Franca Alaimo

La poesia di Guglielmo Peralta pone non pochi problemi interpretativi, costituendo la diretta espressione di un "sistema filosofico" elaborato dall’autore, le cui linee essenziali sono esposte nel numero "0" della rivista da lui stesso curata "della Soaltà", termine quest’ultimo che ha già dato il suo titolo ad una raccolta di testi poetici, pubblicati nel 2001 dalla casa editrice palermitana "Federico".
In tempi in cui i poeti scrivono spesso al di fuori di ogni elaborazione consapevole di poetica, il fatto che i versi di Peralta siano inscindibili da essa, significa trovarsi di fronte ad un autore che "sa" cosa dire perché ha elaborato una visione coerente del mondo, alla quale ha anche prestato una terminologia originale, che sarebbe inutile e fuorviante volere spiegare sulla base dell’etimologia ufficiale, poiché, invece, poggia su una rete di relazioni analogiche, di sovrapposizioni concettuali, di accorpamenti di parole e, perfino, su una sorta di procedimento sillogistico operato sui significanti, da cui germinano nuovi e sorprendenti significati.
In questa silloge, titolata Sognagione che è appunto uno dei neologismi coniati da Peralta, che lo spiega come "piantagione ( o stagione) dei sogni", l’autore ha voluto tipograficamente evidenziare, all’interno d’ogni testo, con il colore blue, quei termini tratti proprio dal suo "manifesto poetico", probabilmente allo scopo di indicare al lettore le giuste chiavi di lettura, rimandandolo alla sua enunciazione teorica.
È una scelta che dà forza a quanto si è detto finora: è come se l’autore si sia dato il compito di costruire intorno ai nuclei portanti della sua "soaltanschauung, così come la chiama, la sua scrittura poetica, così che, come già ha scritto Giuseppe Cottone, "la prima si scioglie nella seconda".
Quanto detto potrebbe far pensare ad una macchinosa costruzione, se la soaltanschauung di Peralta non coincidesse con un’accensione spirituale ed una vibratilità percettiva che volta per volta investono l’atto creativo. È da questa tracimazione del cuore e dell’intelletto che si dipartono i neologismi, i quali trasformano la realtà in sogno ed il sogno nella realtà interiore, quest’ultima incorruttibile avendo come stoffa non la labilità dei sogni shakespeariani, non la incoerenza e la frammentarietà dei sogni notturni, ma i valori più alti dello Spirito umano.
Altrimenti non si spiegherebbe la qualità mistica di un lessico poetico che attinge ampiamente a quello evangelico, costruendo un ardito parallelismo tra la funzione messianica del Cristo e quella del Poeta, che raccolgono entrambi "la tragedia del mondo" per purificarla con un atto d’amore, che passa attraverso il sacrificio della croce.
Molti simboli del Cristianesimo, molte immagini, tratte dalle parabole del Vangelo, descrivono il gesto poetante e la sua offerta di bene e di bellezza come quella del vignaiolo, che, dopo avere curato la sua vigna, raccoglie una gran quantità di grappoli perfetti, o del seminatore che ammassa nel granaio messi abbondanti, alludenti entrambi alla produzione dei versi, che vengono offerti ai lettori come pane e vino, ricalcando l’episodio evangelico dell’istituzione del sacramento dell’eucarestia.
C’è anche in questo offrirsi del poeta "in pasto" ai suoi lettori un’allusione al mito di Orfeo, cantore sublime ed eterno del suo amore per Euridice, che viene fatto a pezzi dalle Menadi e gettato nell’acqua del fiume, per poi trasformarsi nella costellazione della Lyra.
Dunque Peralta sacralizza il poeta e la poesia, investendoli entrambi di quel compito rivoluzionario proprio delle cose sacre, nel momento in cui si innestano nel mondo, mutando la vista in visione, il buio in luce, l’interiorità in visibilità, il sogno in cose, le cose in sogno, fino a che, come scrive lo stesso autore, " lo s-guardo e il sogno incontrandosi ‘dietro le quinte’, si toccano sulla scena e dileguano nell’unità della visione.."
Un altro simbolo, più che biblico, archetipale è quello dell’albero che produce frutti, definiti da Peralta "sonori", in quanto, ovviamente, hanno la funzione di indicare i versi secondo l’uso di una metafora, che bene si inserisce all’interno di una costruzione allegorica: il poeta è l’agricantore che coltiva il campo della sua interiorità, nutrendo sogni che come alberi producono frutti , cioè versi, in grande quantità, così da potere essere donati a quanti l’ascoltano imparando da lui a coltivare i propri sogni e a trasformare il mondo in un Paradiso.
In questa idea di poesia si innesta l’atteggiamento polemico di Peralta, non troppo rilevato, seppure ben manifesto e ripetuto, verso quanti la seminano al di fuori del campo dello spirito: "in verità non c’è posto / per la fioritura / dove l’albero è secco / e mette radici di pianto" (in La luce buona del giorno), persuasi dai nuovi "eroi virtuali / della fucina di carne e d’acciaio / ove si consuma / nel sacrilego rito della tecnica / l’oro della Bellezza", (in Nel divino splendore).
L’invito che l’autore rivolge agli altri poeti d’Oriente e d’Occidente affinché si rigenerino, realizzando la svolta con l’aprire "il cammino / sulle orme del sogno" non solo dà la misura dell’intensità con cui egli sente la necessità di una palingenesi universale, ma soprattutto ribadisce la volontà di costruire un progetto comune di rinnovamento del mondo, affidato soprattutto ai poeti, che ricorda in qualche modo l’utopia platonica, e anche il convincimento di Dostoevskij che sarà la Bellezza a salvare il mondo.
In fondo è il ritorno, ma rivisitato alla luce dell’etica cristiana, della perfetta corrispondenza di buono e bello di memoria greca, come valori portanti del fare poetico e dell’arte in genere. Così etica ed estetica coincidono e a maggior ragione per un poeta come Peralta che, trasformando anche le parole in alberi di sogni, che nutrono frutti sonori, può scrivere: "L’est è la radice dell’est-etica. Nella sua luce cresce e s’innesta la nuova pianta dell’etica", laddove per est egli intende sia il punto cardinale che vede il sorgere della luce, sia la voce latina dal verbo esse, cioè "la voce dell’essere" ed il "grande Oriente del mondo", (in n° 0 della rivista della Soaltà).
Letto il libro nei suoi nuclei tematici, bisognerà scoprire se esso regga bene il giudizio estetico, se il pensiero che lo nutre abbia trovato una piena espressione poetica, che è poi ciò che lo collocherebbe all’interno della storia della letteratura.
Certamente l’originalità concettuale di questa poesia, le assicura già un posto privilegiato nello scenario letterario contemporaneo, ma questo pregio non sembra affatto rimanere l’unico. Anche a chi non dovesse essere un conoscitore della sua "soaltà" il libro è in grado di donare altre gioie ed incanti, legati alla raffinatezza del lessico, alla gradevolezza dei suoni, alla costruzione efficace dei periodi e alla sua compattezza espositiva che ne fa un sorta di poemetto, caratterizzato dal ripetersi di molti echi interni e, come si è già osservato, dall’abbondanza dei neologismi, tutti velocemente spiegati nelle note a piè pagina.
Sognagione resta, comunque, un libro mistico ed iniziatico, che può leggersi secondo vari livelli interpretativi, un po’ come la Divina Commedia, a cui si accenna nell’ultimo testo, e per spiegare lo spirito di ascesi spirituale che lo caratterizza, e per fare passare l’idea di un’iniziazione degli spiriti grandi e buoni per la costruzione di un mondo diverso che sempre più s’avvicini al regno del Paradiso, sazio di quella luce che mai non muore e che più volte circola tra i versi di questa silloge, (così come nell’ultima cantica del poema dantesco). Il simbolismo della luce, termine tra i più ricorrenti nei versi di Peralta, si allaccia in modo evidente alla mistica cristiana, dal suo inizio fino ai prolungamenti più tardi, e forse, più vagamente, anche a quella orientale.
Ritengo, tuttavia, più probabile che tale simbolismo, più che per derivazione diretta (Eckhart, Böhme ) provenga a Peralta attraverso il filtro della poesia stessa, da Dante a San Giovanni della Croce, da Hölderlin a Novalis.
In modo particolare l’idea della notte come prefigurazione della morte, passaggio obbligato dell’anima verso l’unione mistica con la luce celeste, (così che la luce del giorno si rivela vanità ed inganno ed il buio della notte-morte si converte in luce e visione), ricorda, infatti, i versi della "Notte oscura" del mistico spagnolo, come anche "Gli inni alla notte" di Novalis, che in essi volge il suo sguardo verso "la santa, l’inesprimibile, la misteriosa notte".
Ma è soprattutto il progetto poetico-filosofico di Peralta a rimandare a Novalis ed al suo "idealismo magico", secondo il quale il poeta tedesco affida alla poesia il compito di spiritualizzare la materia, in modo da "trasformare i pensieri in cose e le cose in pensieri", di operare la fusione fra sogno e realtà, battezzata da Peralta come "soaltà". In questo modo la poesia diventa "l’autenticamente, l’assolutamente reale", il viaggio iniziatico che conduce il poeta verso il cuore dell’essere, così da trasformarlo in una sorta di divino veggente, capace di rinnovare il mondo e restituire all’umanità la sua "infanzia", il suo "tempo sacro", quelli annunciati da Cristo.
Benché si tratti di un ritorno all’idealismo magico di età romantica, il progetto di Peralta appare ugualmente rivoluzionario, sia dal punto di vista etico-spirituale, in quanto innestato nella temperie di decadenza spirituale e di corrosione delle cose divine del nostro tempo; sia dal punto di vista letterario, in quanto del tutto solitario all’interno della produzione poetica contemporanea; e, inoltre, rende testimonianza all’integrità morale e spirituale di questo poeta che sa coltivare ancora il sogno e dialogare con la sua anima.


