Saggistica

L’ARCHITRAVE DELL’EREMO: IL SILENZIO EDIFICANTE IN “EREMO SENZA TERRA” DI TOMMASO ROMANO

Tra l’urgenza e l’attesa incede la morte…l’essere recede

La vita che “scorre” nel suo letto quotidiano e che s-travolge i sogni dell’uomo senza mai cambiare corso, sembra contraddire al proprio istinto di rinnovamento, alla propria natura fuggiasca e irrefrenabile, condi-visibile da tutti al primo sguardo, senza mistero per nessuno.
Che non ci si possa bagnare due volte nella stessa acqua è un’ “osservazione” tautologica prima ancora che un pensiero da con-fermare. Che tutto scorra verso un destino inevitabile, che la vita sia travolta dal suo stesso corso naturale con la bellezza delle sue albe e dei suoi tramonti, con i suoi incantevoli paesaggi, col suo carico d’ore sempre più fugaci, è un dato oggettivo troppo evidente per non meritare lo sguardo attento del pensatore o del poeta e così acquistare, grazie a questo sguardo, una più profonda coscienza di sé.
In nessun modo la vita può rinunciare a questo stato di veglia, né abdicare al destino ineluttabile, perché proprio questo destino le concede di “risvegliarsi”, ogni volta, nelle rêveries dei suoi sognatori.
Questa vita che canta e si esprime in tutte le lingue, che conosce bene la caducità e i limiti della sua natura mortale e che s’interroga sul principio e sulla sua ultima destinazione, o che scava in profondità nei meandri tortuosi dell’anima, nelle vie più segrete del sottosuolo; questa vita così epocale che edifica, da sempre, i sogni e la memoria dei suoi poeti, resta “immobile” e senza riscontro nella quotidianità delle azioni (o inazioni) umane, nella ripetizione del gesto che la respinge e la ignora, che la rattrista e consola, o la prostituisce nell’uso della compravendita.
Questa vita dell’ èthos senza etica, delle maschere senza volto, e non quella della natura misteriosa e vera, divinamente tragica e involontaria, è un “luogo” d’esilio scavato nell’uomo, nella sua anima “snaturata”.
È questa vita, per Tommaso Romano, l’ “Eremo senza terra”: il deserto, immobile, nella grande oasi dell’altra vita che scorre, in parallelo, con i sogni sempreverdi dell’uomo che ha compreso e che non rinuncia, perciò, a de-cantarla. È a quel “luogo” di profonda solitudine, perché privo di humus, di humanitas, che il nostro poeta si volge con l’originalità di chi va oltre i topoi del canto rivolto alla terra: sia essa phýsis, principio generativo, di crescita e corruzione, sia natura materna o matrigna, degna, perciò, di lutti o di lodi.
Edificare la vita che pende sull’incomprensibile abisso dell’ «esistente»(1) (ex-sistente), fuori cioè della natura autentica dell’essere, significa, «nel cuore/pensiero»(2) di Romano, porre fine all’esilio, fare dell’Eremo la terra “promessa” nella quale approdare, fuori dalla «quotidianità» e dalla «domestica apocalisse»(3), con la fatica ostinata dell’uomo, temprato dalle necessarie «odissee perigliose»(4) e dalle tante soluzioni differite dentro la memoria e i sogni da poeta.
In questa profonda corrispondenza tra «cuore/pensiero», che rivela l’identità tra l’uomo e il poeta pensatore, sta il valore del dettato poetico di Romano, in cui l’Evento della poesia come esperienza vissuta è ricerca operosa del cambiamento, volontà architettonica che suggerisce e sollecita quella scelta edificante.
«Pensiamo a vivere» è il richiamo dell’uomo e del poeta che cor-risponde al canto della vita quando nell’uomo essa è appena un lucore («anestesia del tramonto») o sporge indurita nel suo «cupio dissolvi», o soprattutto quando chiama, nel cozzo delle parole, alle sue elevate armonie(5).
E qui, su queste «cime azzurre d’organo»(6), l’Eremo (non il “deserto”, ma il luogo, questa volta, «invisibile/ alieno da muri/ in luoghi di chiarore/ senza terra»(7) ) innalza la sua architrave facendosi opera, progetto in vista di una dimora. Nell’arretramento del “deserto”, la vita può ritrovare le fondamenta in quest’Eremo che la sovrasta e che può dare «certezza» alle «promesse mancate di grandi dimore»(8) togliendo così ogni provvisorietà e ogni d-annosa rassegnazione.
Questa visione edificante di Romano muove dalla «certezza/ di un archeologico desiderio incompiuto»(9), sepolto nella memoria biologica, scavato nell’abisso del tempo e della luce senza principio su cui sporge l’ Eremo mostrando a «squarci» la sua «architettura virtuosa»(10). E tale è l’opera che il nostro “tèkton” disegna sul progetto interiore. Ed è questo disegno a-venire la vera opera che lo impegna faticosamente nella sua costruzione(11) ed è ciò che la scrittura poetica vuole realizzare.
In questa architettura circolare, la poesia si pone in proiezione. E così (nell’ottica del desiderio e dell’intenzione) essa è l’Ereignis che ac-cade fuori da quell’Eremo (che è lo spazio dell’interiorità) e che si dà come Erlebnis fuori dallo stesso «vissuto» costituendosi, essa stessa, come Eremo: dimora visibile e habitat naturale per tutti gli uomini.
Questa irruzione della poesia nel quotidiano lasciarsi vivere dell’uomo, quest’Evento meditato che è passaggio dall’invisibile al visibile, dall’ “Eremo senza terra” al suo costituirsi come luogo e dimora terrena, è il centro attorno a cui gravita il corpus delle opere di Tommaso Romano e nel quale si coglie quel volere di quest’opera, in particolare, che è il wollen intenzionale del poeta, che nell’ontica istanza del trascendimento dell’economico e dell’effimero nel valore permanente dell’etica sociale si tramuta, superandosi, nel sollen che è il dovere essere del mondo e per il mondo.
Non c’è moratoria dei sensi in quest’opera edificante. L’Eremo non è un rifugio della mente, non è luogo di fuga; semmai di partenza e di ricerca e, al tempo stesso, meta già (contr)as-segnata in
quella sommità architettonica da cui s’indovina l’intera costruzione. Qui è lo spirito operante che fissa in terra la sua dimora visibile e smette di viandare per accompagnarsi «cantando/ a quel Cristo crocefisso/ (…) che vive senza orologi svizzeri»(12).
Questo spirito familiare r-accolto nel tempio dell’interiorità, dove pure è straniero e solitario, si fa accogliente come la “vecchia” casa del poeta: la casa della memoria e delle illusioni, della prima scrittura e degli affetti familiari; il “nido” dove «ogni cosa» torna a respirare in sintonia con l’universo, e dove ha senso la vita che si sfoglia come il «libro delle ore»(13) ascoltando e attingendo l’ultima liturgia nell’Eremo/Canto, nell’attesa che questo acquisti la terra conquistandola e sia mondo che ognuno possa riconoscere e giudicare in-distintamente come opera propria, come vera dimora.
Il Canto, dunque, la Poesia è la residenza che dà luce e stabilità alla vita dell’uomo e che, contro ogni insano desiderio di fuga, ne accompagna il cammino: «il ripiegare nel lungo viaggio interiore/ senza additivi e droghe ipocrite/ alla ricerca di un segno/ di un limpido segno/ che meriti il sole/ di un qualunque domani»(14).
Da questa residenza religiosamente agognata, sempre cercata con la logica del cuore, il nostro poeta sale al romitaggio in cerca della parola aurorale che nel “sogno” lasci vedere, contro le «cieche opinioni», il “principio”; che parli decisa e lo denomini in modo esatto ed univoco («per queste verità/ che non ho deciso ancora/ se definire a me stesso/ totalità, demiurgo o…Dio»)(15). E questo “principio” (arché) fa dell’architrave l’elemento architettonico che può rifondare l’umanità, permettendo così all’Eremo di stabilire, su questo “terreno” ritrovato, la sua dimora nel mondo.
Sopra questa sommità si levano i pilastri della nuova residenza, e il mondo che così si costruisce nella consapevolezza del rovesciamento, è il mondo che col poeta decide «di chiudere gli occhi al tempo/ e d’aprirli a questi squarci/ d’Assoluto», a «ciò che non ha principio»(16).
L’Eremo è “senza terra” anche perché non ha confini fuori dell’interiorità dove si mostra, in quegli «squarci» della coscienza poetica, l’essere nella sua verità inafferrabile, il quale si concede solo nella luce dell’oltrepassamento della soglia («come s’addice/ alla soglia/ che non s’oltrepassa in carne»)(17). La religiosa morte, dunque, è l’ultima epoché di quell’essere per sempre sottratto alla coscienza poetica e restituito al suo Eremo più profondo dove, tuttavia, si rivela definitivamente, eternamente. Su questa eterna dimora, ove l’essere, arretrando, si r-accoglie nel trionfo della luce, poggia l’Eremo della Poesia dentro cui l’essere, filtrando in segreti bagliori, dà prova incontrovertibile della propria eterna esistenza.
Tuttavia, non c’è consolazione in questa “certezza” che non dispensa dalla fatica del vivere. Bisogna, dunque, bere fino in fondo l’amaro calice della terrena esistenza, sostenere, pazientemente, la penosa e lunga attesa della «nuda verità» nella condanna della «domestica apocalisse» per «uscire dal tunnel», «per conquistare armonia»(18) e avere accesso alla luce?
L’esperienza dell’Eremo e la coscienza poetica ad essa correlata, sono un forte richiamo ad “anticipare” l’esperienza della morte. Giacchè l’anticipazione è la fine della morte, del suo incedere che è il recedere dell’essere verso di essa. Urge, perciò, nel nostro poeta il tempo di vivere, di edificare l’Eremo che incarni l’etica del mondo; di realizzare l’opera: «quest’architettura virtuosa»(19) che cor-risponde alla morte. («Pensiamo a vivere»/ è l’inno sommesso e immacolato/ di chi ha dato fiato/ e vede vita all’anestesia del tramonto»)(20).
Quest’Eremo, ancora “senza terra”, che con la sua architrave si leva verso l’alto e il basso del mondo, è il non-luogo che fa “comuni” tutti i luoghi e, perciò, è il luogo per eccellenza, il lógos che parla, al sommo della «verità» e delle «opinioni», con valore di “scienza”. Esso è l’epistéme che, con quel “punto dominante”, con quell’arché che lo sormonta, impone il suo stare (stéme) sopra (epí) tutte le opinioni (doxa). Questa sapienza dell’Eremo colta nella «veglia fidanzata col sogno»(21), che è la coscienza poetica, è l’impromptu dell’anima che sulle note della Quinta sinfonia di Malher si apre al «fremito del cuore»(22) in modo «sommesso/ come s’addice agli adagietti»(23), per ascendere «con stupore inatteso»(24) alla volta del tempio celeste, all’Eremo «che non ha principio»(25) per contemplare la verità che si “concede” nella bellezza del pathos suscitato dalla musica.
In questo pathos che esprime il dolore per la “perdita” o per l’oblio dell’essere di cui custodisce la bellezza, e che prelude, al tempo stesso, al suo “disvelamento”, convergono tutti gli istanti in cui l’essere, balenando, mostra la sua vera dimora («gli squarci d’Assoluto», l’«architettura virtuosa») e «subito sfugge».
E il poeta che in questa fuga “assecondata” dalla musica coglie l’arretramento dell’essere nella morte, rivaluta tutte «le ragioni dell’attesa»(26) senza venir meno alla ricerca, e con la “patetica” sapienza, raccolta nel lucore di quella Presenza instabile, si volge, con interrogazione, alla memoria “archeologica” nella speranza che essa ritrovi dentro di sé qualche nobile risorsa («araldica arme»): un fossile ricordo o un reperto, che rischiari interamente la notte fonda dell’uomo («per colmare le pezze/ di questo quarto di notte»)(27). Nella speranza, ancora, che dalla dimora eterna del silenzio sorga la parola aurorale («aurora boreale») e trasformi nel contatto con la vita («al calore del fiato») «il barlume celato», nella luminescenza («incandescenza») «del canto»(28). Qui, nell’incontro tra la coscienza poetica e la sapienza archeologica, l’Eremo può mostrare tutta la sua architettura e fondare la sua residenza sulla terra portando così a compimento quel desiderio del poeta di vedere realizzate «le promesse mancate di grandi dimore».



(1) M’affanno a disegnare, pag. 17
(2) Ibidem
(3) Una lettera a Natale, pag. 28
(4) Ivi, pag. 27
(5) Una mattina quando pensiamo a vivere, pag. 25
(6) Ibidem
(7) M’affanno a disegnare, pag. 17
(8) Da anni, pag. 31
(9) Ibidem
(10)Ascoltando Malher, pag. 20
(11) M’affanno a disegnare, pag. 17
(12) Ogni cosa qui, pag. 29
(13) Ogni cosa qui, pag.30
(14) Il sangue che s’incerotta, pag. 23
(15) Ascoltando Malher, pag. 19
(16) Ivi, pag. 20
(17) Ibidem
(18) Una lettera a Natale, pag. 28
(19) Ascoltando Malher, pag. 20
(20) Una mattina quando pensiamo a vivere, pag. 25
(21) Quando la notte è insonne, pag. 18
(22) Ascoltando Malher, pag. 19
(23) Ivi, pag. 20
(24) Ivi, pag. 19
(25) Ivi, pag. 20
(26) Le ragioni dell’attesa, pag. 24
(27) Ibidem
(28) Ibidem



Divisore


DOLEO ERGO SUM
( l’iter poetico di S. Quasimodo da “Nuove poesie” a “La vita non è sogno” )

