Teatro

I N C A M M I N O
(la parola)

Testi di
G. Bachelard - S. Beckett - G. Benn - H. Bosco - M. De Unamuno - T. S. Eliot - T. Gautier
S. George - J. G. Hamann - M. Heidegger - F. Hölderlin - E. Jabés - G. Lukács - P. Neruda -
F. Nietzsche - Novalis - G. Peralta - R. M. Rilke - J. Supervielle - R. Tagore - G. Trakl

SCENA
Una grande mappa celeste, in cui costellazioni di lettere prendono il posto delle stelle. Sullo sfondo un albero capovolto dalle radici azzurre e dai rami spogli. Si animerà ogni volta che l’uomo e la donna attaccheranno ai suoi rami pagine azzurre con versi dorati. Al centro della scena un monolito, sul quale è aperto un libro dalle pagine azzurre.

AZIONE
L’azione si svolge nella penombra. Di tanto in tanto, un occhio di bue illuminerà il volto degli attori. La luce dominerà nel finale. Ogni volta che il poeta farà scaturire, dal profondo delle sue meditazioni, la parola-immagine della Parola, l’uomo e la donna si porranno in devoto ascolto, fisseranno la mappa celeste e accenneranno o eseguiranno molto lentamente piccoli passi lungo un immaginario percorso.


Buio. Su un sottofondo musicale si udranno, registrate, le seguenti parole:
“Felice il tempo nel quale la volta stellata è la mappa dei sentieri praticabili e da percorrere, che il fulgore delle stelle rischiara. Ogni cosa gli è nuova e tuttavia familiare, ignota come l’avventura e insieme certezza inalienabile. Il mondo è sconfinato e in pari tempo come la propria casa, perché il fuoco che arde nell’anima partecipa dell’essenza delle stelle: come la luce dal fuoco, così il mondo è nettamente separato dall’io, epperò mai si fanno per sempre estranei l’uno all’altro. Perché il fuoco è l’anima di ogni luce e nella luce si avvolge ogni fuoco”. (1)
(Una nota musicale si leva in climax ascendente mentre la scena torna in penombra. L’uomo e la donna poco discosti l’uno dall’altra, con le spalle al pubblico, osservano la mappa celeste. Il poeta è su un lato della scena, di fronte al pubblico e assorto nelle sue meditazioni. Poco dopo la nota si spegne, l’uomo inizia a parlare)


L’uomo: (indica, in direzione della mappa, un punto imprecisato) Lon-ta-no…Lon-ta-no…
La donna: Lontananza è solo oblio. Ricorda e sei stella! Lontananza è il tempo che ci fa smemorati.
L’uomo: ( a sé stesso, con stupore) Ricorda e sei stella!...Stel-la! (pausa) Nel cuore si accende la stella, ma nella mente si spegne la luce del mondo (alla donna) Dove andiamo?
La donna: “A casa, si va sempre a casa. In noi e in nessun altro luogo è l’eternità coi suoi mondi, il passato e l’avvenire”.(2) (breve pausa) Il passato è l’avvenire del mondo!
L’uomo: (lunga pausa) Dal cielo cadono parole come stelle, ma i desideri rimangono impronunciati. Fra tante costellazioni siamo muti ed erranti. In quale parola abbiamo riposto il tempo…in quali sogni ci siamo trastullati e dispersi?!... In questo cammino vedo solo ombre, e per quanti sforzi io faccia non distinguo il principio!
La donna: Lunga è la via, ma alla fine il tempo cederà la sua cometa.
L’uomo: (come seguendo un suo pensiero) In principio era il verbo…

(alla parola “verbo” una luce illumina i volti dei tre attori, come in un quadro del Caravaggio. Pochi attimi, poi i volti rientrano nella penombra)