Divisore


Sognagione (2010)

Nicola Romano 13.01.2011 13.36.12
Attraverso questi versi di «Sognagione» dell’amico Guglielmo Peralta, ci sembra di essere immersi e di vivere a pieno una "quinta stagione" in cui la Parola – ed essa soltanto – cerca di assicurare i presupposti per una intima sopravvivenza dentro un mondo che non concede spazi ad ogni tipo di libertà e quindi ad ogni tipo di sogno. Qui ogni singola parola è pensata, forgiata, scalpellata, e centellinata come deve ben convenire a chi vuole trasmettere la vera essenza di un discorso o la bellezza di una rivelazione, una parola maestosa e leggera allo stesso tempo che sembra voler supportare ogni vicenda umana che va sempre più precipitando. Parola come genesi, parola come manifestazione del primordio. Ma strada facendo ci si accorge che la sognagione è in definitiva l’unica stagione nella quale l’uomo dovrebbe vivere, con la consapevolezza degli eccessi verbali che tappezzano i nostri giorni, e con la dolce prorompenza di un fondamentale concetto che influenzi positivamente il vasto panorama delle coscienze.

Maria Grazia Cabras - 21/12/2010 17.56.54
Guglielmo Peralta ci propone, forse, una immagine “antroposofica” della Poesia intesa come percorso spirituale volto al ritrovamento/straniamento di luce/oscurità colte/coltivate dall’anima poetante nella loro primigenia imprescindibilità: la visione terrestre/celeste diviene manifestazione del bello del buono, dunque, del vero: epifanìa di un canto divino. Una lettura coinvolgente luminosa. Grazie del dono.