In “NUOVE POESIE” i temi legati alla terra natale – mito di una primitiva innocenza – ai ricordi dell’infanzia e al senso tragico della fugacità del tempo, già presenti nelle precedenti raccolte ( “Acque e terre”; “Oboe sommerso”; “Erato e Apòllion”), ritornano in forme tradizionali e con una più fluente musicalità a delineare un “nuovo” iter poetico sostenuto da una profonda nostalgia e dall’amore che Quasimodo nutre per la sua terra di Sicilia, sentimenti che in quelle sillogi rimangono velati all’interno del più vasto sentimento per la “stagione felice” dell’uomo, universalmente sognata, che la fatica del ricordare, non confortata dall’esperienza, rende irrevocabilmente “patria perduta”. Siamo qui, dunque, lontani dal nóstos omerico, da quell’ “antica voce” che è l’odissea del Canto: quell’ “0boe sommerso” del quale è possibile cogliere soltanto “risonanze effimere” nella profondità della “liquida” notte.(1)
La Sicilia non è l’ “Isola di Ulisse”: metafora del Canto e modello sul quale il nostro Poeta confronta la condizione dell’uomo contemporaneo. La Sicilia è l’ «isola», foscolianamente irraggiungibile, la «terra materna» che dal Poeta potrà ricevere solo il dono del «canto». Tuttavia, in Quasimodo, la lacerante separazione dalla terra d’origine si carica di un dolore, le cui ragioni vanno oltre la condizione dell’ «esule». Perché il dolore non è solo lontananza. Esso ha nella Sicilia la sua connotazione geografica ed è segnato sensibilmente dal trascorso storico-sociale di quella terra. Così il dolore ha radici “ataviche” e vi corrisponde un senso profondo di allontanamento, di abbandono. Perché la Sicilia è terra d’ «esilio» che “esilia” e, dunque, (è) «isola». Essa, tuttavia, non è mai dal Poeta rinnegata, anzi è sempre cercata, perdutamente amata. Solo la memoria concede dei ritorni. Simile a una gazza, essa ruba all’oblio attimi d’infanzia e nel ricordo il Poeta s’illude di cogliere il “segno vero della vita” perché vivere è ricordare e ricordare è ri-vivere ( secondo la lezione platonica ) ed è uscire dal sogno e sottrarsi alla fascinazione del mito. Ma quegli attimi presto ridiventano ombre, “remoti simulacri”. La gazza-memoria, allora, torna a ripiegarsi sull’oblio stendendo la sua ala “nera” sulle dorate distese dei ricordi (gli “aranci” ).(2)
Non è una memoria mitica, né sempre proustiana. In essa affiora ciò che semplicemente il Poeta ama ricordare. In primo piano è il paesaggio siciliano evocato quasi sempre insieme con le percezioni sensoriali, e non attraverso di esse; animato dal vento, dalla pioggia, da cavalli in corsa, dal volo degli uccelli, dal “murmure degli ulivi saraceni”, dal “sibilo dei pioppi”, da voci di fanciulli, dall’odore di zagare, dal marranzano del carraio, dal “corno dei pastori”. (3) A volte è il paesaggio lombardo ad evocare quello siciliano, soprattutto la sera quando, col riposo, si è più inclini al raccoglimento. Con lo spuntar del giorno quel paesaggio familiare sarà più lontano della luna. E questa lontananza è il disagio del Poeta che da esule cerca di stabilire un contatto con la sua terra che, in qualche modo, egli ritrova nel paesaggio lombardo. (4)
Tradotta in suoni, in immagini, in odori, con un movimento contrario a quello proustiano, la Sicilia si fa presenza evanescente. Nell’ “antico corno dei pastori” il fiato è un debole richiamo e
“il soffio di vento” che si libera dall’incerta terra è un’eco subito spenta. Nessuna voce della sua terra giunge chiara al Poeta perché “pastore d’aria” è il sogno che la custodisce. Nessuna corrispondenza, dunque, può stabilirsi tra la terra sognata e il Poeta che ne è lontano.(5)
In questa raccolta il tenue motivo della nostalgia ( che non è quella ‘romantica’) si lega inevitabilmente al sogno del ritorno, purtroppo impossibile, senza però quel doloroso senso di sradicamento che domina in “Acque e terre” e, in parte, in “Oboe sommerso”. Inoltre, il tanto desiderato ritorno non è sempre e necessariamente un ritrovare il tempo dell’infanzia. Questa ricerca, di segno proustiano, è sviluppata ampiamente nelle precedenti raccolte e mai in maniera isolata, ma sempre in concomitanza o in stretto legame con altri temi.
Ciò che rende «nuove» le poesie di questa silloge è l’uso di un linguaggio meno assoluto, meno cosmico, in cui la parola, al di là delle percezioni, è essa stessa epifanica, essa stessa memoria. E qui mi pare che l’ermetismo linguistico ceda a quella parola altamente “percettiva” che tende quanto più possibile ad aprirsi, ad appercepirsi, a identificarsi col mondo dell’infanzia del Poeta per restituirglielo dentro la voce del Canto che rimane, ancora, «sommerso».
Un mondo così “ritrovato” è effimero e non può annunciare nulla di nuovo. Tutto sembra inghiottire l’oblio e il Poeta si ritrova a enumerare solo “i mali dei giorni decifrati”, quel tempo senza gioia e senza mistero, inesorabilmente presente. Tuttavia, egli attende con pazienza che “il fiore magro” lasci i rami, che cioè il tempo infruttuoso svanisca e sia soppiantato in modo “irrevocabile” da un tempo migliore.(6) Ma questa attesa è presto vanificata in “GIORNO DOPO GIORNO”.
Il titolo di questa nuova raccolta già prelude alla fatica del vivere in un mondo in cui il dolore è “cibo cotidiano” per tutti gli uomini e non soggettivamente vissuto o invocato dal Poeta in un impeto di espiazione.(7) Finalmente gli uomini, dunque. E in primo piano. Sulla scena di un mondo reale devastato dalla guerra, la cui tragica esperienza segnò una svolta nella vita e nella poesia di Salvatore Quasimodo. Il Poeta esce da una visione estatica ed estetica di un mondo ancora dotato di senso, sia pure nella sua verità imperscrutabile, per entrare fisicamente in un mondo che per la sua cruda oggettività si sottrae ad ogni mitica rappresentazione.
Ritroviamo, in questa silloge, i temi dominanti del dolore e della morte, ma con un’altra valenza. Non più trasfigurati dal sogno o dal mito, essi non hanno più un terreno su cui radicarsi. Le loro antiche radici sono spezzate. Realtà palpabili, visibili, appartengono a un abisso più profondo perchè ha un volto preciso, riconoscibile, un volto “umano troppo umano”, segnato da una violenza atavica che “impone” il silenzio dei poeti in un’epoca, quella contemporanea, su cui pende il tempo della notte del mondo, che è il tempo della “povertà”: quello “storico” della fuga degli dei, secondo Hölderlin; quello “antropologico” “della pietra e della fionda”, secondo la visione quasimodiana: un tempo, quest’ultimo, non scisso dall’altro, perché anch’esso caratterizzato dalla mancanza, dall’assenza di Dio. Nella poesia “Alle fronde dei salici” la sofferta decisione dei “nuovi” aedi di appendere, per voto, le cetre ai piangenti alberi, è l’amara coscienza di quella “povertà” estrema, della caduta degli dei e dell’uomo, unitamente a un grande bisogno di riscatto da quell’immane violenza che tanto somiglia a un sacrificale rito d’immolazione. E in quel lieve oscillare delle cetre “al triste vento”si coglie l’attesa profonda del tempo della “ricchezza”. Si noti, inoltre, il climax ascendente che percorre la poesia dal 2° al 7° verso, con i momenti di maggiore intensità nei tre enjambement ai versi 4, 5, 6 e, soprattutto, nella sinestesia del 5° verso ( “l’urlo nero”). Questa tensione tragica che caratterizza le poesie più significative della raccolta (“Uomo del mio tempo”, “Milano, agosto 1943”) sottende la risoluta protesta del Poeta contro la guerra, contro ogni forma di violenza. E dunque, la necessità di “ridare” la voce ai poeti, perché ai poeti spetta di compiere la “svolta”, perché essi sono più vicini all’ «essere», e il dolore che dimora nel canto può aiutarci a risalire dall’abisso, a scambiare il tempo della “povertà” con la ricca stagione dell’ «essere», universale e divino.
In “Giorno dopo giorno”, l’irruzione dell’uomo sulla scena del mondo sconvolto dalla guerra, apre alla comunicazione il linguaggio del nostro Poeta segnando la fine della stagione ermetica, peraltro già annunciata nelle “Nuove poesie”. La ricerca della parola “pura” che aveva ispirato le prime raccolte, ora “naufraga” di fronte alla più grande tragedia umana e tuttavia, anche se il Canto resta «sommerso», anche se quella “parola” è solo un respiro del cosmo, essa parla in segreto nella grande voce che appartiene al dolore il quale, aprendo la coscienza del mondo, pone quest’ultimo in ascolto del Canto, in sua profonda e devota attesa.
Dentro un linguaggio fortemente emotivo, quanto comunicativo, il canto si fa etico, esige di «rifare l’uomo», come lo stesso Quasimodo ebbe a sottolineare in un articolo comparso su “La Fiera letteraria” nel giugno del 1947. Una poesia, dunque, civile, etica, afferma il proprio diritto di cittadinanza, «hic et nunc», in un luogo reale, in un tempo “esatto” che è il presente senza memoria, perché il passato è storia contemporanea. Ciò non sfugge al Poeta che leva alto il suo grido di denuncia contro la “ferinità” dell’uomo, la quale stabilisce quell’unità temporale, senza soluzione di continuità.
“ Sei ancora quello della pietra e della fionda, / uomo del mio tempo.”
In quest’ atmosfera di umana miseria, in cui gli uomini sono degradati a “mostri della terra” senza pietà e senza “croce”, in tanta desolazione e distruzione (8) il Poeta ha pause di pacata riflessione, ritrova delicati, lirici momenti là dove familiari percezioni sensoriali sembrano annunciare timidamente il ritorno alla “normalità” della vita. Difficile, certo, è dimenticare (ricordare, anzi, può essere un monito per gli uomini-lupi) e il Poeta s’illude di avere vissuto un sogno (9), ma… “LA VITA NON È SOGNO”.
La certezza della vita è nel dolore, nel pianto che non ha pausa. Doleo ergo sum è l’aforisma che costituisce il nucleo della presente raccolta e, forse, dell’intero iter poetico di Salvatore Quasimodo.
I temi del dolore, della solitudine, della fugacità del tempo, della morte, condensati ma ben definiti nella poesia “Ed è subito sera”, ritornano qui, in una meditazione più profonda, nella poesia “Thànatos Athànatos”. In “Ed è subito sera” la morte è la sola certezza, il punto fermo che in “Thànatos Athànatos” il Poeta tende a rimuovere cercando di stabilire un dialogo con la divinità. E qui, a differenza che in quell’altra lirica, l’incomunicabilità non è più una condizione che riguarda esclusivamente il rapporto tra gli uomini, ma coinvolge la divinità stessa. La ricerca di Dio, di sapore pascaliano, di un Dio nascosto che giustifichi l’esistenza e che non lasci ancora inevase le domande dell’uomo, s’innesta nel dolore che apre la via alla ricerca. La certezza che “la vita non è sogno” ha radici nel dolore perché il dolore è “vero” e questa verità può fare da guida all’uomo, può “imporre” al “Dio del silenzio” di manifestarsi.
“La vita non è sogno. Vero l’uomo/ e il suo pianto geloso del silenzio/ Dio del silenzio, apri la solitudine.” (10)
La raccolta si chiude con la delicatissima “Lettera alla madre”. Nel colloquio a distanza con la madre che vive ancora in Sicilia è il tema dell’infanzia che ritorna con un carico di memoria che appartiene alle cose. Il richiamo è proustiano, ma è Joyce presente in quell’orologio della cucina che tanto ricorda l’orologio della Dogana che a un tratto si rivela a Stephen Dedalus per quello che è: un’epifania. “L’orologio in cucina che batte sopra il muro” è in Quasimodo, pulsa dentro le sue vene, nel suo cuore. Esso vive e nel suo battito respira tutta l’infanzia del Poeta. La morte, allora, la “gentile morte” non può, non deve toccarlo, non deve guastare quei suoi “fiori dipinti” perché le cose solo in vita hanno resurrezione. Perché attraverso le cose, il dolore, sostanza della vita, si traduce in linguaggio. E così trasfigurato, questo “pane cotidiano” si fa canto radioso per la nostra resurrezione.
“Ah, gentile morte,/ non toccare l’orologio in cucina che batte sopra il muro,/ tutta la mia infanzia è passata sullo smalto/ del suo quadrante, su quei fiori dipinti”




(1) “Isola di Ulisse” vv.1-4, in Salvatore Quasimodo “Tutte le poesie”, Oscar Mondadori, pag.105
(2) “Ride la gazza, nera sugli aranci”. Ivi, pag. 119
(3) “Strada di Agrigentum”, “La dolce collina”. Ivi, pp.120, 121
(4) “Ora che sale il giorno”. Ivi, pag.124
(5) “Che vuoi, pastore d’aria”. Ivi, pag.122
(6) “Già vola il fiore magro”. Ivi, pag.142
(7) “Avidamente allargo la mia mano”. Ivi, pag. 44
(8) “Giorno dopo giorno”. Ivi, pag. 151
(9) “O miei dolci animali”. Ivi, pag. 156
(10) “Thànatos Athànatos”. Ivi, pag. 178