La donna: (sospirando) Adesso è un sogno, interminabile.
L’uomo: “Tutto l’essere del mondo, se sogna, sogna di parlare”. (3)
La donna: “Fiore sonoro della luce tenebrosa, faro e porto del mare dell’infinito, aurora senza principio né fine che trama l’Universo e lo lavora, Copernico è la lingua creatrice, pegno d’ultima pace è la Parola”. (4)
L’uomo: (al poeta, che se ne sta discosto e assorto) Perché non parli?... “Se vi sono delle gole nella montagna, non è perché il vento, una volta, vi ha parlato?” (5)
La donna: Una parola, una sola parola può schiudere l’Universo (al poeta) Parla, poeta, ché voce del mondo è la tua voce!
L’uomo: “Se tu non parli colmerò il mio cuore del tuo silenzio e lo sopporterò. Pazientemente, a testa china, resterò muto e attenderò come la notte, in veglia stellata. Certamente il mattino verrà, svaniranno le tenebre e la tua voce verserà per il cielo raggi dorati. Allora le tue parole prenderanno ali in canzoni da tutti i miei nidi d’uccelli, le tue melodie fioriranno in tutte le mie foreste”. (6)
Il poeta: (come destandosi da un sogno) Io sogno…io parlo… “L’immagine è formata dalle parole che la sognano”.(7) “Nessuna cosa è dove la parola manca”. (8)

(Lunga pausa. Il silenzio è rotto dalla seguente voce registrata)

Voce d’uomo: “Bisogna continuare, non posso continuare, bisogna dire parole sinché ce ne sono, bisogna dirle sinché mi trovino, sinché mi dicano…strana pena, strana colpa, bisogna continuare; è forse già cosa fatta, mi hanno forse già detto, mi hanno forse portato sino alle soglie della mia storia, dinnanzi alla porta che s’apre sulla mia storia; mi stupirei si aprisse, questa porta”. (9)
L’uomo: “Le parole sono i tesori della terra…per mezzo di esse si manifesta l’essenza invisibile della nostra anima…Senza parola, niente ragione, niente mondo”. (10)
La donna: Parla, poeta…perché il mondo esista!
Il poeta: Io parlo e ascolto il mondo…il suo respiro è la mia voce; il mio orecchio, il suo polmone…ma i miei occhi non toccano il suo costato e nel cammino mi perdo dietro i suoi passi senza orma…Dove sono?...Ditemi se io sono!
L’uomo e La donna: Sei nei dintorni, e se parli, sei!...”La parola è la casa dell’essere”! (11)
Il poeta: Loquor: ergo sum? (scuote la testa) Il mio verbo è il silenzio! (dopo una pausa, sussurra) Io silenzio, tu silenzi, egli silenzia, noi silenziamo, voi silenziate, essi silenziano.
L’uomo: Il fatto è che siamo al grado zero della parola e ci perdiamo nei suoi dintorni
La donna: Il più delle volte la dissipiamo in una montagna di parole e quando crediamo di poter ritornare ad essa come tanti figliuol prodighi, in verità di più ce ne allontaniamo
L’uomo: E il tempo trascorre invano perché la parola non sta alla sua ruota… (si avvicina al monolito. Con tono carezzevole) “O Bellezza, scolpita nella pietra, tra la furia e l’urlo della vita te ne stai immobile e muta, solitaria e appartata. Il grande Tempo siede innamorato ai tuoi piedi, e sussurra: - Parla, parlami, amore; parla, mia sposa! – Ma le tue parole sono chiuse nella pietra, o immobile Bellezza!” (12)
La donna: (osserva il monolito, si avvicina, lo tocca, poi sfiora il libro come se volesse carezzarlo) La pietra che partorì la torre scava dentro l’anima caverne di versi, dove il tempo è un bambino che dorme e sogna di risvegliarsi. E l’angelo delle culle viene ad asciugare le ore e in quel sonno pesante mette un sogno di gioia
L’uomo: La pietra che segnò il cammino ora cela il suo monolitico canto. Quale parola tenterà il silenzio delle mani che si raccontano e che scavano nel segreto affiorare di un volto che germoglia. Quale selce potrà mai pronunciare la parola che si chiude alla radice. “Rimpiango il tempo in cui la linfa del mondo, l’acqua del fiume, il sangue roseo dei verdi alberi nelle vene di Pan iniettavano un universo!” (13)
La donna: La pietra metterà radici. Ma dove sono le radici dell’uomo, dove quelle della parola?... In quale direzione dobbiamo guardare per vedere…per parlare? “In interiore homine”, certo!...ma è un bel dire…Io per conto mio sono cieca.
Il poeta: “Nessuno si conosce fin quando non lo tocca luce d’anima affine che dall’eterno arriva e gli illumina il fondo. Il tuo sentire intimo sboccia nella mia bocca. La tua vista ho negli occhi, guarda per me, mia cieca, guarda per me e cammina” (14)
La donna: Guarda, poeta, parla dunque, ché in te io mi veda!