Eugenio Nastasi - 21/12/2010 12.38.58
Guglielmo Peralta proponendoci un testo già apprezzato e premiato a Firenze, ci fa dono di un’estetica solo apparentemente appartata giacchè rientra, pur mescidando elementi lessicali e tematici da "massimi sistemi",in un più comprensivo quadro di esperienze di cui fanno parte conoscenza morale, storica, culturale e tecnica adoperate nel senso di una globale traduzione delle sue convinzioni in dati di poesia. La poetica di Peralta ha nella "visionarietà" dell’artista un processo creativo dentro al quale i coefficienti sostanziali sono in continua trasmigrazione, espressi con sorprendenti neologismi in grado di concatenarsi in liriche determinanti e interdipendenti. Accade pertanto che quasi al centro della raccolta, poesie come "La visita", "La luce buona del giorno" o "Nel divino splendore" la teorizzazione filosofico-teologale, diviene una proiezione continua dal passato al presente con una sintassi lucida, convinta e appassionata: "E l’uomo / che vinto si spiega all’ascolto / libera le neurostelle / per il convivio d’amore", ovvero "Allora nel tempio irrompe / l’universo / e sulla diafana scena inizia / la cielificazione". Questa poesia risulta, a me pare, dalla somma di due dilatazioni semantiche, la prima, carica di rigore e precisazioni (tutto il mondo di studio, riflessioni e scoperte del poeta)e l’altra con la sua suggestione, il suo mistero, i suoi contrasti, scaricando sul dettato poematico una grande forza simbolica, forza che attraversa tutto il libro fino alla splendida prosa finale, con il movimento incessante e a tratti mistico della vita interiore e la musica che sottolinea lo scorrere della vita nel suo procedere verso aspirazioni superne. Poesia che vola alta, senz’altro, ma in grado di sedurci nel qui e ora come un’elegia e non per questo meno nuova e accattivante.

Mariella Bettarini
Grazie per questo "dono" di parole, immagini, "piantagione" e "stagione" di sogni, tanto spirituali quanto terreni, di luce e d’ombra, mediante una poesia assai scandita e sonoramente "musicale", senza però eccessi (così facili in poesia). Non ho ancora letto del tutto approfonditamente (come sono usa fare, nella mia/nostra quasi cinquantennale abitudine alla lettura-su-carta), e tuttavia già mi sono resa conto che si tratta di un testo poeticamente "visionario", come dev’essere. Grazie, caro amico, dunque del così natalizio dono, mentre molto mi ha coinvolto anche la nota introduttiva dell’amica Franca (Alaimo), del tutto illuminante. Un grato augurio e saluto

Mazzarello - 19/12/2010 22.16.01
Poesie ricche d’immaginazione, potrebbero scriverle molti, la sinestesia è prerogativa di pochi. Alla fine siamo nello sperimentalismo, e sono ancora meno quelli che lo praticano. L’impressione è che si tratti di poesia positiva, come a dire: non siamo poi lontani dalla comprensione dei fenomeni, si tratta di affinare le percezioni e ordinare la materia. Secondo me Larecherche.it è ’ricercata’ da neopositivisti talvolta sotto mentite spoglie, ovviamente mi ci metto anch’io. Vorrei destare la stessa simpatia che destano questi versi, che lasciano un senso di fiducia. Ci sono simpatici quelli nei quali abbiamo fiducia. Giorgina Busca Gernetti - 19/12/2010 15.46.17
In questa mia prima lettura mi sono abbandonata al fascino della musicalità, delle immagini, dei "sogni".Come per la "Divina Commedia" almeno quattro sono le letture. Questa, allora, è solo l’orma del mio passo leggero nella "Sognagione". Scriverò presto qualcosa di più degno.

Anna Maria Bonfiglio - 19/12/2010 14.50.50
Caro Guglielmo, dirti che le poesie di Sognagione sono "belle" è banale e riduttivo. Il tuo cammino è stato fruttuoso, da una concettualità filosofica sei approdato ad una poesia che, pur mantenendo il nucleo primigenio, ha sviluppato una cifra musicale sostanziata da un "messaggio" umanistico e spirituale. La tua poesia ha un suo proprio codice, riconoscibile e tuo, e questo, a mio avviso, è il vero risultato che conti per chi è poeta. I miei più affettuosi complimenti e auguri.

Maria Musik - 18/12/2010 23.54.33
Un libro difficile, impegnativo. Dovrei ri-leggerlo o, forse, per dirla con l’Autore puntare lo s-guardo ad est, per lasciare che mi abiti: la Parola ha bisogno di un corpo che la ospiti. E’ un invito che, in tutta sincerità, non so se mi sentirò di accettare. Questo libro va ben oltre la richiesta al lettore di un plauso, le poesie non sono scritte perchè le si dica "belle", destinate ad un piacere estetico ma invitano ad una conversione est-etica. Ci vuole un intero cammino prima di poter affermare: "Sì, voglio mangiare il frutto di quest’albero". Al momento non sono pronta a cingere i fianchi e a tenere pronto il vincastro. Non so dove si possa trovare l’olio da mettere nella lampada.
Insomma, da un lato mi attrae dall’altro mi respinge.

Liliana Ugolini - 18/12/2010 18.21.43
Leggendo il suo libro subito ho notato la musicalità del Cantico ebraico in una raffinata dizione che trasporta. La sua filosofia è affascinante tanto da sfiorare l’utopia del sogno che in effetti esiste ed è reale.Le immagini che lei crea sono pittoricamente visibili. E’ riuscito a trasmettere nel libro la sua immaginata "Sognagione" meta auspicata di religiosità e oltre. E’ nel cammino del Cantico dei Cantici che l’amore si snoda nel testo dandoci una dimensione dell’oltre e della Bellezza.
Grazie infinite per questa lettura che nel pandemonio attuale è stata acqua ristoratrice.