Divisore


“L’INFINITO” DI LEOPARDI E “LA POESIA” DI NERUDA

“L’infinito” di Leopardi e “La poesia” di Neruda sono testi affini per l’unicità del tema e per il modo in cui esso è rappresentato nella sua fenomenologia.
Questo tema è l’Evento della poesia che subito si annuncia. Essa è la stella che brilla nel titolo nerudiano e che scintilla, con la sua decisa presenza, nel primo verso ( «Fu a quell’età…Venne la poesia» ). Ed è l’infinito sospeso sul «colle» solitario e depositario dell’oceanica luce insieme con la «siepe». La quale, anche se impedisce alla vista di cogliere l’estremo orizzonte, tuttavia, proprio per questo, è cara al poeta: per la sconfinata visione che nel pensiero gli desta.
Il «colle» e la «siepe» sono entrambi l’occasione e il pre-testo necessari per confrontare la realtà fisica con l’idea dell’assoluto, per dipanare l’invisibile oltre il visibile, con l’aiuto della scrittura poetica. Essi costituiscono, dunque, la scena naturale dove si apre l’altra scena: quella che Leopardi immagina e nella quale ha “inizio” e “fine” lo spettacolo dell’infinito.
«Sempre caro (…) fu quest’ermo colle» al poeta, perché familiare rifugio della sua anima solitaria, luogo della meditazione e dell’accoglienza che sempre ha assecondato e realizzato, con l’ausilio della «siepe», il suo desiderio «dell’ultimo orizzonte». Dunque, l’Evento portentoso di cui “L’infinito” ci parla è già accaduto su quel «colle», ma soltanto nel testo, hic et nunc, assume il carattere di una rivelazione: accade cioè veramente. Il «colle» e la «siepe» sono, rispettivamente, l’elevazione e l’ostacolo necessario all’ascesa, all’ascesi. E dunque, si configurano come anima e corpo nella lotta che vede opposti il sentimento della visione e il senso della vista: lo sconfinamento possibile e il limite da valicare.
Questa lotta, comune ai due poeti, che accompagna l’Evento al suo esito finale, è il “sogno” che addormenta i sensi e che “rischiara” con le sue rêveries il palpitante mistero. Ed è questo mistero l’Ereignis (1) che desta la coscienza e la prepara al prodigio consegnandosi ad essa interamente, come Erlebnis (2) . L’Evento, allora, è questo «vissuto» che si rinnova e che si distende nel testo, il quale lo ac-coglie nel suo lento apparire.
Così “L’infinito” e “La poesia” si espongono alla nostra comprensione. E se il «vissuto» si concede a noi testualmente, allora anche per noi accade l’Evento. L’interpretazione, infatti, rende “manifesta” quella verità poetica che all’inizio si annuncia nei due testi, ma che subito dopo impegna nella lotta i due poeti ritraendosi, nella moratoria dei sensi, là dove maggior luce giunge a rischiararla, a liberarla – al di qua (o al di là) della «siepe», al di qua (o al di là) degli «occhi» e dell’assenza della parola: nella finzione del pensiero («io nel pensier mi fingo») e nella solitudine progressiva e intenzionale della coscienza («e mi andai facendo solo»).
È un medesimo pensiero quello che si costruisce le prime immagini dell’infinito («interminati / spazi», «sovrumani / silenzi», «profondissima quiete») e quello che, chiudendosi in volontaria solitudine, traduce il fuoco dell’esaltazione poetica nel lucore del primo verso («scrissi la prima linea vaga»).
In questa esperienza creativa, dove la realtà è sospesa, un medesimo sentimento, un “muto” sentire s’impadronisce dei due poeti di fronte a una grandezza ineffabile, di fronte a qualcosa di smisurato che si annuncia, che si manifesta appena, restando mistero incomprensibile, indicibile. È questa epoché (3) dell’essere che nel poeta recanatese genera quello sgomento, per la verità inatteso e in contrasto con quel luogo familiare e rassicurante dove la mente, spaziando, sembra trovare riposo.
Questo timor “panico” che Leopardi riesce appena a contenere, a controllare di fronte a una realtà altra che si apre in una dimensione che scardina e cancella i nessi referenziali e per cui egli si sente “trasumanare”, equivale allo smarrimento dei sensi e dell’anima che Neruda avverte di fronte alla verità che accende in lui la passione e che lo fa angelo senz’ali votato al difficile volo nel cielo di quella verità che è l’infinito, la poesia stessa, verso la quale il poeta cileno, con la «pura sapienza / di chi non sa nulla» si dis-pone con atteggiamento socratico. Ed ecco che la poesia, fino lì senza corpo, senza volto, che in assenza della parola fa sentire la sua voce e presenza e che, in un climax ascendente, cerca il poeta e lo chiama a percorrere i “sentieri interrotti”(4) della sua impenetrabile e oscura foresta ( i «rami della notte») fino a toccarlo con inequivocabile realismo, ecco che la poesia, finalmente sognata dalla parola – unico nesso che può nutrirsi dei suoi bagliori e rifletterli, sviluppando così la capacità euristica della finzione – si fa «pura sapienza», immagine pura della verità come alethéia, come non-nascondimento, o disvelamento, dell’essere/infinito.
In mancanza della parola rivelatrice, anima del pensiero dell’assoluto, in Leopardi è il «vento» il referente che dà «voce» all’«infinito silenzio», il quale è comparato e assimilato a quel soffio vitale, che scioglie nella sensazione uditiva la tensione emotiva del poeta ridestandolo alla dimensione temporale dove, tra passato e presente, si rac-coglie e trasmuta la distesa abissale.
Il tempo è la cartina di tornasole che dà al poeta la “misura” esatta dell’infinito: eternità, spazio senza tempo e, tuttavia, unico futuro possibile. E il futuro non figura nel testo, non è preso in considerazione dal poeta, perché esso è la sezione assoluta, l’a-venire dell’infinito. Ed è l’Evento epocale (5) che pende sull’abisso, già vissuto e anticipato nell’esperienza del timor “panico”, a partire dalla quale si mette in gioco il destino del poeta (e dell’uomo), che è poi il destino dell’ “io” e della ragione.
Un’estrema ratio d’improvviso balena negli ultimi versi e si leva come il canto del cigno. Questa ragione è l’«ultimo orizzonte» della conoscenza, dove s-confina la verità che si annuncia nell’immagine-azione, la quale non cela, fin dall’inizio, l’intenzionalità della coscienza («Ma sedendo e mirando (…) io nel pensier mi fingo»).
Questo pensiero noetico che agisce nella veglia della coscienza trova dentro di sé la propria determinazione, il potere di decidere del proprio destino: di “sciogliersi” nel «mare» della Soggettività che è l’ “oggettivazione” dell’infinito e di cui l’ “io” individuale del poeta, il suo “io narrante” è appagato spettatore. Il “naufragio”, allora, non è uno scendere «nel gorgo muti». (6) Al contrario, è l’immersione nella voce universale del canto, la presa della coscienza come autorivelazione.
Ed ecco che nel poeta recanatese quel sentimento “muto”, quel timor “panico” si trasforma in panismo e così si chiarisce e si placa trovando il proprio superamento nel tymos panico, che è l’emozione incontenibile della coscienza di fronte alla propria dimensione cosmica.
L’immagine del poeta, che «sedendo e mirando» contempla la «profondissima quiete», ritorna nell’ “io” spettatore che placidamente assiste alla propria immersione nell’infinita distesa del Pensiero universale. E qui, in Leopardi, come in Neruda, il “naufragio” è l’approdo alla verità disvelata, la quale rende l’ “io” dei due poeti tanto più vigile quanto più esso s’immerge in quel «mare», o in quell’ «abisso», che è il cosmo della coscienza.
L’universo che «d’improvviso» si spalanca allo sguardo del poeta cileno e che, a fronte del suo spazio infinito e misterioso, fa di lui un «essere minimo», un “io” individuale e s-perduto nel «grande vuoto/costellato» è la stessa scena immaginata dal Recanatese e allo stesso modo vissuta nel grande “teatro” del mondo interiore. Comune ai due poeti è quell’ “io narrante”, quello stato vigile della coscienza che si fa canto e respiro del cosmo, che li fa partecipi e ben disposti al “naufragio” («mi sentii parte pura/dell’abisso»; «e il naufragar m’è dolce in questo mare»).
La visione dell’universo, o dell’infinito è, infatti, uno spettacolo godibile che fa «ebbro» Neruda e rende «dolce» a Leopardi l’immersione. E questa contemplazione è l’Ereignis “vissuto” e annunciato che accade nella verità del canto. È il futuro. L’in-finito, inalveato, che tracima dentro il confine dell’interiorità. Qui si placa, nei due poeti, la febbre della passione e della ricerca. Qui la spannung si scioglie, definitivamente, nel sentimento aletimico. (7) Così l’ “io narrante”, che è insieme autore, attore e spettatore, si fa sguardo “onnisciente” che di sé fa colmo l’«abisso», che è poesia e infinito: volto autentico dell’ “io” nel grande «mare» dell’Atman.
Di questa Anima del mondo, qui espressa, per dettato d’interpretazione, nella voce della filosofia indiana, c’è più di un’eco nel testo di Neruda, dove è palese la ricerca dell’identità spirituale, il cammino di un’anima verso la luce della rivelazione. Aleggia nei suoi versi lo spirito di Siddharta, ben visibile nella brama di verità e di assoluto che solleva il poeta alla scrittura di quella «prima linea vaga» che è già uni-verso: fusione di “poesia” e cosmo, immensità stellare che d’improvviso si svela e nella quale l’ “io” del poeta, gioiosamente, si abbandona e si dissolve («rotolai con le stelle, / si sciolse il mio cuore nel vento»).
Questo panismo è esperienza identica a quella di Leopardi. Nei due poeti, profonda è la somiglianza degli ultimi versi che esprimono, con voce analoga, la felice immersione nella totalità dell’Infinito che in sé com-prende e unisce Poesia Cosmo Coscienza. Ritroviamo nell’ultimo verso di Neruda quel «vento» che in Leopardi è il soffio rigeneratore che dà voce e dimensione “temporale” all’ «infinito silenzio»; che scioglie la paurosa immagine della «profondissima quiete» nella calma distesa del pensiero riflettente e cosciente della propria universalità. In Neruda il «vento» è l’analogo del «mare». È l’aeriforme distesa spirituale, il respiro della poesia che nel lucore della «prima linea vaga» è già parola ritrovata, appena pronunciata: l’Om (8) impercettibile, che dall’«infinito silenzio» sorge e cor-risponde al cuore del poeta, il quale, nella luce dell’aurorale Parola, si affida, interamente, alla grande Anima del mondo.
Questo Ereignis misterioso e abissale, che nel canto si concede ai due poeti con modalità identica, è voce remota dell’essere che nei due testi si annuncia, fin dal primo verso, in quel «fu» che è “esperienza vissuta” e raccontata con scansione temporale diversa.
In Leopardi l’infinito è uno stato felice della coscienza infelice. C’è infatti nel testo un “ottimismo” così grande, a fronte del proverbiale ed esasperato pessimismo del poeta, che non può scadere tout court nel pensiero del «nulla». Ciò perché l’infinito nientifica il «nulla» che, se come principio, ha tutte le aperture dell’ andata, come fine, tutte le azzera nel ritorno. Diversamente, l’infinito è l’Aperto che non conosce il “buco nero” del «nulla». A meno che il poeta non abbia concepito un «nulla» “religioso” e così perfetto da custodire dentro di sé l’in-finito e, così, anche la sua “finitezza”. Ma questo «nulla» non è già l’ invisibile spazio che confina e che tiene le vie “segrete” dell’interiorità? Non è forse esperienza del “perfetto” «nulla» l’infinito che ac-cade e si alloga nel chiuso della coscienza, nella “finzione” del pensiero? Molto, allora, ha di umano quel “religioso” «nulla», già pensiero dell’infinito o dell’essere, che supera il divino per quel grado “in più” di perfezione che il finito, nella sua unione con l’infinito, gli conferisce.
Nel testo leopardiano, l’epifania generata dal «colle» e dalla «siepe» è quel “di più” di perfezione che consente alla vista di varcare il (proprio) limite e s-confinare nella visione, dietro le “quinte” dell’occhio.
Nel “teatro” dell’interiorità, dove l’ “io narrante” si fa spettatore, si apre la scena dell’in-finito che si rap-presenta alla coscienza come dato “visibile” e finito. Così, «in questa immensità» r-accolta, lo spazio e il tempo sono aboliti e trasformati (per) in-canto, nella calma “liquida” presenza della Coscienza o spirito assoluto, dove scivola dolcemente e si dissolve, con l’ultima veglia dell’ “io”, il “cigno” della ragione.
È questa un’esperienza remota e rinnovata che, perciò, fa «sempre caro» il ricordo dei luoghi della scena reale: il «colle» e la «siepe». Si tratta, dunque, di un Evento ricorrente, di un pensiero unico, fisso, come stella nel cielo dell’infinito, di un tempo che dura e che vanifica, nel rapido passaggio dal passato al presente, ogni memoria nostalgica o, semplicemente, il pensiero rammemorante.
In Neruda, la poesia è un ricordo netto, ben definito nel tempo, nonostante l’apparente vaghezza («fu a quell’età»). Essa è l’incontro improvviso e inatteso che segna e “sconvolge” e che, tuttavia, esalta l’età felice e sprovveduta della giovinezza. È l’Evento che traccia il cammino: “destinatore” e custode del mondo segreto e inesplorato del poeta, il quale, d’improvviso, è chiamato a seguire la propria vocazione, a cor-rispondere alla poesia, a farsi eco della sua voce e sua cassa di risonanza. Ad essere, lui, fuori di ogni dubbio, il suo ‘eletto’ («Venne la poesia / a cercarmi»).
L’incipit è subito voce annunciante: l’impromptu dell’anima, sorpresa dalla palpabile ma invisibile presenza della poesia che si annuncia, tuttavia, come mistero. È il ricordo im-preciso, sospeso nell’atto del nominare («Fu a quell’età… Venne la poesia») ed è la visitazione che si coglie nella personificazione («a cercarmi») che la cesura e l’enjambement rendono figura folgorante, la quale suscita la “visione” sacra dell’Angelo dell’Annunciazione.
Sacralità e mistero percorrono tutti i versi che compongono questo testo della memoria che è puro Andenken, (9) il quale lascia di nuovo accadere l’Ereignis, o Erlebnis, che si ri-presenta attuale e in perfetta identità col Ricordo stesso.
Qui, in questo pensiero rammemorante e al tempo stesso attuale, il sacro è il mistero già “svelato”. È la luce abissale che nell’annuncio dell’angelo visitatore fa pellegrino il poeta, errante nella parola, la cui assenza gli ostacola il volo («ali perdute») nel cielo della poesia. E questa parola mancante, (che) (s)profonda nel silenzio, è la «siepe» da oltrepassare, è lo stesso silenzio abissale, in cui chiama la voce dell’angelo e che, ad un tratto, libera la parola nel dono del verso.
E questa parola, fin lì senza spessore e senza sguardo, si fa nuova all’ascolto e sale in vetta all’abisso. Qui, per lei, si spalanca la vista. Qui, l’angelo della poesia, donatore di grazia, si mostra… e svela, come in uno specchio, l’ «universo». E il poeta, che ora vede il «mistero» faccia a faccia, «rotola», simile a corpo celeste, in quell’«abisso» dentro la sua coscienza.
La poesia che visitando viene a questa ‘eletta’ dimora, all’interno della quale realizza la comunione col mondo e con la sua anima assoluta, è l’aleph che racchiude in sé l’in-finito; è il microcosmo che riflette il firmamento: il «grande vuoto / costellato» che è insieme Poesia Cosmo Coscienza, di cui trabocca e si sente «parte» quell’ “io” individuale («essere minimo»), puro, pieno di grazia («Ed io, essere minimo, / ebbro del grande vuoto/ costellato (…) mi sentii parte pura/ dell’abisso»).
Questa esperienza del “sacro”, come fusione di finito e infinito, è identica in Leopardi. In entrambi i poeti, lo spazio sconfinato è, “paradossalmente”, un’ “enclave” dentro il confine piú ristretto della coscienza individuale, dove l’infinito, allogandosi, trova la propria “finitezza” come essere in-finito (finito dentro). In questa realtà poetica i due spazi ( infinito e coscienza) coincidono
s-confinando e identificandosi col più vasto Pensiero noetico o noosfera. (10)
In Leopardi, a differenza che in Neruda, il “sacro” Evento è frutto dell’intenzionalità della coscienza, assecondata e sollecitata dalla «siepe». La ricerca dell’infinito non è mediata dall’intervento dell’angelo della poesia. Non c’è visitazione nel testo, e anche se ogni opera è una visita ricevuta, lì, semplicemente, non è dichiarata né raccontata.
Ciò che Leopardi racconta è un’esperienza che si rinnova: un richiamo del cuore più che della memoria, un ri-cordo, “privo” di memoria e, quindi, un tempo presente, confermato dalla reiterazione dell’Evento, nel quale il passato è vanificato. In Neruda, invece, l’Erlebnis è una vera rimembranza: l’ “esperienza vissuta” una sola volta e che si fa “racconto”, memoria poetica che si distende nel “favoloso” passato e lo custodisce («Fu a quell’età»).
Ma è il silenzio il vero custode di questo tempo della memoria e della durata. Esso domina sui testi, su tutti i versi, e parla con la voce aurorale del canto. E ciò che alla fine resta di questa voce è ancora, e sopra ogni cosa, Silenzio: “L’infinito” della Poesia, “La poesia” dell’Infinito.




(1) ted. : evento, avvenimento. Ereignis ha valore di “esperienza vissuta” e, in quanto tale, rimanda al suo analogo Erlebnis, che ha i significati di esperienza e di evento. Qui, l’Ereignis è l’Evento della poesia come epoché e rivelazione. Il termine italiano, più generico, è usato con la maiuscola e con lo stesso valore semantico dei due termini tedeschi. (2) ted. : esperienza, evento (vedi nota 1) (3) gr.: “sospensione”. Qui, il termine è usato nel senso heideggeriano, riferito all’essere che si rivela nascondendosi in modo sempre diverso nelle varie «epoche» della storia della metafisica. (4) titolo italiano dell’opera “Holzwege”, di M. Heidegger. (5) da epoché. (6) l’immagine è tratta da un verso della poesia “Verrà la morte e avrà i tuoi occhi”, di C. Pavese. (7) da alethéia (verità) + tymos (emozione): il neologismo è mio e definisce la grande emozione di fronte alla verità che si disvela. (8) sillaba mistica nelle religioni induista e buddista: simbolo della coscienza del Tutto e dell’assoluto. (9) ted.: Ricordo, memoria (pensiero rammemorante). (10) in Teilhard de Chardin: “cervello planetario”, mente in cui tutti i pensieri individuali sono immersi.



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LA POESIA

Fu a quell’età… Venne la poesia
a cercarmi. Non so, non so da dove
uscì, dall’inverno o dal fiume.
Non so come né quando,
no, non eran voci, non eran
parole, né silenzio,
ma da una strada mi chiamava,
dai rami della notte,
d’improvviso tra gli altri,
tra fuochi violenti
o ritornando solo,
era lì senza volto
e mi toccava.

Io non sapevo che dire,
la mia bocca
non sapeva
nominare,
i miei occhi erano ciechi,
qualcosa batteva nella mia anima,
febbre o ali perdute,
e mi andai facendo solo,
decifrando quella scottatura,
scrissi la prima linea vaga,
vaga, senza corpo, pura
sciocchezza,
pura sapienza
di chi non sa nulla,
e vidi d’improvviso
il cielo
sgranato
e aperto,
pianeti,
piantagioni palpitanti,
l’ombra perforata
crivellata
da frecce, fuoco e fiori,
la notte travolgente, l’universo.