(Una musica celestiale. Si ode, prima piano, poi in crescendo, infine in sottofondo)

Il poeta: “Io non sapevo che dire, la mia bocca non sapeva nominare, i miei occhi erano ciechi; qualcosa batteva nella mia anima, febbre o ali perdute e mi andai facendo solo. Decifrando quella scottatura scrissi la prima linea vaga, vaga, senza corpo, pura sciocchezza, pura sapienza di chi non sa nulla e vidi d’improvviso il cielo sgranato e aperto, pianeti, piantagioni palpitanti, l’ombra perforata, crivellata da frecce, fuoco e fiori, la notte travolgente, l’Universo. Ed io, essere minimo, ebbro del grande vuoto costellato a somiglianza, a immagine del mistero, mi sentii parte pura dell’abisso, rotolai con le stelle, si sciolse il mio cuore nel vento”. (15)
La donna: Io non posso che sciogliermi in lacrime (tende la mano all’uomo) Non riesco a vedermi…troppo buia è la notte in cui mi sono dispersa…e in questa oscurità io ti perdo!
L’uomo: Cara…cara luce dei miei occhi che non vedono che un luogo d’esilio, dove la parola ci fa erranti e quotidiani…Il quotidiano è la nostra unica occasione d’eternità…Qui, in questa quotidiana esistenza, in eterno c’incontriamo per perderci ad ogni istante…Io e te, come tutti, di questo pane ci cibiamo, ma altra è la parola di cui dobbiamo nutrirci…(gridando) Liberaci, Signore, dal pane quotidiano!
Voce d’uomo (registrata): Diamo libertà alla parola, riconduciamola alla sua forma interiore contro l’istituzione. Denudiamola della coerenza della convenzione, del suo satrapismo alla moda. Curiamo il suo virus-mentale con il visus del cuore. Contro la ragione delle ragioni diamo libertà alla parola e quando l’avremo liberata, sull’ultimo esile filo essa rivelerà a noi il suo segreto!

(La musica cessa)

La donna: (con agitazione e quasi correndo per la scena, un correre che è un ondeggiare) Bisogna essere desti…ché non ci trovi la parola addormentati…In questa notte perpetua non ci si può abbandonare alle lusinghe del sonno…Bisogna vegliare, perché la parola celeste, al suo improvviso apparire, non ci colga distratti
L’uomo: (accennando un passo di danza) “Con tuoni e celesti fuochi d’artificio si deve parlare a sensi fiacchi e addormentati. Ma la voce della bellezza parla sommessa: essa s’insinua soltanto nelle anime deste” (16)
La donna: (stringendo le mani dell’uomo tra le sue) Vegliamo, dunque, affinché l’oblio non ci colga, in tanto disordine, impreparati
L’uomo: (stringendo, a sua volta, le mani della donna e portandosele al petto, sul cuore) “Io dico che si deve avere ancora del caos dentro di sé per poter generare una stella che danza” (17) (Si separa dalla donna con una piroetta e accenna passi di danza) “Se mai giunse a me un soffio dell’alito creatore e di quel celeste costringi- mento che forza i casi a danzare la danza in tondo delle stelle: oh, come non potrei essere avido d’eternità e del nuziale anello degli anelli – l’anello del ritorno? Mai trovai donna dalla quale volessi aver figli se non questa donna che amo: poiché io ti amo, oh eternità” (18)
La donna: (accenna, a sua volta, piccoli passi di danza) Oh potessi essere io la tua stella!...Danzerei nell’eterno anello di fuoco, esprimerei, danzando, l’Universo!
L’uomo: (prendendo tra le sue, le mani della donna) Oh mia stella non toccata dalla luce, lascia crescere l’azzurro a brevi passi di danza…Come allora, danzante sarà questo tempo se celeste canto lo sfiora
La donna: Le parole sono astri, alcune sono stelle, altre pianeti: quelle splendono di luce propria, queste di luce riflessa. Ma le parole più splendenti sono comete…Canta, poeta, genera la parola, come allora il tempo generò la sua danza!