Loredana Savelli - 18/12/2010 12.07.38
Queste poesie sembrano “insegnare” una percezione: operazione difficilissima, ma resa possibile attraverso il linguaggio della poesia, in cui i termini sensibili, evidenziati con una grafica diversa, “dimostrano” la teoria retrostante, che è anche un’aspirazione etico-estetica, dunque un modo di essere e di sentire. Il risultato è affascinante: ho avuto davvero la sensazione di trovarmi davanti ad una rivelazione! Non uno spettacolo qualunque o una scena ordinaria ma “lo” spettacolo della vita nello scenario della realtà ultraterrena. Ho provato a guardare ai simboli dell’albero, del pane, del vino, delle stelle, del giardino, (simboli già di per sé molto carichi) con un’ulteriore e nuova sfumatura percettiva e cognitiva. Leggere queste poesie è senz’altro anche un’avventura della mente, oltre che un’esperienza di pulizia percettiva. Sembra che sgorghino da un animo pacificato ma non ingenuo, un animo che ha effettuato numerose sottrazioni riguardo parti in-essenziali della realtà. Con lo sguardo ripulito, la stessa realtà risulta essere meno complessa e cupa di quanto possa sembrare ad occhi offuscati. Essa si evidenzia in modo disarmante agli occhi che sanno riceverne la luce e godere dei suoi frutti. La visione “soale” del poeta, del poeta-viandante (e, credo di intuire, del poeta tout-court, secondo la filosofia di Guglielmo Peralta), è senz’altro aperta alla speranza. In “Dentro, fuori”egli dice:“Ma sempre verde è la notte dal candido calice, dove sbocciano le stelle per incanto dove fiorisce l’albero dal fertile respiro del vero”. Particolarmente rivelatrice è la poesia “Messia”: come dice Franca Alaimo nella prefazione, la figura del poeta per molti aspetti si può sovrapporre a quella del Cristo, senza timore di eresia, perché il poeta comunque appartiene al mondo, a quella parte di mondo meno visibile, o, se si vuole, più visibile sul piano spirituale. Di conseguenza il sogno è molto più concreto di quanto non si possa pensare: è un progetto di vita, una missione.Quanto ho colto è stato molto meglio illustrato dall’autore nella sua post-fazione.Mi complimento con Guglielmo e lo ringrazio per il suo contributo. Molto appropriato ai tempi!

Tullia Bartolini
La chiave di lettura dell'opera poetica di Guglielmo Peralta è tutta nella parola 'soaltà'. Un neologismo che serve a spiegare la necessità che il sogno – dietro o al di là delle quinte – si concretizzi in realtà.
'Sognagione' è la piantagione – o la stagione – dei sogni.
Il dilemma è sempre lo stesso; se può, la bellezza, sopravvivere al riparo dal mondo (chiusa a riccio ed in difesa contro il reale) o se – piuttosto – non sia il caso di realizzarla, destandoci.
Tra i versi più belli ricordo, infatti, quelli di 'Fuori scena': Destiamoci | al sogno | per crescere in | v i s i b i l i t à | Coltiviamo | sulla scena | il suo seme | di luce | affinché | il canto | fiorisca | tra gli applausi | e il mondo | apra gli occhi | allo stupore.
A cosa serve infatti la bellezza se non afferma se stessa e non invade, anche a rischio di finire? A cosa serve la conoscenza se non si concretizza in un gesto, nel qui ed ora?
Il sogno che si concretizza squarcia i sipari. Dice bene Franca Alaimo, nella prefazione al libretto (edito da The Lamp/Art Edition): la poesia di Peralta è un sistema filosofico, senza mai essere macchinosa costruzione ma, anzi, ponendosi come tracimazione del cuore e dell'intelletto. C'è, nei suoi versi, la compiutezza e la pacatezza che sono propri della terra e della coltivazione del seme.
La disciplina della costruzione, che parte dal piccolo per arrivare al grande, è presente in ogni verso ed in ogni sottolineatura. Guardiamo fuori | e in noi si apre | la scena.
Partecipare alle cose del mondo non vuol dire entrare a far parte del sistema, nè significa rinunciare alla propria essenza e sperdersi. Vuol dire, anzi, alimentare la capacità che l'anima ha di donarsi.
L'agricante (altro neologismo) è il poeta soale: colui che è agricoltore (che, dunque, della terra e della sua disciplina ha fatto un foglio di via), capace però anche di essere cantore e di tentare viaggi coraggiosi al di là del sé.
Ci sono echi, nei versi di Peralta, che ricordano il concetto dell'interconnessione. Siamo unico corpo, fusione di mente, materia ed anima. Siamo tutti parte di una sola cosa. E' tuttocielo | nel giardino | soale.
Di qui i rimandi ai simboli del Cristianesimo ed alla necessità di un progetto comune di rinnovamento del mondo, come sottolinea la Alaimo. Un progetto che unisca l'Est e l'Ovest del mondo, secondo il pensiero Kantiano di una comunità universale.
Solo allora i passi del poeta – e dell'uomo – conosceranno ...lo stupore del cosmo | E le cose | anche le piccole | e dimenticate cose | sogneranno il loro angelo.

Luciano Nanni
Poesia e Arte. Con la creazione di un proprio sistema filosofico, Peralta si dimostra onomaturgo creando parole nuove: soaltà, fusione di sogno e realtà; soale, ag.; sognagione, piantagione o stagione dei sogni; agricantore, poeta che coltiva i sogni e il canto nella terra di Soaltà; agricante, poeta soale, agricoltore cantore navigante; cielificazione (p. 27); neurostelle (p. 25); s-guardo. Nelle liriche, in versi brevi fino al bisillabo (volo, p. 14; canto, p. 15; corpo, p. 20, ecc.), vi sono parole in celeste. In tale sistema l’autore raggiunge la sua personale dimensione, con intuizioni poeticamente valide, es. ‘Nella vigna dell’iride’ (p. 29, corsivo nostro per indicare il colore celeste).