Ed io, essere minimo
ebbro del grande vuoto
costellato,
a somiglianza, a immagine
del mistero,
mi sentii parte pura
dell’abisso,
rotolai con le stelle,
si sciolse il mio cuore nel vento.
(Pablo Neruda)



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“L’ANIMA DEL GHIACCIO”, DI DANILO MANDOLINI

Solo il passato esiste. Il presente è tempo trascorso che ritorna e il futuro, come le cose, è fuori da ogni forma, ricordo atteso e dissipato dal movimento stesso della memoria. Questo movimento, che accompagna tutti gli istanti in cui il tempo si raccoglie nell'eternità del passato, costituisce la struttura fluente de l'anima del ghiaccio : titolo che suona come un epitaffio sulla tomba vuota della memoria, alla quale nulla è definitivamente consegnato. Sempre resta un sottile spiraglio per i | ricordi di domani. Così la silloge accoglie - come avverte l'autore nella Nota - testi trascorsi, i quali acquistano, sottraendosi all'oblio, nuova forma e misura.
L'acqua della memoria che arresta il suo flusso per condensarsi in ghiaccio conserva un punto di fusione, una vena, una polla segreta dalla quale tornano a fluttuare la pena del vivere e la cognizione del dolore. Così le precedenti esperienze (il Diario di bagagli e di parole ) traslocando nella fredda dimora si sottraggono all'istinto dell'oblio. La glaciale memoria, infatti, non preserva dallo scioglimento quel volume cubico di vissuti, i quali invece affiorano, al di là della metamorfosi e contro ogni tentativo di rimozione, nella nuova coscienza del canto per poi dilagare, oltre gli argini dell'obl-io, nel continuum della lettura. Questa "glaciazione" è un espresso desiderio del poeta di riprodurre la propria condizione esistenziale moltiplicando il disagio e il profondo senso di solitudine attraverso i suoi potenziali lettori, come se la coazione a ripetere gli permettesse di abreagire la tensione accumulata da una memoria storica, filogenetica. Ritroviamo in Quattro quel bisogno di condivisione del dolore sotto la forma di una pulsione segreta (E' una breve bramosia notturna | un'irresistibile urgenza) che, se permette al poeta di liberare nella scrittura poetica la propria angoscia filtrandola attraverso tutte le altrui paure , tuttavia rimane ferita da rimuovere, da rimarginare senza alcun desiderio di "agnizione". Il problema soggettivo della liberazione dal dolore e dalla solitudine si allarga, dunque, fino a divenire una domanda di tutta la specie umana.
Ma oltre quel dolore avvertiamo profondo il senso della morte: un pensiero trasversale e ricorrente in tutta la silloge e che si accompagna all'obl-io. Accanto a questa coscienza muta che fa da schermo alla "rivelazione", vigila la memoria con la sua anima bifronte: quella del ghiaccio, che si scioglie e conserva.
La morte (lo scioglimento) e la vita (la conservazione); lo svelamento e l'obl-io sono le facce opposte di quest'anima "glaciale". Contro l'istinto di dimenticare , il disagio esistenziale si "scioglie" nella quiete dello stato inorganico (lo scopo della vita), ma nello stesso tempo si consolida, nel corpo freddo della memoria, la cognizione del dolore come esperienza incessante della morte che dissimula quella lacerazione profonda prodotta dal cambiamento improvviso, dal passaggio allo stato di organicità. In questo accadimento indesiderato stanno le cose, quelle note | e quelle sconosciute. Esse testimoniano con la loro presenza/assenza quello stato precoscenziale, preesistente alla vita cui si desidera ritornare.
Attraverso le cose che il poeta assimila alla condizione umana e, quindi, allo stato di precarietà e di contingenza, si svela l'essere ontologico.Come noi, le cose anelano una vita nuova ed eterna un volto lontano da | inerzie, da smarrite pene.
Come noi cercano di ricordare ...tutto ciò che è già | stato...fuori da ogni forma. Dopo i canti , le nenie , le parole, quando l'essere è una scatola vuota che non ci contiene, quando l'uso che ci abitua alle cose ci disperde in esse consegnandoci alla ripetizione e alla solitudine di un destino comune, di una vita -cosa tra le cose- impersonale e inautentica, la stessa che tutti, dopo, si muore..., solo allora le com-prendiamo, collocandole nel nostro orizzonte. Ritroviamo in esse una connessione di vita, quell'Erlebnis diltheyano che ce le restituisce nella purezza della visione. Lo s-guardo che fuga l'oscurità fa delle cose un dono, una presenza per l'uomo. Contro la "disperata passione di essere nel mondo" e tuttavia in linea con l'heideggeriana deiezione del da-sein, la possibilità della morte a vantaggio di una vita autentica è contemplata dal poeta negli oggetti (... attimi | di un tempo invisibile | irriconoscibile ? ) al di là dei quali è un imprecisato punto di non partenza , il punto del non-ritorno dove brilla la luce dell'essere. Qui la memoria scioglie la sua anima e scende nel sepolcro. Tuttavia, non si placa la lotta tra la memoria-Eros e l'oblio-Thanatos. Eppure quel duello si ricompone in un movimento privo di opposizione. Il ricordare - esigenza biologica del poeta - (chi ti ricorderà che soltanto | dimenticando s'invecchia e | che dimenticare è un istinto ? ) è la trasformazione del suo desiderio di annullare la memoria, perché il ricordo qui equivale a ritornare allo stato immemore dell'inorganicità. Le cose allora, anche quelle raffigurate che corredano il textus poetico, s-velano nella loro luce rammemorante la vera anima del ghiaccio.
Di questo tempo epifanico danno testimonianza: la linea tracciata dalla stilografica in direzione della fonte luminosa; la forchetta che vi attinge il nutrimento squarciando l'oscurità medesima; la lampadina/s-guardo che fruga nell'intimo del buio, il graduale incavarsi di | ogni forma... ) liberando i corpi dalla prigione dell'oscurità; il filo della precaria esistenza, che in piena luce non lascia vedere l'origine e che perciò soggiace al potere di Atropo. Testimonianza, quest'ultima, inevitabile, a tergo della ...mal riposta speranza | che nessuno ci veda | pronti, di nuovo, a partire . Contro l'ineluttabile partenza si leva la voce dell'io mai nato, | la voce senza calco né copia : voce pura del tempo senza essere e senza memoria che non mette capo alla morte, perché tempo sempre a-venire che si oppone all'eterno ritorno e all'impersonalità del si muore . Con questa voce contralta la voce dell'io già | morto, la voce ormai discosta : voce rammemorante che, in quanto tale, sfugge a ciò che è presente invocando, a fronte del proprio destino, la promessa dimenticata di una vita autentica che solo si può conquistare col pieno arbitrio della propria libertà. Ed è questo richiamo alla libertà a dare a l'anima del ghiaccio il senso di una rivelazione.
Al di là dell'oscillante binomio: conservazione-scioglimento, il valore della libertà condurrà l'anima fuori dal tempo della memoria e dell'oblio, fino alla sua ascensione nel cielo eterno della poesia che affonderà le | sue radici alimentate | dagli uomini vivi.



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PASSIO PÒIESIS

Ogni opera è una visita ricevuta. L’ospite è il poeta, il quale accoglie, con meraviglia, l’inaspettato visitatore. Poi la sorpresa si cangia in attesa e sulla soglia, puntuale, arriva l’angelo. La Poesia è l’ospite alato che fa del poeta un eletto che essa accoglie, a sua volta, nella propria dimora. Ed ecco!…Negli umbratili occhi del poeta si accende la luce del mistero che fa di lui un fedele viandante.
La Poesia lo chiama al Golgota della scrittura, attraverso la quale si rinnova il sacrificio.* Egli è il sacer-dote che in sé custo-disce il dono della creazione, che lo fa pastore e maestro, vocato a ripercorrere nella passione dell’opera la via della croce. Amore e angoscia è la passione che segna il cammino di questo s-offerente messia, che nel nome della Bellezza promette l’impossibile canto per il mondo. Inascoltata resta la voce del poeta che non porta mai a compimento la sacra opera. Emulo del Cristo, egli è l’unto della Poesia, la quale si esprime nella molteplicità e nella diversità degli spiriti particolari attraverso quel figlio ideale che è figura del Salvatore. Così la Poesia s’incarna in molti eletti. Ed è lo Spirito che dà voce ai nuovi apostoli, i quali parlano da poeti.
Una è la Poesia. Uno è il Poeta. Una è l’Opera. Insieme formano l’Unità perfetta che trascende la mondana e imperfetta “trinità” della poesia, del poeta e dell’ opera.
In questa mondanità, dov’è scissa e trasfigurata, l’Unità trova la sua espressione in quelle figure della creazione particolari e moltiplicate all’infinito. Con questa frammentazione, in cui la Poesia si fa pòiesis (arte), il Poeta poietès (artista), l’Opera poièin (produzione artistica) ha inizio il calvarte:** la passio pòiesis verso l’Unità perduta. Il poeta è il cireneo che con-divide la croce. Egli è la figura e la prefigurazione del Cristo, il quale è da lui sostituito avanti e dopo la propria venuta. Perché, da sempre, inconsapevoli epigoni sono i poeti: e del Dio sconosciuto, ancora non manifesto, e del Maestro, ovvero del Dio rivelato. Appellativo, o secondo “nome” dell’uomo che la Poesia elegge, il poeta unisce in sé, più del semplice individuo, le due nature del Cristo. Per questo i poeti hanno una voce in più per la salvezza del mondo. Tuttavia, la loro voce parla un messaggio d’amore rivolto esclusivamente alla Poesia anche quando è la vita, nei suoi molteplici aspetti e nelle sue varie forme, l’oggetto privilegiato del canto. Alla Bellezza è affidata la salvezza del mondo. Ma i poeti eletti che giungono a contemplarla non adempiono alla loro missione perché la Bellezza si esaurisce in gloria e in letteratura restando così lettera morta, opera incompiuta. Inoltre, a differenza del Cristo, il cui messaggio d’amore e di redenzione è per tutti gli uomini ed è per sempre consegnato alla verità della storia, il poeta, affidando quel messaggio alla Bellezza, lo rende elitario ed epocale.*** perché quella visione sublime nella quale si dis-vela la presenza divina, si concede solo a chi sa contemplarla e in modo sempre sfuggente.
L’amore che lega il poeta alla Poesia non è un rapporto di fede religiosa. Per questo esistono poeti “maledetti” e miscredenti, e tuttavia grandi. La Bellezza non distingue tra i suoi eletti e benchè li governi, lascia loro libero arbitrio e libertà di espressione. Come la Natura non cessa di essere bella quando mostra il suo aspetto terrifico, così la Bellezza non muta se sceglie cattivi poeti a rappresentarla. Integro rimane l’amore per la Poesia anche se questa difetta in espressione. Il suo spirito aleggia nelle grandi, come nelle piccole e insignificanti opere. Ma vuoto resta il suo sepolcro. (Anche se divina è l’opera e sommo il suo poeta).
“Tutto è compiuto” nell’atto solenne della Crocifissione. Tutto è da compiere nel sacrificio della scrittura. La parola del poeta, questa parola – figlia del figlio “incarnato” della Poesia – quando giunge col suo poeta al calvario dopo il lungo, faticoso cammino dei segni, rimane crocifissa nell’opera, “muore” senza resurrezione. E quando muore il poeta, la Poesia gli sopravvive e l’opera così resta per sempre incompiuta. Non c’è salvezza senza ritorno. E se pure il poeta “vive” nell’opera, se gli è concesso più di un respiro nelle interpretazioni, egli, tuttavia, non si ricongiunge con la Poesia perchè questa è l’altrove, e l’opera, benchè ne canti l’amore, è solo il suo solenne e sempre rinnovato cenotafio.


* sacer + fictio: fare qualcosa di sacro, opera sacra.
** calvario + arte: neologismo dell’autore.
*** da epoché: gr.: "sospensione dell’assenso". Qui il termine è usato nel significato che Heidegger attribuisce all’essere , in riferimento, cioè, al suo differire la propria manifestazione rivelandosi (e, insieme, nascondendosi) nell’ente, in modo sempre diverso nelle varie «epoche» della storia della metafisica. La Bellezza, ovvero la Poesia, qui è assimilata all’essere.



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IN PRINCIPIO FU LA FIABA
La parola bambina

“In media” non sta più la “virtus” ma il “virtu-ale”. In questo “gioco linguistico”, in cui “media” assume anche l’accezione di “mezzi di comunicazione di massa”, il virtuale rappresenta il “borderline”: la linea di confine«tra» il reale e l’ “irreale”, dove la mente sconfina e si perde.
È possibile che le radici di questo smarrimento abbiano come terreno fertile l’infanzia: ”luogo” , freudianamente, originario dei conflitti e delle lacerazioni che segnano l’intera esistenza dell’individuo. È possibile che le delusioni e le angosce non adeguatamente contenute, durante l’infanzia, da una madre poco disponibile e poco responsiva nei confronti del bambino, possano trovare una via di sublimazione in quei modelli illusivi telematici diffusi,a livello di massa, dalle tecnologie audio-visive ed elettroniche che, sempre più sofisticate e tentacolari, sembrano costellare la “modernità”, ovvero, il postmoderno.
Oggi, le nuove tecnologie sostituiscono e soppiantano sempre più la fantasia. La macchina sempre più “perfetta”, sempre più “umanizzata”, è la nuova “mente” in grado di elaborare giochi virtuali senza identità, senza volto e con delle regole che non lasciano spazio alla libera immaginazione.
Al tempo del gioco e della culla, in cui il bambino è il grande “conversatore”, il “dadaista” ante litteram, ed è il sognatore per eccellenza: - attore e spettatore dei propri sogni, abile mago e creatore di un mondo “a sua immagine e somiglianza”, nonché navigatore ed esploratore, con tutti i sensi, della realtà a lui prossima e contigua – si va sostituendo sempre più il tempo dei video-games e delle “chat”, della navigazione “on-line”.
Il nuovo “dadaismo” è lo sproloquio della TV, la “babele” dei network e delle “chat” dove il gustoso esercizio della parola “in fasce” è un soliloquio remoto, l’espressività perduta e sepolta nei siti della chiacchiera delirante che equivale a un nuovo “balbettio” che sconfina in “mutismo”, nell’alessitimia (1) tecnologica. Il rischio di una patologia da “gioco” è il paradosso di questo tempo separato dall’infanzia, dalla parola “bambina”, dalla “culla” : civiltà di questa parola, insieme con la quale crescono i sentimenti e le emozioni.
In un mondo globalizzato, il rischio di un’epidemia da gioco elettronico, da ”da- daismo” televisivo e virtuale, il rischio di una “videmia”2 è, purtroppo, concreto, specie per i soggetti più giovani e, in generale, per la “digit generation”, nata e cresciuta senza gli anticorpi di una cultura legata alla tradizione e a ben altri valori.
Chi, infatti, può dirsi protetto, immune dalla “peste” del virtuale, in una società nella quale l’industria del divertimento, con la sua fabbrica delle illusioni, lascia sempre meno spazio alla creatività?
Di fronte alla proliferazione incontenibile delle immagini, in cui le cose si smaterializzano, i nostri sogni o fantasie, che nelle cose trovano appiglio e “consi- stenza”, si dissolvono a loro volta, e la loro perdita è il lutto che non riusciamo più ad elaborare. Lo sguardo “bambino”, il “sogno” del grande “contemplatore” sarà l’abisso incolmabile, l’oblio profondo per le generazioni a venire. E il desiderio delle cose smarrite e dissolte nelle immagini, insieme con i sogni infantili, crescerà perché il corpo si protenderà a cercare un nuovo contatto, una nuova “materialità”.
La macchina, il computer, sarà sempre più la sua protesi hi-tech che realizzerà la nuova “conoscenza” di tipo “copulativo”, la quale porterà il soggetto all’ erotismo tecnologico, ad “unirsi” con l’attraente metallo. Questo matrimonio fra la carne e la macchina, fra il corpo e la rete telematica porterà l’ “io” a naufragare, con tutti i sensi, nel mare della virtualità che è il mare delle ombre, vuote e senza oggetto, scambiate per vite reali.
Icaro è qui. Fuori dal mito, ripete il suo volo con le «ali» meccaniche della «virtù»,senza cielo e senza coscienza, nel vuoto del cyberspazio. L’uomo torna nella “caverna”, sostituita dalla “rete”, dove egli è di nuovo ingannato, illuso, imprigionato.
Quando la realtà sarà satura di ombre e i volti saranno dissipati, quando il vir- tuale sarà la nuova realtà, sarà in grado il cyborg, l’ “homo technologicus”, di guar-dare la propria ombra e attraversarla? Ci sarà ancora, in qualche punto remoto della “caverna”, uno sguardo bambino in grado di vedere il ”re nudo” e di lasciare, perciò, brillare il volto dietro la maschera svelando così l’inganno ai “prigionieri” ? E in questo auspicabile “dejà vu” sarà possibile il ritorno al passato, alla “virtù” del reale?
Basterà questo andenken, questo pensiero rammemorante, per uscire dal “cavernoso” rifugio, per liberare la scena dalle illusioni della rete e riconciliarsi con la vita e col mondo in modo risolutivo, senza miti, mode omologanti e senza mora- torie? Ritroverà l’uomo-cyborg il tempo del gioco e della parola “bambina”: antidoti naturali contro i video-games e gli artifici di un linguaggio informatizzato, reificato?
Solo chi impara a non distogliere lo sguardo dalla “culla” sarà in grado, ad ogni passo, di stupirsi, di ritrovarsi, in ogni tempo, con le sue emozioni e con i suoi sogni, quelli veri, che aderiscono alle cose, come alle parole.
Non ci sarà moratoria per il giovane “dio” che incontra il Fanciullo. La sua vita non conoscerà vie di fuga, perché sempre gli sarà resa nella sua intera pienezza. Perché «la vita di ciascuno può essere ricostruita in base al numero di volte in cui ci siamo sorpresi o stupiti»3


1 Dal greco a (mancanza) lexis (parola) thymos (emozione): difficoltà ad esprimere i propri sentimenti, le proprie emozioni.
2 Epidemia da video, peste delle immagini (neologismo dell’autore del presente saggio).
3 Duccio Demetrio, Iter, Scuola, cultura, Società, settembre – dicembre 1998, Treccani.



