
In questa idea di poesia si innesta l’atteggiamento polemico di Peralta, non troppo rilevato, seppure ben manifesto e ripetuto, verso quanti la seminano al di fuori del campo dello spirito: "in verità non c’è posto / per la fioritura / dove l’albero è secco / e mette radici di pianto" (in La luce buona del giorno), persuasi dai nuovi "eroi virtuali / della fucina di carne e d’acciaio / ove si consuma / nel sacrilego rito della tecnica / l’oro della Bellezza", (in Nel divino splendore).
L’invito che l’autore rivolge agli altri poeti d’Oriente e d’Occidente affinché si rigenerino, realizzando la svolta con l’aprire "il cammino / sulle orme del sogno" non solo dà la misura dell’intensità con cui egli sente la necessità di una palingenesi universale, ma soprattutto ribadisce la volontà di costruire un progetto comune di rinnovamento del mondo, affidato soprattutto ai poeti, che ricorda in qualche modo l’utopia platonica, e anche il convincimento di Dostoevskij che sarà la Bellezza a salvare il mondo.
In fondo è il ritorno, ma rivisitato alla luce dell’etica cristiana, della perfetta corrispondenza di buono e bello di memoria greca, come valori portanti del fare poetico e dell’arte in genere. Così etica ed estetica coincidono e a maggior ragione per un poeta come Peralta che, trasformando anche le parole in alberi di sogni, che nutrono frutti sonori, può scrivere: "L’est è la radice dell’est-etica. Nella sua luce cresce e s’innesta la nuova pianta dell’etica", laddove per est egli intende sia il punto cardinale che vede il sorgere della luce, sia la voce latina dal verbo esse, cioè "la voce dell’essere" ed il "grande Oriente del mondo", (in n° 1 della rivista della Soaltà).
Letto il libro nei suoi nuclei tematici, bisognerà scoprire se esso regga bene il giudizio estetico, se il pensiero che lo nutre abbia trovato una piena espressione poetica, che è poi ciò che lo collocherebbe all’interno della storia della letteratura.
Certamente l’originalità concettuale di questa poesia, le assicura già un posto privilegiato nello scenario letterario contemporaneo, ma questo pregio non sembra affatto rimanere l’unico. Anche a chi non dovesse essere un conoscitore della sua "soaltà" il libro è in grado di donare altre gioie ed incanti, legati alla raffinatezza del lessico, alla gradevolezza dei suoni, alla costruzione efficace dei periodi e alla sua compattezza espositiva che ne fa un sorta di poemetto, caratterizzato dal ripetersi di molti echi interni e, come si è già osservato, dall’abbondanza dei neologismi, tutti velocemente spiegati nelle note a piè pagina.
"Sognagione" resta, comunque, un libro mistico ed iniziatico, che può leggersi secondo vari livelli interpretativi, un po’ come la Divina Commedia, a cui si accenna nell’ultimo testo, e per spiegare lo spirito di ascesi spirituale che lo caratterizza, e per fare passare l’idea di un’iniziazione degli spiriti grandi e buoni per la costruzione di un mondo diverso che sempre più s’avvicini al regno del Paradiso, sazio di quella luce che mai non muore e che più volte circola tra i versi di questa silloge, (così come nell’ultima cantica del poema dantesco). Il simbolismo della luce, termine tra i più ricorrenti nei versi di Peralta, si allaccia in modo evidente alla mistica cristiana, dal suo inizio fino ai prolungamenti più tardi, e forse, più vagamente, anche a quella orientale. Ritengo, tuttavia, più probabile che tale simbolismo, più che per derivazione diretta (Eckhart, Böhme ) provenga a Peralta attraverso il filtro della poesia stessa, da Dante a San Giovanni della Croce, da Hölderlin a Novalis.
In modo particolare l’idea della notte come prefigurazione della morte, passaggio obbligato dell’anima verso l’unione mistica con la luce celeste, (così che la luce del giorno si rivela vanità ed inganno ed il buio della notte-morte si converte in luce e visione), ricorda, infatti, i versi della "Notte oscura" del mistico spagnolo, come anche "Gli inni alla notte" di Novalis, che in essi volge il suo sguardo verso "la santa, l’inesprimibile, la misteriosa notte".
Ma è soprattutto il progetto poetico-filosofico di Peralta a rimandare a Novalis ed al suo "idealismo magico", secondo il quale il poeta tedesco affida alla poesia il compito di spiritualizzare la materia, in modo da "trasformare i pensieri in cose e le cose in pensieri", di operare la fusione fra sogno e realtà, battezzata da Peralta come "soaltà". In questo modo la poesia diventa "l’autenticamente, l’assolutamente reale", il viaggio iniziatico che conduce il poeta verso il cuore dell’essere, così da trasformarlo in una sorta di divino veggente, capace di rinnovare il mondo e restituire all’umanità la sua "infanzia", il suo "tempo sacro", quelli annunciati da Cristo.
Benché si tratti di un ritorno all’idealismo magico di età romantica, il progetto di Peralta appare ugualmente rivoluzionario, sia dal punto di vista etico-spirituale, in quanto innestato nella temperie di decadenza spirituale e di corrosione delle cose divine del nostro tempo; sia dal punto di vista letterario, in quanto del tutto solitario all’interno della produzione poetica contemporanea; e, inoltre, rende testimonianza all’integrità morale e spirituale di questo poeta che sa coltivare ancora il sogno e dialogare con la sua anima.
Franca Alaimo


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SOALTA’: DALLA FUSIONE DI SOGNO E REALTA’. UNO SLANCIO CREATIVO PER GUGLIELMO PERALTA
La poesia di Peralta non percorre gli ordinari sentieri della denuncia della crisi dell’uomo contemporaneo, né si adagia in un lirismo tradizionale della natura contemplata attraverso emozioni e sentimenti, né ancora si lascia tentare dalle consuete dimensioni della memoria, del dolore e dell’autobiografismo, ma cerca di intraprendere le nuove strade della "soaltà". Lo stesso autore definisce questo termine come "un neologismo nato dalla fusione di sogno e realtà. Essa è, inoltre, una parola eponima, perché dà il nome, un nome unico, definitivo a quella regione profonda e misteriosa che chiamiamo…realtà interiore…" […] In conclusione la poesia di Peralta è una profonda ricerca sul significato dell’esistenza che – contrariamente al destino del pastore errante leopardiano – non si chiude nel non senso, ma trova sbocchi positivi nella trasformazione della soggettività interiore nel mondo, visto come risultato dell’idea e del sogno.
Michele Miano
(Pubblicato su Storia della Letteratura italiana. Il secondo Novecento, vol. IV Guido Miano, Editore, Milano)

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