Anna Maria Pioppo
“L’uomo animale razionale”: con tale definizione Aristotele ha consegnato alla cultura occidentale il valore dell’essenza dell’uomo. In tal modo la razionalità filosofica, già portatrice di una forza dirompente nei confronti della tradizione mitologica e della verità rivelata, ha iniziato un cammino, snodatosi per lunghi secoli, volto alla  ricerca e al possesso delle verità incontrovertibili. Si è trattato di un percorso molto accidentato in  cui ai momenti di scacco e di crisi, è sempre seguita, comunque,  la rinnovata fiducia nella capacità umana di servirsi del lume della razionalità per rifondare orgogliosamente l’epistéme delle sue conoscenze, le certezze ontologiche e gnoseologiche cui ricondurre anche quelle etico - politiche, chiamate ad orientare il comportamento dell'uomo. Così sino a giungere fino al XX secolo, quando la razionalità stessa si è riconosciuta fautrice di “millenarie menzogne” e il “cogito cartesiano” non “più padrone a casa propria”, costretto a ricomporre un’identità  dispersa tra i tanti nessuno e centomila.
Cosa ne è oggi dell’uomo e della sua essenza di Soggetto di ogni certezza? In che senso è possibile dare seguito alla scuola dei maestri del sospetto, secondo la strada indicata da Ricoeur, ovvero oltre la detrazione del valore della coscienza e delle sue capacità di indagine nei confronti della realtà tutta? La nostra contemporaneità chiede con urgenza che si dia una risposta a tali domande, considerato “lo squallore psicologico della società di massa” già denunciato da Freud e oggi sempre più dilagante.
La lezione che ci giunge dall’ermeneutica rimanda alla capacità della razionalità dialogante, di socratica memoria, di sapere interrogare e interrogarsi circa ciò che può essere considerato verità, anche solo momentaneamente e  comunque sempre nella prospettiva di  nuove rivisitazioni, in ragione delle quali viene segnato il definitivo trionfo dell’errore  come condizione di una nuova ricerca, purché  quest’ultima  non smarrisca il suo orientamento di senso, ovvero la rotta indicata dal valore della dignità umana e, conseguentemente, dalla tensione verso il miglioramento dell’umanità tutta.
Si tratta, allora, di pensare a un continuo circolo ermeneutico in cui ogni “testo” possa essere portatore di una verità e ogni soggetto portatore della capacità di ritrovarsi anche in una piccola parte di essa; si tratta di potere pensare ad un costante sforzo da parte dell’uomo di superare i limiti angusti della propria individualità per aprirsi alla consapevolezza di essere parte di un tutto al quale concorre ogni singolarità nell’insieme dell’interazione umana. Tale consapevolezza muove la riflessione di Peralta  che attraverso la rivista letteraria “ della Soaltà” propone di vivere l’emozione scaturiente dall’incontro e dal confronto tra diverse interpretazioni letterarie, poetiche e che possono essere maturate dal lettore, come dallo scrittore, relativamente ad una pluralità di testi, affinché ciascuno degli interpreti possa gustare il fascino della condivisione, al di là di ogni tendenza egocentrica di dominio sulla verità e ben oltre ogni squallido, sterile relativismo gnoseologico, spesso interfaccia di quello ontologico ed etico. “Perché la vera singolarità, quella che fa di ogni individuo un essere eccezionale, è l’appartenenza alla Regola dell’intero….È un uomo povero chi , facendo “eccezione” alla Regola, esclude da se stesso ogni altra umana esistenza!” Con queste parole G. Peralta formula nella sua rivista l’invito a cogliere in un testo “la consonanza di più voci, di più idee” per “… Ritrovare gli altri dentro di sé. Ritrovarsi negli altri. È questa la legge dello spirito.  E la poesia è lo spirito di questa legge. È il suo dettato e la sua ragione pratica”.
Su questa strada è possibile ipotizzare, altresì che lo sguardo dell’uomo si lasci trasportare dal vedere ciò che trascende il dato fisico, quasi trascinato in una visione onirica in cui possa manifestarsi in tutta evidenza l’Essere delle cose. Sogno e realtà, in questo senso, giungono ad incontrarsi tanto da sintetizzarsi in una unità dialetticamente posta: la soaltà, per usare il neologismo coniato da Guglielmo Peralta al fine di indicare una dimensione in cui l’occhio vigile dell’uomo indagatore di senso  si apre al disvelamento di nuovi significati e il sogno porge nuova e vitale linfa al suo inesauribile bisogno  di essere portatore di rinnovate interpretazioni, di mai concluse ricerche, di riaffermato impegno nel trasmutare la conoscenza in sogno, non un velo di Maya, non una illusione, quanto, piuttosto,  una speranza attiva e pragmatica di positivo intervento nella realtà. Questo, appunto, lo slancio etico che si rintraccia nella poesia di Peralta  il quale, nella  silloge  Sognagione, affida ai suoi versi l’impeto di un rinnovato intento nello squarciare i limiti imposti dall’anonimato esistenziale che caratterizza la contemporaneità, nella quale la parola stessa si connota come chiacchiera inconsistente, paga di rispondere non alla curiosità  per l’essere delle cose, quanto piuttosto  alla loro apparenza visibile e per questo essa si manifesta destinata a scadere nell’equivoco e nella menzogna: “ Parole | di luce | coltiva | lo s-guardo | sulla scena | Nella vigna | dell’iride | il linguaggio | è una vendemmia | di stelle | per l’ebbrezza | del mondo”.
Quale l’intento di Peralta dietro questi versi? Forse quello di ridare al linguaggio la sua funzione intellettuale relativa alla conoscenza e alla comunicazione del vero; tuttavia dalla sua poetica traspare chiara la sofferenza propria del poeta che non rinuncia alla sua vocazione di instancabile ricercatore, ma anche di inquieto comunicatore circa nuovi e autentici significati relativi all’Essere  e al destino dell’uomo; per questo Peralta affida ai suoi  neologismi intanto il  compito di iniziare una nuova stagione, quella dei sogni, in cui il poeta, l’ “agricantore” che li coltiva, possa servirsene per richiamare l’umanità  alla visione di una nuova scena: il divino nel suo disvelarsi e insieme nacondersi tra le pieghe della natura dell’Essere: “Nella piantagione | dei sogni | l’agricantore | coltiva la sua messe | di stelle”… “Dammi Signore | la mia cecità | quotidiana | affinché io possa | mangiare | dell’albero | della visione….”
Con  i suoi versi Guglielmo Peralta intende segnare il confine tra il vedere, intriso di pre-veggenze e di pre-concetti che pongono l’uomo in una relazione utilitaristica con la conoscenza, e la visione in cui lo sguardo dell’uomo si apre alla verità mosso dal puro desiderio di conoscere e di rispondere alla richiesta che la sua interiorità gli pone circa il senso della sua esistenza. La poesia di Peralta, allora, potrebbe essere interpretata anche alla luce della lezione di Heidegger quando questi differenzia il “pensiero calcolante”, proprio della razionalità tesa al dominio del mondo nel quale alla fine l’uomo  smarrisce se stesso nell’esistenza inautentica come cosa tra le cose, dal “pensiero rammemorante”, ovvero quel pensiero, non razionale, che si apre alla inquieta ricerca della verità attraverso il linguaggio poetico il quale, volto al superamento di quello che Heidegger definisce l’oblio dell’essere, ha lo scopo di mantenere vivo il problema dell’essere : “ ..Esso, invece che fare i conti con l’ente contando sull’ente, si prodiga nell’essere per la verità dell’essere” (Heidegger: Poscritto a Che cos’è la metafisica? in Segnavia, Adelphi, Milano; 1987).
Così, la visione di una nuova alètheia  diviene nella nuova stagione dei sogni e, quindi, nella  lirica di Peralta sprone al rinnovato impegno nel rendere l’uomo, viandante nella sua missione di “pastore dell’Essere”, come definito dallo stesso Heidegger; condizione questa per la quale il poeta agricantore, nella sognagione realizza la sua visione metafisica in un costante sforzo di comunicazione intersoggettiva, finalizzata alla condivisione e alla creazione di nuovi significati esistenziali, intessuti di ricerca volta alla bellezza estetica attraverso la quale poter guardare ancora all’elevazione etico- spirituale dell’umanità: “Qui è il belvedere dove il sogno | supera la veglia | Qui i passi | hanno un suono d’ali | un bisbiglio di luce | che agguanta l’aurora | Ed ecco !…con noi incede | la Bellezza | e nella sacra virtù | l’occhio discerne | il divino fuoco per il mondo”.
In questo senso la poesia di Peralta appare rispondente alle responsabilità dell’artista individuate da J. Maritain il quale, pur indicando l’autonomia dell’arte e in particolare della poesia, non esita ad evidenziare il loro collegamento con la morale, poiché il creare e manifestare in bellezza non può essere disgiunto dall’operare in qualità di agente morale in vista di una rifondazione della persona umana che “ ha fame e sete dell’essere”, così come dice il filosofo francese.
Ne consegue una missione intessuta di profondo slancio mistico che Peralta affida al suo canto soale, commosso nel rivolgersi alla trascendenza  quando questa gli pare si mostri oltre il sipario del mondo e, nello stesso tempo fiducioso nel rendere la parola rinnovata ancora capace di condurre gli uomini verso una rinnovata palingenesi: “Destiamoci | al sogno | per crescere in | visibilità | Coltiviamo | sulla scena | il suo seme | di luce | affinché | il canto | fiorisca | tra gli applausi | e il mondo | apra gli occhi | allo stupore” e ancora: “ Così i poeti rigenerati | nell’inaudito cerchio realizzano la svolta | Da oriente a occidente aprono il cammino | sulle orme del sogno | e l’occhio che apprende la rivoluzione | cede allo s-guardo grande amante | del verbo mattutino (…) Straniera la Bellezza | conquista la terra | col passo estivo degli dei | Nottetempo risorge | l’antica voce dei poeti | e con la fiammeggiante Aurora | l’essere scintilla | canta | con voce celeste.”
Il canto di Peralta, tuttavia, non è privo di quel pathos che accompagna il viandante pellegrino nel difficile percorso volto alla ricerca di senso in una realtà, quella umana, contrassegnata dalla sofferenza e dal dolore, né è scevro di inquietudine per le difficoltà insite nella comunicazione interpersonale; esso si libra in alto muovendo proprio da tali stati d’animo e profonde consapevolezze; così, proiettandosi anche oltre i canoni dell’estetica idealistica, tesa ad esprimere una sostanziale coincidenza tra pensiero e realtà, la soaltà  libera  il suo vibrante anelito verso la speranza di un mondo migliorato da uomini migliori: “…Ma la parola che si veste | d’infinito e fa gli uomini immensi, | quella ribattezzata nella sacra luce | del sogno e che si fa peregrina e | passionaria sulla via della | Bellezza e s’offre fino alla croce, | questa parola  ineffabile, mai taciuta | se per avventura o per grazia | liberasse nel mondo il suo canto | una Commedia vera, divina | prosciugherebbe | questa valle di lacrime | e la renderebbe radiosa”.
Allora, dai versi della poesia di Guglielmo Peralta un invito al lettore a lasciarsi trasportare dal sogno di coltivare, nella vigna della sofferenza umana, quei  sogni di cui necessita la nuova stagione segnata dalla ritrovata fiducia nei valori di cui la sua humanitas è portatrice e nella quale, sempre e comunque, si staglia forte il richiamo inquietante reso dalle domande di kantiana memoria: “ Che cosa posso conoscere? Che cosa posso fare? Verso dove vado?”