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Il grande miscuglio

I bambini non sono più quelli di una volta. Ai bambini di oggi, figli della civiltà delle immagini, cresciuti nel «villaggio globale», non appartiene più il tempo della fantasia e delle fiabe. Allo stupore dell’orecchio incantato dalla voce sicura e narrante presso il focolare domestico, si è sostituito lo stupore dell’occhio incatenato alla “malefica” rete di Internet, in siti poco sicuri e senza dimora.
Altre fate, altri orchi popolano questo mondo labirintico e tentacolare. Altri boschi invitano ad infrangere regole e divieti e ad arrischiarsi in pericolose avventure. Sono i media le nuove “fate” e i nuovi “destinatori”. Essi sono i mezzi cui si af-fidano soprat- tutto i bambini e i giovani adulti e dai quali dipende il loro destino di “eroi” vulnerabili.
Capovolgendo i termini della questione, non si è lontani dal vero se, contro il luo- go comune della “TV specchio dei tempi”, si afferma esattamente il contrario: cioè che la società attuale è lo specchio della TV e, in quanto tale, è “l’effetto speciale” per eccellenza.
Se « la fiaba ha qualche legame con il mondo dei culti, con la religione »4, con gli usi e i riti di iniziazione praticati presso i popoli primitivi, oggi la realtà virtuale è legata al culto delle immagini, alla “religione” del «villaggio globale», rappresentativo delle nuove forze che “governano” la nostra quotidianità e che attraggono e conquistano la mente dei giovani mostrando un qualche potere sovrumano.
Queste forze, queste “divinità” un tempo catodiche, oggi digitali, mettono alla prova i nostri “eroi” in carne ed ossa ingannandoli con le loro false virtù. Non si tratta delle prove difficili delle fiabe, ma, per lo più, di mode e modelli da imitare, ma con i quali non tutti possono competere. C’è, tuttavia, una prova che è la più temibile e ricorsiva, ed è la crisi di astinenza che la dice lunga sull’azione dopante dei media.
Sembrano dunque lontani i tempi, in cui ai bambini si somministravano insieme fiabe e cibo per distoglierli dai capricci e allontanarne i digiuni, o si raccontavano storie fantastiche per “sedare” le innocue paure dell’infanzia o semplicemente per cullare i loro sogni, per soddisfare la loro fame di fantasia, per destare il loro stupore nutrendoli di emozioni. Oggi la “droga” virtuale sostituisce la passione per la fiaba e dà l’illusione di vincere i disagi e la noia, di riempire il vuoto della solitudine e dell’abbandono, della troppa abbondanza o del troppo consumismo.
Nelle fiabe, la partenza dell’eroe era un cammino avventuroso che si concludeva felicemente, spesso con le nozze. Oggi, invece, la sua partenza è la logazione, è la stretta del mouse nella tana della mano. L’ ”eroe” della nuova “fiaba” sconfina e si perde nelle maglie della labirintica “rete” che lo incanta e lo conduce nel mare delle “mille e una illusione”, verso un cammino che non è mai concluso e che si protrae nel tempo della dipendenza dove le “nozze” con la “rete” sono la “cattura” inevitabile di questo “eroe” senza “eros”, ovvero, dalla “sessualità neutra”.5
In questa “fiaba” tecnologica sono trasportati e introdotti i bambini, da quando al libro e al focolare sono stati sostituiti lo schermo ed il sito; da quando ai giochi e al mondo incantato delle fiabe si sono sostituiti i video-games, i giocattoli mutanti, l’infoverso: l’universo informatico che trasforma l’infanzia in un mondo a rischio dove, insieme con le sane regole della famiglia e della società, vanno cambiando gli usi, i costumi, le tradizioni; dove proliferano, sotto mentite spoglie, altre fate, altri orchi, altri
eroi. In questo camuffamento generale, il mondo virtuale “smaschera” il mondo reale evidenziandone e duplicandone, al tempo stesso, i vizi, le devianze, le aberrazioni e, miscelando immaginazione e intelligenza artificiale, asseconda e realizza il desiderio di onniscienza dei suoi giovani “eroi”. E così, con il loro delirio di onnipotenza, questi “indomiti” entrano nella nuova “fiaba” per uscirne sconfitti nella realtà.
La dissipazione dell’infanzia, al di là delle cause indagate e individuate dalle scienze umane, oggi è il frutto dei “riti” di iniziazione telematica; e il peggio è che questi “riti”, ormai istituzionalizzati, si avviano ad essere diffusi e praticati nella scuola.
Si è lontani, dunque, dalle pratiche primitive, dai riti magici ispiratori delle fiabe, i quali educavano al coraggio e all’indipendenza fortificando il corpo e lo spirito dei fanciulli con una serie di prove difficili. L’iniziazione supertecnologica maschera le debolezze e genera dipendenza, perché le “prove” cui sono sottoposti oggi i ragazzi mancano di esperienza di vita, di sana competizione e promuovono, invece, il confronto tra corpo e macchina, tra mente e intelligenza artificiale, fino a spingere a forme di feticismo, a correre il rischio di una strana e pericolosa “metamorfosi”: quella che il filosofo Mario Perniola contrappone alla mitologia classica e «considera all’altezza dei tempi: il diventare cosa. Una trasformazione che impone di abolire la distanza che separa l’uomo dalla cosa, accettando di fondersi, di fare all’amore con le cose».6
Esempio di questo “matrimonio”, di questa ibridazione fra carne e macchina è la figura del cyborg: il nuovo “eroe” della “fiaba” mediatica che non ha bisogno di aiutanti, di mezzi magici, perché fornito di “effetti speciali” che gli assicurano il suc- cesso e lo innalzano all’Olimpo degli dei tecnologici. La tecnologia si avvia così a diventare la nuova mitologia. Essa genera i nuovi “eroi”, i nuovi “dei”, non più antro- pomorfi, ma postantropi,7 cioè post-umani o, per usare l’efficace espressione di Alexander Chislenko, infomorfi: ibridi, «entità che non sarà più possibile distinguere in base alle origini, artificiali o naturali».8
La tecnologia con i suoi “effetti speciali” crea dei modelli che superano la realtà al punto di “falsificarla”, di farne cioè un “prodotto” inferiore, non autentico. E quei modelli ben fatti e attraenti sono la “misura” da raggiungere e da indossare. Essi veicolano il futuro nel tempo del postmoderno, dove la moda non è il costume del momento o di ritorno, ma il corpo che, facendosi maquillage, tatuaggio, “ingegneria genetica”, veste l’uomo, il quale tende così a con-fondersi con la cosa, a reificarsi.
Dopo Nietzsche si attendeva l’uomo nuovo, l’ ubermensch, generato dalla “morte di Dio”, amante della vita fino a volere lo sradicamento del tempo nell’ eterno ritorno. Ora che la “morte di Dio” è stata proclamata, ora che al Dio degli uomini si è ostituito il grande feticcio della tecnica, bisogna aspettare e rassegnarsi alla venuta del cyborg amante della morte, “feto” del Feticcio, generato dal «sex appeal dell’ inorganico»?9
In Walter Benjamin, « la moda presenta il rituale secondo cui va adorato il feticcio della merce (…) Essa è in conflitto con l’organico; accoppia il corpo vivente al mondo inorganico (…). Il feticcio, che è alla base del “sex appeal dell’inorganico” è la sua forza vitale. Il culto della merce lo mette al proprio servizio».10
Se il grande miscuglio di organico e inorganico attrae i bambini e i giovani adulti, se il consumismo tecnologico soddisfa la pretesa di “giochi” e “giocattoli” che superino in modo esagerato e sproporzionato la fantasia e le reali esigenze di puro svago e divertimento dei bambini, allora si è davvero lontani dal mondo dell’infanzia, dove i giochi erano spesso frutto della fantasia e dell’immaginazione; dove i giocat- toli facevano da supporto e da stimolo alla capacità di inventarli e di costruirli anche manualmente.
Affinchè si preservi il mondo dell’infanzia e l’uomo non si disperda nel bambino “allevato” dalla “rete”, è necessario procedere a una “nuova” umanizzazione dell’ uomo. Bisogna tornare al mito e alla favola, dove gli dei e gli animali antropomorfi rivelano una natura umana che la “favola” virtuale oggi tende a dissipare nell’ultima metamorfosi dell’uomo, “eroe” forgiato a immagine e somiglianza di un dio minore, chiuso nella sua torre di metallo dove l’umana natura è mortificata e dimenticata.
Se «Terminator è una macchina che indossa un corpo umano»11, l’uomo assomiglia sempre più a una macchina che finirà per annientarlo. Quando il confine tra macchina e uomo diverrà impercettibile, il processo di autodistruzione avviato dalla tecnica avrà il suo innaturale compimento
Allora, sarà quell’ “angelo S-terminator”, figlio dell’uomo e del grande Totem tecnologico, a segnare, con indelebile marchio, l’umana natura.
Se, dunque, la fiaba cede la virtù dei suoi eroi agli “eroi” del virtuale; se la realtà si perde nella peggiore fantascienza, allora c’è una ragione e una morale da recuperare al più presto e da opporre al dilagante disconoscimento delle esigenze e del valore della natura umana. C’è una difficile scommessa da vincere in nome del sentimento, delle emozioni, dell’intelletto. Una scommessa tutta da giocare in casa, in famiglia, presso il focolare domestico dove, in principio, fu la fiaba.
Contro lo strapotere della TV, del computer, del virtuale, famiglia, scuola e società devono riconquistare il potere e la virtù di “istruire”; devono fare in modo che il processo educativo diventi il loro programma a reti unificate, il grande software della comunicazione, opponendosi fortemente alla dispersione dell’ “io” nelle molteplici forme dell’apparire e ad un “sapere” globalizzato, omologato, che è “alfabetizzazione tecnologica”, colonizzazione dell’ “io” ad opera, soprattutto, di
Internet e della sua ragnatela multimediale. Oggi il problema non è più di lottare contro l’analfabetismo strumentale, ma di esercitare un controllo sull’alfabetizzazione informatica contrapponendole, affinché essa non dilaghi irreparabilmente, l’universale alfabeto dello spirito o dell’interiorità.
«In fondo non si tratta tanto di insegnare all’adulto una determinata arte, una determinata scienza, ma di istruirlo in una disciplina più vasta, in cui stoltamente noi lo supponiamo già erudito: la vita stessa»12.


(4) V. Propp, (1977). Le radici storiche dei racconti di magia, Newton Compton, Roma, pag.22
(5) La definizione è di Donna Haraway, in Manifesto cyborg, Feltrinelli Milano, 1995. Concerne "Il rapporto fra essere umani e tecnica (…) rapporto erotico di apertura nei confronti del mondo che supera la relazione sessuale fra generi".
(6) C. Formenti, (2002), Incantati dalla rete, Raffaello Cortina ed. Milano, pag.122
(7) Neologismo dell’autore
(8) C. Formenti, op. cit. pag. 93
(9) M. Perniola, (1994), Il sex appeal dell’inorganico, Einaudi Torino. Lo stesso concetto è già in W. Benjamin, (1986), Angelus Novus, Einaudi, Torino, pag. 146
(10) W. Benjamin, op. cit. pag. 146
(11) C. Formenti, op. cit. pag 128
(12) A. Lorenzetto, (1963), Alfabeto e analfabetismo, Armando, Roma, pag. 133.



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MEDIA-MENTE

« In media» non sta più la «virtus», ma il «virtu-ale».
In questo “gioco linguistico”, in cui «media» assume anche l’accezione di “mezzi di comunicazione di massa”, il «virtu-ale» è il “border-line” in cui la mente sconfina e si perde.
Ė possibile che le radici di questo smarrimento abbiano come terreno fertile l’infanzia, se è vero che essa è, freudianamente, il luogo originario dei conflitti e delle lacerazioni che segnano l’intera esistenza dell’individuo. Ad essa perciò si ritorna, ogni volta che si vogliono indagare le cause di una nevrosi. Tra le cause ci sono, inevitabilmente, i rapporti parentali, in primo luogo quello con la madre. Il “risarcimento” del dolore inferto dalla precarietà e dall’inadeguatezza del rapporto materno segue vie diverse. Tuttavia, il percorso di “liberazione” o di sublimazione del trauma infantile non è mai lineare e vi si alternano momenti di “serenità” e di crisi. La via più battuta oggi è quella della “modernità” (ovvero, del postmoderno) costellata dei modelli illusivi telematici diffusi, a livello di massa, dalle tecnologie audiovisive ed elettroniche sempre più sofisticate e tentacolari. Queste modificano profondamente l’esperienza del reale, falsificano con la realtà i legami sociali e storici fino ad esplodere dentro le coscienze più deboli, nella mente dei giovani, inquinata dalle nuove droghe della civiltà delle immagini, e finiscono così per “colonizzare” l’inconscio e gettare quei soggetti in una condizione di «solitudine multipla» che il sociologo Aldo Bonomi sintetizza efficacemente nel concetto di uomo glocale.
Nell’era informatica, infatti, l’uomo è condannato alla solitudine e alla mancanza di esperienze reali e tuttavia, grazie al sistema di comunicazioni in cui è immerso, è a contatto con tutto il mondo.
Falsa illusione, falsa libertà, dunque, quella che si sottomette ai condizionamenti della “moda” del postmoderno e che scava un vuoto più profondo nella coscienza ferita dall’assenza delle figure di contenimento infantile, soprattutto dalla perdita dell’immagine della madre, che le immagini virtuali non possono compensare.
Nei soggetti affettivamente traumatizzati, con difficoltà relazionale accompagnata da ansia comunicativa, lo “sconfinamento” nei luoghi estremi del virtuale è difficilmente controllabile e può essere certamente sintomatico del mancato contenimento delle emozioni, delle paure e inquietudini entro i confini del Sé. Tuttavia, se l’alienazione del reale nel virtuale assume le forme e le caratteristiche dell’alienazione mentale, è un problema oggi discernere le cause dei disagi, delle nevrosi, delle patologie che affliggono i nostri giovani perché esse non sono più ascrivibili, in modo esclusivo e diretto, alla discuria delle figure parentali. Ciò perché nella società multimediale l’infanzia è affidata sempre più al «video-caregiver», alle “figure” di intrattenimento piuttosto che a quelle di contenimento.
Se, infatti, il mondo “incanalato” e mostrato nei suoi aspetti più negativi attraverso i canali mediatici, soprattutto televisivi, nonché ampliato e falsificato attraverso le vie telematiche (Internet, personal computer, cyberspazio) è diventato la più grande “scuola” frequentata, la più grande famiglia allargata, presente e accogliente, allora esso è il luogo originario dei conflitti dell’infanzia, la loro causa scatenante. Perché il mondo, così sezionato, è il grande “comunicatore”, la grande attrazione che ha nei media, soprattutto nella TV, i suoi esperti “contenitori”. E la televisione, per dirla con Sartori, «sostituisce la baby sitter», ed essa «non è soltanto strumento di comunicazione, è anche, al tempo stesso, paidèia, uno strumento “antropogenetico”, un medium che genera un nuovo ànthropos, un nuovo tipo di essere umano».(1) Ciò significa che la società sta cambiando, che cambierà e che le nuove generazioni saranno sempre più costituite da «video-bambini» allevati da «ex video-bambini» e perciò incapaci «di reggere all’urto della realtà». Allora è opinabile la nascita di una nuova psicologia perché non si può escludere che si formi una nuova psiche, o che si stia già formando. Del resto, «l’animale multimediale è già descritto e iscritto nei trattati sulla schizofrenia (…) il video-bambino (…) quello multimedializzato di domani, della seconda ondata, sarà un io disintegrato, un io “decostruito” che andrà a popolare le cliniche psichiatriche».(2)
Per queste ragioni psicologi e psichiatri sono chiamati a occuparsi delle aberrazioni, delle turbe psichiche di quei soggetti più fragili, emotivamente instabili, che nella solitudine della navigazione on-line annegano qualsiasi altra attività subendo sempre più il fascino dell’onnipotenza dei nuovi strumenti comunicativi. E illudendosi di soddisfare i loro desideri frustrati, di compensare le loro depotenziate capacità relazionali con un irrefrenabile bisogno di “chattare” finiscono, per abuso di “contatti”, per cadere in depressione o in trance dissociativa, o per scambiare la loro dipendenza con una sorta di delirio di onnipotenza.
Il rischio psicopatologico connesso ad Internet è oggi ancora un’ipotesi da valutare. Il fenomeno, infatti, è nuovo e resta per larga parte inesplorato. Il problema, allora, è di farne uno studio oggettivo per la prevenzione del rischio e il trattamento delle patologie senza abbandonarsi a facili allarmismi e a tentativi di demonizzazione. Ciò affinchè la partita tra l’uomo e il computer, tra la mente e i media on-line si giochi a carte scoperte. Affinchè, dopo la lontana stagione del luddismo(3), non sia la macchina una seria minaccia per l’uomo.
«Non sono le macchine che noi costruiamo ad opprimerci, ma l’assenza di spiritualità, di anima, la meccanizzazione del nostro intimo».(4) Questa affermazione di Lippert ci fa comprendere come il problema della dipendenza da Internet resti aperto circa le cause che lo determinano. Cause che sono state finora attribuite, ipoteticamente, alla macchina e/o all’ambiente familiare. Anche se in Lippert c’è una chiara presa di posizione in direzione della spiritualità, alla cui dissipazione egli attribuisce la condanna dell’uomo alla “cattività” tecnologica, tuttavia c’è da obiettare che essendo la spiritualità un aspetto inscindibile della natura umana, cioè qualcosa di «dato», la sua “assenza”, allora, deve avere una causa determinante, così come la sua “presenza” presuppone dei fattori in grado di alimentarla. Il discorso, allora, torna all’ambiente familiare e alla macchina “progressista” che possono, in positivo o in negativo, “influenzare” la salute mentale dell’uomo, elevando o abbassando i “gradi” dello spirito.
Il problema, dunque, è un serpente che si morde la coda. La “Nuova Atlantide” di Bacone (siamo nel 1627) inaugurava l’illusione moderna di una felicità umana affidata al progresso tecnologico, senza implicare una trasformazione dei rapporti sociali e umani esistenti. Oggi «la TV è la catena che tiene in chiave di schiavitù l’umanità. Le chiavi ce l’ha la moderna elite dell’informazione e i mass-media devono ricordare ai giovani che c’è ancora qualcosa dietro l’apparenza» (H.G. Gadamer).
E dietro l’«apparenza» c’è l’essere, la spiritualità nell’uomo, il suo mondo interiore. Dietro il «virtuale» c’è l’uomo con i suoi problemi, di fronte a Dio, alla natura e alla morte; di fronte al mondo della tecnica e a quello degli animali. L’uomo è il problema e la sua soluzione. Egli costituisce il nesso logico tra tutte le discipline, e la sua (ri)scoperta va oltre la psicologia e ogni altra scienza, fino al loro azzeramento. Egli è il grande assente e tutti i problemi nascono da quest’ “uomo”, si dibattono nel vuoto della sua “assenza”. Quando Lazzaro verrà fuori, la virtù senza l’ «ale» prenderà il volo in Media-mente, ossia nella grande Rete mentale, e l’uomo entrerà «a far parte di una vita interpersonale che è una “superpersona”, cioè una persona più alta e perfetta».(5)



(1) G. Sartori, ”Homo videns”, ed. Laterza, pag.14
(2 ) Ivi, pag.145
(3 ) da Ned Ludd, un operaio che nel 1779 per protestare contro l’introduzione delle macchine nell’industria, viste come causa di disoccupazione, avrebbe distrutto un telaio meccanico
(4) P. Lippert, “Dal finito all’infinito”, ed. Paoline, pag. 45
(5) G. Marcel, in N. Abbagnano, “La saggezza della filosofia”, ed. CDE, Milano pag. 164



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TUTTE LE VOCI DEL CANTO
(LE “MILLE E UNA VOCE”)

Una è la voce dell’ “io”. Mille sono le voci che ne esprimono il canto.
La poesia moltiplica la nostra esistenza. Esperiamo, per mezzo di essa, la pluralità del nostro “io”.
Perché la poesia è l’espressione multiforme dello Spirito, unico e indivisibile.
Col suo stellario di parole ci eleviamo alla noosfera (1), rallegriamo nel vederci nella luce di tante esistenze.
L’«ecceità»(2) che ci spoglia della natura communis ci chiude nella torre d’avorio dell’individualità, fa cioè di ognuno di noi un individuo, unico e irripetibile. Contro questo “nobile” “distintivo” che frantuma e isola le esistenze relegandole, con l’avallo di una “dote naturale”, in una solitudine estrema per l’assenza di contatti autentici , ha pieno valore la “categoria” dell’affinità, di cui dà prova la poesia in tutte le sue manifestazioni. L’affinità ci sottrae all’ «ecceità» che ci estrania, restituendoci alla ricchezza della pluralità e alla comunic-azione, che è agire in comunione con l’«alterità».
E questo ci fa singolari. Perché la vera singolarità, quella che fa di ogni individuo un essere eccezionale, è l’appartenenza alla Regola dell’ Intero. L’ «ecceità» va “compresa” entro questa Regola, fuori della quale essa è un triste “marchio”, o una “marca”, che impoverisce, che fa perdere in umanità. Povera cosa, povera esistenza quella che fa “eccezione” alla Regola escludendo da sé ogni altra esistenza!
L’ “io” prende sempre il posto dell’ «alterità». Dice solo se stesso espropriando da sé quel «tu» ogni volta che lo pronuncia. Così tiene saldo lo scettro e ci inganna col suo potere “singolare”, “regale”. Piuttosto che al «noi», è all’ “io” che si confà il pluralis maiestatis. Solo questo “io”, spogliato del proprio ego(centr)ismo e, così, spodestato, ha il diritto di occupare il posto del re. Bisogna che il «tu» scompaia, per rivivere, nella palingenesi dell’ “io”, dove l’illusoria singolarità è smascherata in ragione del vero egoismo, solo dal quale può scaturire il vero altruismo: l’amore del prossimo, secondo l’insegnamento di Gesù. Amare l’altro è aprirsi alla pluralità dell “io”, rac-cogliersi in questa alterità universale. Nel «Noi» onnicomprensivo batte il cuore dell’ Io maestoso.
“Ritrovare gli altri dentro di sé. Ritrovarsi negli altri”. È questa la legge dello Spirito. E la poesia è lo spirito di questa Legge. È il suo dettato e la sua pratica.
La poesia scopre e “realizza” l’affinità che essa stessa genera, e questa “singolare” pluralità parla in ogni creatura umana col divino soffio della Creazione. Così ogni opera è un canto che “riproduce” il Creato, un canto corale espresso da tutte le voci dell’ Io.
All’ “io” individuale diamo un volto, il nostro volto, e lo identifichiamo col nostro essere corporeo. Dimentichiamo che, in quanto sostanza spirituale, può solo cor-rispondere e confrontarsi con gli altri “io” particolari, all’interno della totalità che li com-prende e che è l’Io unico e indivisibile. Ogni sostanza spirituale è, perciò, distinta dall’altra ma non è mai separata dall’ Io che ha il Volto dello Spirito universale.
La nuova razionalità è la coscienza di questa Unità. È con questa coscienza che la Ragione si fa etica. La Ragione che assume questo punto di vista riflette con sguardo soale. (3)



(1) in Teilhard de Chardin: “cervello planetario”, mente in cui tutti i pensieri individuali sono immersi.
(2) in Duns Scoto: perfezione che si realizza in ogni ente quando passa dalla condizione di natura specifica a quella di natura individuale, dalla specie universale all’individuo unico e irripetibile.
(3)da soaltà (neologismo dell’autore): realtà interiore che include, come sua parte costitutiva, il “sogno” del pensiero noetico.

* (pubblicato sulla rivista “della Soaltà” paeSaggi, giugno 2006)




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G I R O T O N D O*
silloge poetica di Nino Balletti

“Giro, girotondo/com’è bello il mondo” Bello è, certamente, il mondo della natura che allegramente mette in cerchio i bambini nel gioco che li dispone al sodalizio universale, al corale, stratosferico abbraccio del globo.
Essere bambini. Essere stratosferici nella gioia del mondo. È questo il messaggio sotteso della silloge poetica intorno a Carlotta: la “sensibile”, “socievole”, “sensitiva” nipotina del nostro poeta Balletti. Un messaggio che si apre all’ universalità, a partire dall’ infanzia della bambina.
Percorrere in “tondo” questi versi, prima ancora di analizzarli separatamente e a fondo, è entrare subito nel “giro” delle emozioni e dei sentimenti che essi emanano; è avvertirne la leggerezza, coglierne la luce, l’aura… (e perché no?) la presenza dell’Angelo: quel Lecabel, “Custode dei nati dal 13 al 28 Agosto” e, quindi, anche della piccola Carlotta (nata il 25 Agosto 2000). E ciò, perché i versi custodiscono l’ “energia interiore” della bambina, si prendono cura
della sua infanzia fin dalla culla e, ancora prima, quando il miracolo della nascita è solo concepimento e annuncio solenne, nonchè trepida attesa dell’evento che il nonno/poeta sente, avverte dentro di sé come dono, come grazia prossima a ricevere, ma che già lo pervade di nuova, fresca linfa poetica.(1)
Sembra, oggi più che mai, prerogativa dei nonni avere cura dell’infanzia, di un mondo che non è più protetto come in passato, quando tutto l’ambiente familiare (la cosiddetta famiglia allargata) ruotava intorno al bambino in un girotondo di codici affettivi, di premure e attenzioni, di ludica complicità, di gioiose moine e confidenze, di stati emozionali. Questo «Girotondo» di Nino Balletti sembra farsi interprete dei disagi, della follia del nostro tempo indicando, di contro, la via del ritorno alla sanità, attraverso la riscoperta e il recupero della “primitiva” innocenza, del suo valore sublime.
La parola che qui si nutre del latte dell’infanzia, si fa bambina e incontra la poesia – quella pura del cuore e del sentimento. Così essa ci appassiona e ci commuove con il candore delle prime emozioni; ci fa ritrovare bambini restituendoci quel mondo favoloso che si apre in improvvisi bagliori, ma che è a lungo obliato e dissipato nel quotidiano disamore, nel vuoto del nostro vivere disincantati, smeravigliati.
In questa silloge, la parola-bambina è quella che cresce con Carlotta, facendosi via via narrazione, vita, sogno, poesia, nel gioco dell’amore rotondo. Sentimenti, emozioni, sogni, desideri, promesse, aspettazioni, eventi anche tristi, costituiscono una girandola di ludica e, tuttavia, pensosa espressività che connota il legame tra Carlotta e il nonno. Il «Girotondo» diventa così una sorta di “danza sociale”, un “rito magico” che, assecondando la giocosa natura dell’ infante, ne mette in “fuga” le ansie, le solitudini, le noie, le preoccupazioni. E non solo quelle della bambina, ma anche del nostro nonno/poeta, il quale, spettatore incantato,affascinato delle performances della nipote ne coglie i cambiamenti nell’espressione del volto e così, osservandola nei vari momenti della sua giornata, della sua crescita, dà voce ai sentimenti e alle emozioni con un racconto poeticissimo che ne dispiega e scandisce la vita.
L’infanzia di Carlotta tiene i luoghi della memoria del nostro poeta, il quale ritrova, nel ricordo balenante della propria madre, l’antica protezione, «quel muro d’innocenza» che ancora argina la sua «malinconia» (2), oppure rivede, nei vari atteggiamenti della nipote, la propria figlia infante (3). E qui, gli «si accorciano gli anni», nel rifugio della mente, dove la vita, toccata dalla genialità infantile, dal potere dell’innocenza che sa incantare e trasformare, si accende di luce nuova, di antica luce e torna ad animarsi dentro «le stanze quiete», custodi di Carlotta, come, un tempo, della sua mamma (4).
La moratoria che consente al poeta di ritrovare, attraverso Carlotta, l’infanzia della figlia e, dunque, parte della propria giovinezza, non è una semplice via di fuga, un momento passeggero che lo distoglie dagli affanni quotidiani («uccello di passaggio sul mio vuoto» ) (5), ma l’occasione «per andare/ di sogno in sogno» (6), per tornare a stupirsi, per ritrovarsi, in ogni tempo, con le sue emozioni e i suoi sogni, quelli veri, che aderiscono alle cose, come alle parole. E l’occasione (la moratoria), che tocca la sfera della soggettività e del privato segna idealmente una svolta anche per il mondo («il mondo cambierà a una cert’ora») (7) . Il mondo, dunque, salvato dall’infanzia. “Il mondo salvato dai ragazzini”, come ha scritto Elsa Morante. Bisogna, solo, che non si distolga lo sguardo dalla culla. Perché la vita non conosce fughe se incontra il Fanciullo. Perché il miracolo della nascita e la magia dell’infanzia ce la rendono nella sua intera pienezza.