L'alchimia della parola
Poeta incantato, Guglielmo Peralta è autore di due silloge, Soaltà (Palermo, Francesco Federico editore, 2001) e Sognagione (Palermo, The lamp Art Edition’s, 2009), colme di joie de vivre, in cui talvolta si avverte anche il fremito di un latente dolore.


Scrive l’autore nella "Rap-presentazione", sorta di manifesto personale:
«La Soaltà è terra vergine che molto promette al suo poeta-contadino. Approdo a questa terra ogni volta che smetto di pormi domande impenetrabili […] E un innesto è soaltà nata dal “sogno” e dalla realtà. Essa risolve nel rapporto di equivalenza l’opposizione tra i due termini antonimici costituendo con la realtà un nuovo dualismo che è, tuttavia, libero da contraddizioni» (Soaltà, pp.14-15).
A Guglielmo Peralta spetta soprattutto il merito di aver vivificato il linguaggio con espressioni personali, riaccendendo la lingua parlata, attingendo alle fonti del romanticismo, senza tuttavia abbandonare la ricerca di una limpida semplicità e l’invenzione/scoperta inesauribile del neologismo. Per esempio, il neologismo soaltà deriva dalla combinazione di sogno e realtà, mentre Sognagione vuol significare “piantagione (o stagione) dei sogni”.
SOALTA’: «Un altro cielo / è il sogno che attraverso / a ridosso delle stelle / e quest’ombra / che adesso mi conduce / è una luce infinita… / la soaltà senza tempo» (Soaltà, p.25)
Il poeta affida il valore della poesia alle rivelazioni dell’irrazionale, dando così sfogo all’alchimia della parola, fidando dei sogni e nelle visioni del cielo notturno, come nelle fonti di una verità parallela all’umana esistenza, le cui apparenze consuete possono essere superate solo per via della poesia.
FLATUS VOCIS: «Io celebro la voce che si leva / all’altezza del Suono / e celebro il tuono / che da costola di luce si scuote / senza fiato né tromba // Di tante nascite che ci appartengono / estranea è la nascita del Suono / Il suo volo non colma / la misura del cielo / eppure eguaglia / simile a sparviero / la discesa alare della divinità» (Soaltà, p.33)
La poesia di Guglielmo Peralta riflette il sereno equilibrio spirituale raggiunto attraverso l’assidua frequentazione della poesia di Novalis e della poesia mistica cristiana. La sua poetica dell’oggetto poi si trasfigura incessantemente in luce, canto ascetico e visione profetica.
FUORI SCENA: «Destiamoci / al sogno / per crescere in / visibilità // Coltiviamo / sulla scena / il suo seme / di luce / affinché / il canto / fiorisca / tra gli applausi / e il mondo / apra gli occhi / allo stupore» (Sognagione, p.10).

Francesco Sasso
Tra “Poesie e Disegni”, all’insegna dell’azzurro (colore che avvolge e favorisce un’immersione da parte del lettore in una dimensione onirica, dalla copertina all’evidenziatura di quelli che sono i termini chiave nella poetica dell’autore), si snoda il percorso tracciato nella Sognagione di Guglielmo Peralta.
Il poeta rivisita la parola inondandola di luce («l’implume | parola | culla | il suo | volo»), inseguendo un «sillabario celeste», nelle cui costellazioni «nasce | la parola cometa». Vocaboli di nuovo conio sono cristallo prezioso di versi la cui peculiarità fondante trae linfa da un solido sistema filosofico, da una chiara visione del mondo e delle sue potenzialità.
Ed è proprio “L’albero della visione”, dopo la prefazione di Franca Alaimo, a introdurre alla lettura: «Dammi Signore | la mia cecità | quotidiana | affinché io possa | mangiare | dell’albero | della visione». Risulta evidente come talvolta i versi possano frantumarsi per raccogliere la singola parola, esaltarla nel suo distacco dalle altre cui tende, lasciandole un suo spazio sacro, un respiro che dia chiarore a quanto la circonda. E, in tale contesto, la punteggiatura si fa superflua, rinunciabile.
Nei giochi di luce e ombra, chiari e scuri, bianchi e neri, nelle alternanze e intermittenze del giorno e della notte, tratteggiano un disegno sotterraneo, delineano i tratti salienti della percezione.
I luoghi comuni ubicati tra cielo e terra trovano nuove impronte descrittive, rappresentazioni interpretative peculiari di Peralta. «Soaltà», suo neologismo, è «Fusione di sogno e realtà», concetto che ci guida nell’accostarci alla sua produzione in versi. Approfondendo questa concezione egli, nel mese di dicembre del 2004, ha fondato la rivista monografica “della Soaltà”, cui sono poi state dedicate importanti presentazioni (tra le altre spiccano quella ospitata dalla Fondazione Lucio Piccolo e quella organizzata nello storico locale delle “Giubbe Rosse”).
La “Sognagione” rappresenta la «Piantagione (o stagione) dei sogni», ove incontriamo «l’agricantore» e i «frutti | sonori». E dai suoni si sprigionano colori, sinestesie, fasci di luce che proiettano in varie direzioni.
Peralta propone un ruolo attivo al poeta, la cui capacità di fondere sogno e realtà non va disgiunta dalla capacità di concretizzare, oltre a reificare, i contenuti, i materiali, della trama onirica. La bellezza e l’arte non vanno scissi dalla sfera etica; possono convivere con la quotidianità.
Fëdor M. Dostoevskij, nel Discorso su Puškin, scrisse: «La bellezza salverà il mondo.». Anche Giovanni Paolo II si era più volte soffermato su questo concetto, sottolineando in particolare come la bellezza sprigionata dalle parole possa salvare il mondo. Guglielmo Peralta si pone su tale solco.
I legami tra microcosmo e macrocosmo affiorano di continuo, tra illuminazioni e rivelazioni («le sinergie | celate»). L’unità del creato trova riflesso nella completezza di anima e corpo, anche nel più piccolo essere.
I versi vengono offerti con umiltà, come pane e vino, poiché «il linguaggio | è una vendemmia | di stelle per l’ebbrezza | del mondo». E non vi è limite al numero di lingue in cui si può sognare.
Serenità promana da questi versi intrisi d’azzurro, d’interiorità. Simboli cristiani («E la parola | è il golgota | e il sogno | la sua croce», nel “Messia”, accostato al poeta in modo ardito) vengono incorporati nell’anelito a una cooperazione universale (le brevi note, sapientemente dosate, sono un segno del tentativo di ulteriore avvicinamento al lettore, non di rado sfuggente), per una possibile palingenesi.

Liliana Ugolini
da una lettera
Innanzi tutto mi scuso di scriverle con ritardo dal ricevimento del suo bel libro “ Sognagione” edito da The Lamp. L’ho potuto leggere (per moltissime ragioni che mi hanno tenuta lontano dalla mia scrittura e lettura) solo ora perché ho rinunciato alle vacanze restando nel mio studio a Firenze. Così leggendo il suo libro subito ho notato la musicalità del Cantico ebraico in una raffinata dizione che trasporta.
La sua filosofia è affascinante tanto da sfiorare l’utopia del sogno che in effetti esiste ed è reale. Le immagini che lei crea sono pittoricamente visibili. E’ riuscito a trasmettere nel libro la sua fantastica sognagione meta auspicata di religiosità e oltre. E’ nel cammino del Cantico dei Cantici che l’amore si snoda nel testo dandoci una dimensione dell’oltre e della Bellezza. Il misticismo è stranamente tangibile e motivato.
Grazie infinite per questa lettura che nel pandemonio attuale è stata acqua ristoratrice.

Lucio Zinna
da una lettera
ho ricevuto Sognagione e ti ringrazio del gradito dono. L'ho letto e ne ho apprezzato – a parte l'ariosa e consonante veste editoriale – la finezza del linguaggio e la correlazione tra la dimensione estetica e quella etica. Nell'inseminazione di sogni nei campi del reale, nella tensione (anche emotiva) tra inventio sul piano espressivo (neologismi etc.) e andamento lirico, la tua poesia si carica di senso e di afflato valoriale, intanto che va rarefacendosi la parola.