“Giro, giro, girotondo…/non è bello questo mondo” Bello, non è certo il mondo degli uomini, degli adulti, che spezzano il «cerchio d’innocenza» (8) lasciando “cascare” la Terra e, con essa, i bambini, per mancanza d’amore, per l’assenza di questa forza di “gravità” che non li attrae e non li custodisce, come dovrebbe, nel suo seno. («Giro, girotondo/come è bello il mondo…/se non ci fossero inganni e trasgressori (…) Giro, giro, girotondo…/ non è bello questo mondo (…) / dove Cristo/ non è mai resuscitato») (9)
Ecco allora che la moratoria, che consente al nostro nonno/poeta di prendere le distanze dalla realtà, ha uno squarcio improvviso quando la piccola Carlotta lascia la casa dei nonni portandosi «lontana dagli abbracci/ dagli sguardi di protezione» (10) o quando, nella «brutta favola del lupo/ nero» (11) , chi parte, allontanandosi nel bosco, è il papà di Carlotta. Di colpo, la vita della bambina, così quella del nonno, dei nonni, volta pagina… E la terra ha un sussulto, comincia a “cascare”.
La poesia, allora, cede il posto alle «parole (che) hanno fame di silenzio» (12). Chi parla è lei, Carlotta, cresciuta così in fretta da dare voce a quel silenzio sollecitando risposte; passata, improvvisamente, «dalle affabulazioni gutturali alle vocalizzazioni, e poi dalle paroline quasi senza significato alle altre» (13) e dalle altre a quelle che ora chiedono, che ora attendono di riempirsi di senso, di vita felice e contenta, per non tradire la fiaba, per sorreggere il mondo. Le parole, dunque, devono uscire dal silenzio, devono tornare a sognare, affinchè possano ancora avere, essere una vita, una storia da raccontare. Affinchè non restino muti i sentimenti e il mondo: quello di Carlotta e del suo nonno/poeta; quello che la parola schiude a chi riesce a farsi bambino.
Nella culla, maestra di sogni è la parola, che «in forma di colomba» si leva in volo a catturare la “sapienza” universale (14). Questa parola che ha vegliato i sogni della piccola Carlotta rendendole i giorni (la sua vita futura) sicuri, ben protetti dall’immancabile presenza dei suoi familiari (15) si fa, ad un tratto, insistente domanda, voce inascoltata… E la poesia tace.
La poesia, ora quella chiusa negli scaffali, accoglie il «primo sorriso» di Carlotta «nella foto» (16). E questo sorriso che riempie la casa, moltiplicandosi nel ricordo in «cento immagini», e che così torna ad abitare, con la sua giocosità infantile, il cuore del nonno, è la luce che rinnova i versi consegnati alla memoria e li congiunge alla nuova poesia in un continuum che fuga la nostalgia del poeta, il quale riprende il cammino sperando, con fiducia, che Carlotta ritorni al suo «sereno» (17), al suo felice girotondo. E qui, a conclusione della silloge, col ritorno a casa dei genitori di Carlotta, riuniti nell’amore, il messaggio, che ha sempre ammiccato a una più grande speranza, si fa chiaramente e universalmente salvifico. La “rotonda”, antica cantilena, che nell’innocenza del gioco infantile cela il declino della Terra, ossia, tutta la discuria e il disamore del mondo, lascia la sfera del privato e si fa «Cantico» che »scioglie» la metafora del «Girotondo» sollevando la Terra e gli uomini che, nel trionfo dell’ amore, si stringono in quell’abbraccio stratosferico, ritrovandosi, così, bambini e reggitori del globo, sognatori nella culla, da dove «sale», fino al cielo, il canto del loro vero «Natale» (18).


(1) (In attesa di Carlotta) pag. 9
(2) (Una certa ora del giorno) pag.10
(3) (Complimese) pag.12
(4) ibidem
(5) (Una certa ora del giorno) cit.
(6) ibidem
(7) ibidem
(8) (Giro girotondo) pag.51
(9) ibidem
(10) (30 Ottobre) pag.13
(11) (Ma ecco volti pagina) pag.39
(12) (Silenzio/ Parla Carlotta) pag.40
(13) Nota dell’Autore pag.6
(14) (Tatù) pag.26
(15) ibidem
(16) (Per l’onomastico di Carlotta) pag.15
(17) (Cento immagini) pag.52
(18) (Ultimo girotondo) pag.54

* (pubblicato su “INFRA”, di Nino Balletti; ed. Thule, 2004)




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IL RITORNO DI ORFEO
Lo sguardo

Euridice, smarrita, sogna il volto del suo giovane sposo. Il suo desiderio di fuga è un’ombra lunga sul mondo, un ricordo sotterraneo, nella notte profonda. Nei suoi occhi si perde lo sguardo di Orfeo, e già un nuovo canto sorge nel cuore della driade.
(“A casa, a casa…riportami a casa, Orfeo!...Promettimi l’alba, promettimi che sarai cieco per me…per amore!
Se tu r-esisti, allora io esisto e avrai un regno nel mio cuore. Insieme ascolteremo l’amato canto senza ignorarne il rischio!”).
Il sogno di Euridice si versa negli occhi di Orfeo. Egli, allora, sprofonda nell’ombra invincibile della ninfa, che si distoglie da lui per non perdersi una seconda volta nel suo sguardo. Dalla notte perenne esce un dolce suono di lira, e un canto mesto e soave si sparge per l’immobile aere. Una farfalla di luce ora schiude le labbra di Euridice a un sorriso impercettibile, associato a un ricordo esile e vago. Lo spettro inconsolabile di Orfeo aleggia tutt’intorno con quel purissimo canto fiaccato dalla promessa ingenuamente tradita.
Orfeo osa di nuovo guardare, nel pieno possesso della vista, il volto proibito dell’umbratile sposa! Il sacro fanciullo, figlio di Calliope, vuole trarre alla luce l’altra faccia del canto: la verità in cui si è trasfigurata Euridice, che nel proprio nome unisce: bene bontà giustizia. Il giovane tracio dimentica che la verità non si lascia possedere dai sensi. Perciò l’incauto cantore non resiste alla sotterranea bellezza della ninfa e la perde, nuovamente, con uno sguardo.
La buona visione, seppure offesa dalla luce degli occhi, vi resta impressa, e Orfeo che vede la bontà solo di quest’Amore, è destinato ancora a perire, dilaniato dalle nuove Baccanti. Perché la verità è il sogno che agli occhi non è concesso di guardare!
Ora quel musico leva per sempre il suo canto nell’Elisio, dove il suo spirito magno si espande oltre gli antichi confini, ma nell’eterna stagione non gode della visione rotonda.
“Sì. Vedere è morire!” – è il sussurro impercettibile di Euridice, tra lo stupore e il disappunto. E la verità, che alletta e si sospende nelle sue epocali manifestazioni, torna a naufragare nella rinnovata promessa dell’alba che declina.


Oltre il mito

Nell’Elisio, ove è eterna primavera, Orfeo si nutre del canto che, con messe copiosa, fiorisce a bella vista. Lontano dai suoi occhi indiscreti cresce l’albero della visione. Il suo frutto rotondo è il volto della verità che al citaredo è proibito di guardare, avendo negli Inferi perduto Euridice e trasgredito l’ordine di Ade, mancando alla propria promessa.
Nella rotonda visione si compenetrano, in una sintesi perfetta, la luce e le tenebre, il visibile e l’invisibile, il finito e l’infinito, l’essere e il non-essere, la vita e la morte…
La bellezza del canto più non consola Orfeo che non può contemplare quell’assoluta certezza, la piena armonia degli opposti. Egli, allora, vuole risuscitare la sua sposa, vuole farsi perdonare per averla sacrificata per amore dell’assoluto sapere che ora gli viene negato. Certo di riuscire nella difficile impresa rinnova la promessa al dio del sottosuolo e lo implora di metterlo alla prova. L’audace domanda trova consenziente il Signore delle tenebre. Se Orfeo riporterà a casa la sua ninfa, vivrà con lei fino a che lo vorranno gli dei della luce. E quando, dopo la seconda morte, saranno entrambi restituiti al dio Ade, nei campi arati dal canto egli sarà un giovane frutto rotondo accanto ad Euridice, e insieme nutriranno della loro arborea visione gli spiriti magni e daranno sollievo alle tristi ombre e, inoltre, i loro frutti oculati apriranno la nuova e buona vista nel mondo. Se invece il grande musico fallirà la sua prova, allora, con Euridice, perderà anche il canto ed egli sarà un frutto cavo nel giardino d’inverno, invaso da una penosa disarmonia che toccherà i cinque sensi. E ciò durerà finché nel mondo un novello Orfeo, avendo sentore di tanto strazio, non sovvertirà il mito salvando Euridice e aprendo gli occhi del mondo.
La bella driade già conosce le nobili intenzioni dello sposo, la sua fermezza d’animo, il suo fervore impaziente, ed è presa da un misterioso tremore che non lascia presagire nulla di buono. Il canto di Orfeo la raggiunge con un corteo di piante e di fiere ammaliate, ed ella ascolta l’antica promessa con parole rinnovate. (“Sono venuto per portarti con me…Per farmi perdonare…Per salvarti!...Come vedi, sono cieco e…resisto alla verità!”).
La felicità della ninfa riceve per la seconda volta il morso del serpente, che parla in suo nome e con la sua voce. (“No. Qui sto bene!...Se io tornassi sulla terra, mio dolce sposo, vanirei…perché a nessun mortale è concesso di vedermi. Se davvero vuoi salvarmi, senza perdere il mio viso, guardami! E questa volta mi avrai per sempre con te. Perché guardare Euridice è mangiare dell’albero della visione. Guardami, Orfeo, e coglierai sul mio volto il frutto rotondo!”).
La voce suadente della donna/serpente mette in bocca ad Orfeo il gusto della visione che apre gli occhi del giovane tracio all’irresistibile contemplazione. Ed ecco!...Lo sguardo di Orfeo vede nell’ombra di Euridice la verità immortale e, nel medesimo istante, esso spegne gli occhi del mondo confermando, inesorabilmente, sulla terra, la scomparsa della verità e la conseguente fuga del canto. Perché il canto è la verità sotterranea che non si concede interamente ai mortali. Così essa resta consegnata al volere di Ade che, col servigio del famigerato serpente, gela il povero Orfeo, il quale nella cavità dell’infruttuoso giardino si contempla nel volto di Adamo, dove ritrova Eva ed Euridice. E così patisce più forte il tormento degli occhi per la nuova caduta dell’uomo!




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LE COSE: IL SOGNO, L’USO, L’OBLIO, LA RESURREZIONE

Tutto nasce dal sogno. A partire da esso si edifica la realtà: la natura seconda o artificiale, il mondo delle cose. Ogni cosa, prima di essere tale, è un sogno che si rappresenta nel teatro dell’interiorità; in altre parole, è immagine, visione, idea, pensiero, soggetto, sostanza, spirito. La cosa sognata poi acquista una veste, un corpo; s’incarna divenendo oggetto, forma sensibile, realtà visibile che, in quanto unisce in sé il sogno, è una soaltà: un’esternazione di questo sogno che, tuttavia, resta celato nel corpo dell’oggetto. Ogni cosa, dunque, ha una duplice natura essendo costituita dalla natura fisica (dalla materia prima impiegata per la sua costruzione: legno, pietra, ferro ecc.) e dalla natura umana (pensiero, idea…). Di queste due nature vediamo solo quella materiale che chiamiamo realtà e non cogliamo quella spirituale e cioè il sogno, che è l’origine delle cose, la loro anima, che, in quanto tale, resta invisibile ai nostri occhi troppo superficiali per vedere in profondità, per andare oltre la semplice apparenza. Questa vista così corta determina l’oblio del sogno che è anche l’oblio delle cose, della cui importanza ci ricordiamo solo quando ci mancano. Esse spariscono dietro il loro uso quotidiano, e spesso improprio, sprofondando nella notte in cui sono nate…
Ed ecco! Al tocco della mezzanotte il prodigio tocca in profondità il cuore delle Cose. Un lucore improvviso, un’energia nuova le sorprende nella loro intima natura destandole dal profondissimo sonno disabitato dai sogni. Come per incanto, queste risvegliate Presenze ora parlano a somiglianza del silenzio e proferiscono suoni impercettibili elevandosi al di sopra della loro considerevole massa che gremisce i luoghi del mondo. Al di là dell’oblio si apre in loro la soglia della coscienza e ora vedono dentro la notte. Vedono. Bramando, anelando il mistero della luce, sollevate un poco dalle fatiche mondane, affidano al canto la loro vita di dormienti. Accorate rivolgono una preghiera all’uomo, al loro dio sconosciuto, affinché le lasci sognare, affinché il sogno le liberi dalla scorza. Povere cieche! Nonostante la loro sapienza, mai vedranno la luce reale né quel dio verso il quale provano un sentimento d’amore e di odio, perché è un dio creatore e distruttore, un dio che sfrutta e dimentica le sue creature che pure lo servono fedelmente, alle quali egli non ha dato occhi e nemmeno braccia e né gambe negando col movimento ogni possibilità di fuga! Immobili sognatrici, condannate a sentire la vita, a coglierne il respiro e il rumore, a subire sulla propria “pelle” l’uso irragionevole e sconsiderato, ad avvertire la bellezza partecipata loro, segretamente, dalla Divina Natura di cui sono fatte. E per questo, soprattutto, infelici…per non poterne godere con gli occhi. Anime morte, nature morte. Capolavori che mostrano la bella natura e ne rivelano lo spirito vitale, e tuttavia morte e sepolte nel buco nero dell’uso, nell’assoluta immobilità e nell’oblio in cui navigano in cerca della luce che hanno ricevuto e che si accende invisibilmente, impercettibilmente, in qualche atomo segreto della loro materia, ma che l’uomo, loro dio, non sa cogliere a causa della sua cecità.
Per loro, abitatrici del sogno nel corpo della materia, il mondo è il vaso di Pandora che trattiene
la speranza, ed è un’enorme Cosa che contiene l’oscuro Caos che tutto invade con tutti i mali che non sono venuti fuori per/dal Caso. Ed è la realtà un immenso e allettante teatro d’illusioni, il velo di Maia che fa ciechi i vedenti e lascia a chi non ha occhi la consolazione dello sguardo. Da tempo immemore le Cose si sono rassegnate alla cecità che consente una visione migliore e le ripara, al tempo stesso, dagli orrori del mondo, del quale hanno appreso tutto lo scibile attraverso la preistoria e la storia e, soprattutto, grazie al loro fratello Computer che in tempi recenti le ha reso dotte e sapienti con la sua Rete informatica. Tuttavia, a toglierle dal sonno dell’incoscienza è il sogno che accende quel lucore dentro la loro interminabile notte. Ora esse vedono, senza occhi, il loro dio, al quale credono con fede sicura convertendo in certezza ogni dubbio circa la sua esistenza. E vedono la loro schiavitù restando umili e servili verso questo sommo artefice che però hanno smesso di amare, perché molto le mortifica l’essere trattate da merce. L’uomo non ha occhi per la loro natura soale che in sé unisce le due realtà: quella umana del sogno che le concepisce e quella divina della natura da cui il loro artefice trae la materia prima con la quale veste il sogno dando loro un corpo reale.
Sogno e realtà, spirito e materia sono la loro anima e il loro corpo, per cui attendono la resurrezione! La quale può avvenire solo se il loro artefice le restituisce alla bontà e alla bellezza del sogno liberandole dall’oblio che le degrada e le condanna alla sparizione. Nelle mani del loro dio non si sentono più custodite e amate. Usurate e mercificate, non sono più le nobili Cose che servono all’uomo ma piuttosto oggetti anonimi e passivi che lo servono. Molte di loro, inoltre, sono dei cattivi sogni nei quali la bontà è scissa dalla bellezza e sostituita, per il peggiore degli usi, dall’odio e dalla violenza che servono la devastazione e la morte. Belli e mortali sono così il pugnale, la spada, la pistola, il cannone, il bombardiere, le bombe “intelligenti”, la bomba atomica…A questi loro sfortunati e mortiferi simili, molte Cose si sentono brutalmente accomunate quando, fuori dal benefico uso per cui sono state create, delinquono nelle mani dell’uomo che le usa come strumenti di offesa. Così accade, ad esempio, quando l’amica sedia che serve alla stanchezza, ovvero al riposo delle membra, è usata come corpo contundente e mortale contro qualcuno. Cosicché essa perde la bontà della sua funzione originaria e subisce l’abuso dell’atto violento.
In balìa degli dei, le consola lo sguardo che fa del loro sonno una veglia. Magico sguardo il cui sogno è già vita, realtà che precede l’ex-sistenza nel mondo. Qui, dopo la stagione dell’oro, dopo la primavera eterna in cui con i fruttuosi semi cresceva il buon seme dell’ozio che molceva gli animi degli dei, ancora non usi alla guerra, fu una rovinosa caduta nei sogni sempre più malvagi, un crescere e un precipitare nelle messi abbondanti dell’odio e della violenza che ora spengono nelle Cose, insieme col pallido gusto della vita, anche l’amore e la gioia di servire alle necessità degli umani.
Un terribile destino attende gli uomini, una metamorfosi irreversibile, una nuova caduta in una tragica materialità che abolirà la distanza tra il loro corpo di carne e l’attraente metallo delle macchine e che finirà per alienarli, reificarli. Meglio, allora, è per le Cose accontentarsi di esistere
nella cecità totale dei sensi, come l’aria, l’acqua, la terra, il fuoco che non vivono e danno vita; come i mari, i monti, il cielo, le stelle che non vivono anch’essi e dispensano doni e godimento agli dei irriconoscenti e ingrati. Anche senza vita è bello esserci!...sapendo di essere utili, di piacere almeno a qualcuno, sì da offrirgli con generosità i servigi alleviandogli le fatiche, dandogli giusti guadagni senza sperperi né lucro. Sì. La Bellezza e la Bontà pagano ancora in questo mondo labirintico e tentacolare popolato di nuove fate e di nuovi orchi nei boschi informatici e virtuali.
Bellezza e Bontà sono la Luce e la Legge della Creazione, virtù inseparabili dei sogni positivi, dai quali nascono le Cose che servono alla vita dell’uomo e ne soddisfano i bisogni necessari. Servire la vita è godere ogni volta dello spettacolo del Creato. È rispettare la Natura restando fedeli custodi del sogno!