Francesca Luzzio
Difficile parlare della poesia di Guglielmo Peralta, romantica nella cristiana ideologia ad essa sottesa e nella finalità etico-pedagogica che si prefigge di conseguire, moderna-avanguardista nel proporsi attraverso un manifesto artistico, decadente nella concezione sacerdotale del poeta come veggente, sicuramente postmoderna nella forma.
Tali sommarie definizioni meritano adeguati chiarimenti, anche perché la poesia di Peralta, l’ideologia e l’estetica che ad essa presiedono sono così originalmente elaborati da fare dei suoi versi un unicum del tutto nuovo e personale.
L’intellettuale moderno, secondo Adorno, di fronte alla cultura che si va alienando, proprio per il suo eccessivo razionalizzarsi, dovrebbe insieme partecipare e non partecipare a questo processo: parteciparvi perché non ha senso legarsi al passato, ma restarne fuori a sufficienza per poter denunziare continuamente il pericolo al conformismo. Credo che per Peralta filosofo-poeta possa dirsi la stessa cosa poiché egli è sì dentro il mondo, ma tanto quanto gli serve per separarsi da esso e “con lo sguardo soale ricondursi dentro il mondo che esso (lo sguardo) genera a partire dal sogno”.
Ho adoperato il lessico usato da P. in occasione della presentazione della sua rivista, titolata per l’appunto "Soaltà", presso il Caffè storico-letterario “Giubbe Rosse” a Firenze (2007/8). Ma cos’è il sogno, che significa soaltà, da cui l’aggettivo soale deriva? Ci viene in soccorso il suddetto manifesto di cui si è detto.
Per Guglielmo Peralta il sogno non è un fenomeno riconducibile alla dimensione onirica, ma è il nous aristotelico, cioè l’intuizione, l’immaginazione creatrice, le idee, i pensieri derivati dallo sguardo rivolto “dentro” nello spazio dell’interiorità o della soaltà. Questo neologismo, nato dalla crasi di sogno e realtà, indica il mondo quale il poeta lo concepisce nella mente. “L’occhio – dice ancora Peralta nel manifesto, servendosi di una metafora teatrale – sollevato il sipario delle palpebre, apre dentro di noi una visione, un palcoscenico in cui si muovono attori-fantasma e realtà, la realtà del mondo interiore, di cui lo sguardo dell’io che concepisce è insieme attore e spettatore perché osserva ciò che egli stesso ha intuito. (La visita, p.24)
La realtà dunque è un processo d’incarnazione del sogno, ossia della visione del mondo, che acquista un corpo che, in quanto contiene in sé il sogno, diviene soaltà. L’umanità, esito più alto del sogno divino, intuisce guardandosi dentro tale sogno di Dio e pone in atto la potenza della sua perfezione e della sua bontà. Insomma, come sostiene Schopenhauer, l’artista coglie intuitivamente, attraverso l’arte, il proprio io, le idee di oggettivazione fuori dal principio di ragion sufficiente (ossia spazio, tempo e causalità). Ma l’affermazione della supremazia delle arti non perviene nella filosofia peraltiana all’epilogo negativo del dolore e della noia come in Sognagione, ma ad un epilogo epifanico che fa dell’arte e nello specifico della poesia, la voce messianica, oserei dire evangelica, rivelatrice dell’ordine e della bellezza primigenia che spetta all’artista nella sua posizione privilegiata rivelare agli uomini, affinché si liberino, come sostiene Gentile dal pensiero pensato (incrostazioni del passato, forme, leggi, consuetudini) e riinventi il sogno divino di pace e di amore, di armonia degli uomini tra loro e degli umani con le cose. (Messia, p.18) Nuovo messia, dunque il poeta, che si serve delle sue parole come di sacrificio lustrale che purifichi e riveli il nous delle cose, l’anima buona che armonica e bella fa del creato la proiezione di Dio. Direi che nel pensiero di Peralta aleggia uno spirito francescano che ci induce a dire “laudato sii mi Signore”. Nell’incipit del mio discorso ho caratterizzato Guglielmo Peralta come poeta decadente, perché anche lui come Rimbaud, è un poeta veggente, visionario, che per mezzo del sogno-intuizione penetra indu per rivelarci l’essenza, la bontà e la bellezza delle cose. Il poeta quindi seminatore-agricoltore, pietra miliare di comprensione metafisica e terrena semina nell’immaginario collettivo, allontanandolo, attraverso il canto poetico, dalla terrestrità, chiusa nei labirinti ciechi dell’utile e del potere. (Sognagione, p. 8)
Abbiamo anche definito post-moderna la forma, la veste estetica dei versi perché essa si caratterizza per la presenza di neologismi, di accorpamenti insoliti di parole comuni o di disgiunzione di sillabe o di grafemi: s-guardo, uni-verso, neurostelle, cielificazione, soaltà; essi di primo acchito sviano il lettore, anche colto, verso lo stesso smarrimento in cui si può cadere leggendo, ad esempio, le poesie di Cepollaro, che ripropone attraverso il caos verbale il caos, il labirinto dei tempi attuali.
L’affidare alle parole vuote le idee e non ai contenuti è un aspetto del post-moderno, ma le parole di Peralta non sono mai vuote, anzi propongono, come abbiamo precedentemente spiegato una ideologia, di conseguenza trattasi di un apparente postmodernismo dietro il quale si nasconde un lucido intervento razionale che piega, quasi violentandolo, il significante al significato, andando oltre lo stesso correlativo oggettivo proposto da Eliot e poi da Montale, perché qui non trattasi di corrispondenza oggettiva e razionale di significato, come accade nell’allegoria, ma di coinvolgimento totale dell’elemento linguistico che viene vivisezionato per proporre integralmente l’essenza ideologica di cui esso è portatore. Ad accrescere la pregnanza semantica della silloge contribuisce anche il colore azzurro che distingue le parole-chiave dell’ideologia peraltiana e la raffigurazione dell’occhio e delle stelle che in ogni pagina ricordano al lettore l’origine e il fine, l’umano e il divino, al bene e alla bellezza del quale, ognuno può aprirsi nella stagione dei sogni, ossia nella sognagione (L’albero della visione, p. 7)

Credits reserved to Guglielmo PeraltaTOP