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DOLCE STIL NOVO: ECHI D’AMOR CORRENTE TRA LETTERATURA E VITA

L’amore ha uno stile. Suoi “stilemi” sono dolcezza e turbamento, che sono gli stati dell’animo che l’amore produce in chi “s’apprende”e che costituiscono la sua prima espressione.
Sono emozioni visibili nella fase dell’innamoramento, moti impercettibili che si disegnano
nei volti degli innamorati, toccati e benedetti dai raggi dell’amore, sì che i loro sembianti appaiono trasfigurati. Messaggeri del sentimento nascente soni i dolci sguardi (prima solitari e furtivi, poi palesi e reciproci, ma non ancora dichiarati!) attraverso i quali l’amore si annuncia e si rivela. Così gli occhi si nutrono dell’amorosa visione e gli innamorati stupiscono e restano ammutoliti di fronte a cotanto miracolo, rapiti nel contemplare il volto amato.
L’ “Amor, ch’al cor gentil ratto s’apprende” e che trova così dolce riparo in quella sede naturale ov’esso ispira l’aura del Paradiso, dona “per li occhi” beatitudine e salute, sì che la persona tutta si trasfigura e gode in contemplazione. Lo sguardo che innamora e sul quale affiora l’amore di cui si nutre, fa levitare il corpo rendendo tutt’anima colui che riceve il suo tocco miracoloso. Così, dolce e radioso è a Dante lo sguardo di Beatrice che schiude e imprime il viso della beata donna nell’anima del Poeta, il quale si nutre dell’amorosa visione, nel tempo rinnovata. In grazia dell’Amore, Beatrice è angelo “venuto da cielo in terra” ad incarnare quell’Altezza divina che ispirò la Commedia. E il Canto che la volle Personaggio fu la promessa dell’eternità, grazie alla quale ella conserva il suo nome nel mondo.
La Poesia perdonò quegli amanti, cui restituì il diritto all’amore che era stato offeso nella
“bella persona” di Francesca dall’abietto Gianciotto, il quale, spinto dalla politica e non dal cuore, volle legarsi a lei, anche per vincere sul proprio aspetto deforme. L’ Inferno, che accoglie e p-unisce quelle “colombe”, infiamma il loro amore giusto ed onesto, perché casto fu il bacio né li avvinse lussuria, ove, solo per umano decreto, sono locate. Quest’amore dolce e turbato, che il “vento” impetuoso alimenta e che divampa come una fiamma nel canto che lo conserva, è il medesimo sentimento terreno che sarebbe durato inalterato se non l’avesse spento in modo scellerato quel «rustico uomo» che “Caina attende”.
È questo forte spirto d’amore che sosta gentilmente per desiderio del Poeta, il quale, accogliendo i dolci pensieri e la pietà delle inseparabili anime, sospira e si commuove fino alle lacrime e allo svenimento. Non ha colpe la Poesia, che con il “libro Galeotto” addolcisce gli sguardi e li contamina con l’amore, di cui essa è la prima radice. Non c’è libidine ove “il disiato riso” è “baciato da cotanto amante”, né in Paolo che bacia la bocca di Francesca “tutto tremante”. Perché il tremore è la levità e il candore, è la gioia incontenibile che tracima nel bacio, in cui Paolo assapora la propria estasi; perché i sensi non hanno dominio sull’amore che disarma Lancillotto e lo investe cavaliere della visione rotonda alla quale si accostano gli sguardi ispirati dei nostri amanti che, “sedendo” intorno al desco iridato, suggellano con la levità di un bacio la loro appartenenza all’Amore e al suo sodalizio universale.
Dolcezza e turbamento, dunque, conferiscono all’amore quello stile particolare che
rinnova, in ogni tempo, il canto dei poeti; che fa sognare e tremare Romeo e Giulietta in modo assai simile a Paolo e Francesca; che rapisce e sgomenta Aschenbach*, sedotto dalla bellezza di Tadzio e dall’eufonia del suo nome. La mirabile visione del giovane “Feace”, la divina perfezione del suo volto, la grazia incomparabile del suo portamento, producono su Aschenbach, esteta e decadente, gli identici effetti del “Dolce stil novo”. Perché l’amore è la corrente che ad ogni epoca “s’apprende” ispirando con il suo stile dolcezza e turbamento in chiunque soltanto oda o pronunci il nome della persona amata!...Epifania del nome, che inscrive e suggella indelebilmente nella nostra anima il volto amato! Miracolo dello sguardo che, nella lontananza, contempla quel volto che affiora nel dolce sussurro del nome! Chi potrebbe mai strappare Dulcinea dal cuore dell’Hidalgo? Chi potrebbe offuscare lo sguardo di Orfeo negli occhi di Euridice, la quale trova la morte in quello sguardo eccessivo e impaziente?...Romeo potrebbe forse rinnegare il proprio nome senza estirparlo dal cuore di Giulietta? E Ofelia, è forse affogata negli occhi di Amleto? Nel nome è la purezza di Perceval che in Parsifal si fa delicata dolcezza. Al semplice, al puro cavaliere del Santo Graal non è tuttavia concessa la sacra Coppa, perché promessa e conquistata da Galaad: l’eletto per eccellenza, il compiuto cavaliere di Dio, già designato, destinato dal nome, che suona come un casto e soave respiro!...Il nome è salvezza se lo culla l’amore; se, toccato dalla grazia, si apre al volo dell’Angelo e mostra in piena luce il volto amato.
Potenza del sentimento che nobilita i sensi, che riduce la distanza tra l’anima e il corpo,
tra lo spirito e la materia rinnovandone il legame! Miracolo dell’Amore, che infonde il proprio stile all’oggetto del desiderio e lo trasfigura dandogli le sembianze dell’Angelo! Se lo sguardo necessita di un corpo, di una forma, affinché l’anima esulti e s’innalzi, lo sguardo puro e profondo, non contaminato dai sensi, è capace di contemplare l’immateriale Bellezza senza la mediazione del corpo. Simile al poeta, nell’atto puro della creazione, è l’innamorato, di fronte alla pura visione del volto amato. La loro anima conosce l’estasi senza uscir fuori di sé, riposando piuttosto in sé stessa. Perché l’estasi è la siesta, il celeste e necessario anagramma in cui l’anima gode dell’incorporea Magnificenza nella dolce posa della contemplazione. Ed è questo il nuovo legame: tra l’anima e la mirabile visione, tra lo spirito e la Bellezza. Purezza dell’anima che si fa liquida immagine, riflesso di un volto straniero. Non di sé s’innamora Narciso ma di quell’«io» sconosciuto che lo se-duce con l’immateriale Bellezza che è la virtù e l’essenza stessa dell’anima. L’anima, che rispecchia sé stessa, “annega” Narciso che la contempla. Perché chi vede l’essere immortale deve rinunciare alla vita, per ricongiungersi con la sorgente!
Esiti simili ritroviamo in Leopardi, al quale è dolce il naufragio nel liquido specchio dell’infinito, dove contempla l’Anima del mondo con la quale la sua anima si con-fonde; in Neruda, che sostituisce all’infinito la Poesia, la quale è, essa stessa, infinito, “universo”, col quale l’ “essere minimo” del poeta si congiunge naturificandosi **, tra un tripudio di stelle, e
sciogliendosi dolcemente fino al dissolvimento panico; in Siddharta, per il quale il naufragio delle singole coscienze, sottoposte al karman e al samsara, è l’approdo al sospirato nirvana, dentro l’universale respiro dell’Atman.
Sì. C’è dolcezza e turbamento, non solo di fronte all’angelico volto, visitato dall’amore, che attrae lo sguardo innamorato suscitandovi la propria immagine con la sola scia del nome, ma anche di fronte al mistero della creazione, al suo spazio sconfinato, nel quale sprofondiamo contemplandovi, come in uno specchio, gli abissi della nostra anima. Qui, quei sentimenti sono rinnovati, in uno stile che rivela ancora una volta il miracolo dell’amore che con il suo volto segreto volge all’assoluto, a una Bellezza divina, tutta interiore. Potenza, dunque, dello stile che, con dolcezza e turbamento, esalta la vita e ingentilisce gli uomini rinnovandone il cuore e la vista; che li dispone all’ascolto del canto nel semplice dono di un nome; che li fa attori e spettatori della rotonda visione e li innalza fino al cielo…Perché il Paradiso è perduto solo negli occhi incapaci di coglierlo nello splendore della natura e della creazione umana.




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IL CASO NIEVO", DI LUCIO ZINNA, OVVERO: LE RAGIONI DI UN’APPASSIONATA RICERCA

Ippolito Nievo, autore due volte "sommerso" (come narratore e come "naufrago"), in questo lungo, circostanziato resoconto <<tra narrazione e inchiesta>> di Lucio Zinna (come già nel suo precedente racconto: "Come un sogno incredibile – Ipotesi sul caso Nievo"), ci viene consegnato, fuori dallo spazio e dall’immaginario letterario, in tutto il suo spessore umano, racchiuso in quella esperienza vissuta durante la sua permanenza a Palermo, dopo la spedizione dei Mille, e che qui è raccontata da Zinna con una "cronaca" dettagliata degli avvenimenti, fino al tragico epilogo, nell’arduo tentativo di venire a capo di una vicenda dai molti lati oscuri, che ha dell’incredibile e perciò sembra travalicare il mondo della realtà per raccogliersi nel regno fantasmatico e misterioso del sogno! Già in quel titolo così azzeccato, Zinna lasciava trapelare una luce particolare, molto soffusa, assai simile al lucore di una verità che si lascia appena intravedere, ma che poi finisce per sparire nel cuore del mistero che la genera. Una verità da lui fortemente cercata, covata dentro per venticinque anni (e anche più) <<non avendo mai smesso di scavare su quella storia>>. Una verità difficile da tenere a galla, tenacemente indagata dal nostro poeta "ispettore", innamorato, "iniziato", fin dall’adolescenza, a nutrirsi di buone letture, a vivere le forti emozioni trasmesse dai grandi poeti e scrittori. E forte dovette essere il fascino esercitato dal <<giovane e grande maestro>> Ippolito Nievo sul giovanissimo Zinna, se questi gli ha serbato nel proprio cuore una fedeltà "romanzesca", degna del miglior Márquez, del suo indimenticabile Florentino Ariza, innamorato e respinto da Fermina Daza, eppure a lei fedele per cinquant’anni, nove mesi e quattro giorni! *
Solo un grande amore può giustificare la tenace ricerca, la cura, l’approfondimento e l’appassionata ricostruzione della tragica vicenda del garibaldino naufrago in questa nuova <<edizione riveduta e ampliata>> che, confessa Zinna, <<è da considerare altresì come un obbligo morale, finalmente assolto>>. Come dire: la gioia suscitata, trasmessa a lui, giovane studente, dal narratore Nievo diviene, nel tempo, un richiamo, una devozione così forte, al punto che egli sente il dovere di ricambiare, con questo profuso impegno, l’elargizione di quel dono "miracoloso". E così, la sua fedeltà che, inizialmente, è amore per lo scrittore ( e - perché no? - per la fascinosa Pisana) finisce poi per alimentarsi di amore di verità e di giustizia. L’indagine di Lucio Zinna, infatti, non è fredda e scientifica, alla maniera di uno Sherlock Holmes o di un Nero Wolfe. Egli non è un giallista alla Edgar Wallace, amante dell’intrigo e della suspance, o alla Conan Doyle, amante del mistero per diletto. Ma è un ricercatore sul campo, un "sociologo" del mistero, che indaga i fatti col senso dell’inafferrabilità, proprio dei migliori poeti e dei filosofi, ma con la volontà di togliere il velo alla verità calandosi in un paziente e appassionato lavoro d’indagine che lo porta a girovagare <<per biblioteche e archivi, a Palermo e altrove>>, alla ricerca di dati, di documenti, di annotazioni su registri, di lettere, che potessero colmare il vuoto di notizie dovuto alla <<distrazione della stampa>>, in generale, e, in particolare, del Giornale Officiale di Sicilia che <<taceva ostinatamente>> sul naufragio del vapore Ercole, avvenuto nella notte del 4 marzo 1861. E ciò fa Zinna, nella speranza di potere verificare le proprie ipotesi su quel misterioso naufragio, convinto che le beghe, gli intrighi del potere politico, le pressioni di stampo mafioso, cui fu spesso oggetto, durante il soggiorno a Palermo, il poeta Nievo, prestato, suo malgrado, alla politica in qualità di Vice Intendente della Finanza, oltre a costituire le radici sociali del suo malessere "palermitano", avessero anche qualche legame con la sua inquietante scomparsa nel naufragio dell’ Ercole. I fatti, dunque, sono qui indagati dal nostro poeta e critico, con perizia sociologica sostenuta dalla passione, nata dall’antica ammirazione per il giovane scrittore idealista e garibaldino scomparso a soli trent’anni, e tragicamente. Ed è questa ammirazione, potenziata dal potere di fascinazione esercitato da una morte così tragica e misteriosa, che fa di Lucio Zinna, in questo "caso", oltre che un narratore appassionato, un rigoroso e integerrimo "detective". Egli ci offre, con la sua narrazione/inchiesta, uno spaccato socio-psicologico della vita e della personalità di Ippolito Nievo, ritagliato sulla sua esperienza garibaldina e con particolare riferimento all’arco temporale di quei dieci mesi da lui trascorsi a Palermo, fino all’imbarco sull’Ercole.
(inedito)
*Gabriel García Márquez, L’amore ai tempi del colera


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