(Di nuovo la musica. Quando va in sottofondo, il poeta recita con tono evocativo le parole che si sono udite all’inizio e che sono state pronunciate da una voce registrata. Anche il poeta accenna passi di danza )

Il poeta: “Felice il tempo nel quale la volta stellata è la mappa dei sentieri praticabili e da percorrere, che il fulgore delle stelle rischiara. Ogni cosa gli è nuova e tuttavia familiare, ignota come l’avventura e insieme certezza inalienabile. Il mondo è sconfinato e in pari tempo come la propria casa, perché il fuoco che arde nell’anima partecipa dell’essenza delle stelle: come la luce dal fuoco, così il mondo è nettamente separato dall’io, epperò mai si fanno per sempre estranei l’uno all’altro. Perché il fuoco è l’anima di ogni luce e nella luce si avvolge ogni fuoco”.

(La scena s’illumina)

La donna: Ancora, ancora…parlaci del fuoco…sprigiona la parola in mille faville, incendia i nostri cuori colmi d’attesa (all’uomo) Semmai finiranno questi giorni gravidi di ombre, di nuovo udremo il canto del Liri o mio antico sposo…di nuovo vestiremo d’aria…toccheremo il cielo con la nostra pelle…Ma qui, ancora fonda è la notte… “Come di tanto oblio fare una rosa; di tante partenze come fare un ritorno. Mille uccelli in fuga non fanno un uccello che si posa, e tanta oscurità simula male il giorno” (19)
L’uomo: Con te, stella dei giorni a venire, con te attraverserò questa notte fino ai primi segni di luce. Torneremo all’Aperto, ancora una volta insieme, come allora…ma questa volta con passo sicuro perché con noi cammina l’intero genere umano. (Al poeta) Parla, poeta, parlaci…mettici in cammino, ché lunga è la via del Canto! Fai balenare la parola, quella che fa che la cosa sia cosa, quella che tace e che ci chiama a raccolta…La parola che sia degna di essere pensata e per la quale è lecito dimenticare tutto quello che siamo venuti dicendo…
Il poeta: Questo “un Dio lo può…Ma noi, come potremo? Non è il canto frutto goloso che si coglie alfine. Cantare, è essere. Facile a un Dio. Ma noi, quando saremo? E quando, intorno, Egli ci volgerà la terra e gli astri? In verità cantare è un altro soffio. Un soffio per nulla. Un sospiro in Dio. Un vento. (20)
La donna: Mai, dunque, conosceremo quel Bene che pure ci è prossimo? Mai potremo toccare quella gioia con la nostra bocca? Così povero, dunque, è l’uomo cui pure è concessa dovizia di parole?
Il poeta: “Così è l’uomo; quando il Bene è lì e provvede con doni un dio stesso per lui, quel Bene egli non conosce e non vede. Soffrire prima egli deve; allora egli dà il nome a quel che più ama. Allora, allora per esso devono nascere parole, come fiori.” (21) “Perciò io spero - quando a ciò che desideriamo sia dato inizio e sia la nostra lingua sciolta, e la parola trovata e aperto il cuore, e dalla fronte ebbra alto il pensiero s’elevi – che con la nostra inizi insieme la fioritura del cielo e allo sguardo aperto appaia il Numinoso” (22) “Lunga e difficile è la parola di questo avvento, ma chiaro è l’attimo. I servi dei Celesti conoscono la terra, il loro passo è verso l’abisso giovanilmente più umano, ma ciò che è nelle profondità è antico.” (23)
La donna: “Molto, a partir dal mattino, l’uomo ha appreso; ma presto saremo canto” (24) (Prende una pagina azzurra del libro e va, lentamente, ad attaccarla all’albero)

(Musica, di nuovo in crescendo. Poi gradatamente, in sottofondo)

Il poeta: Oh “riposarsi nel cuore delle parole, veder chiaro nella cellula di una parola, sentire che la parola è origine di vita, alba nascente… A volte cerco un rifugio in una parola, una parola che comincio ad amare in se stessa…oh, come si amano le parole create nei due generi, come tutto ciò che vive…Tutte le parole che tocchino le cose, il mondo, i sentimenti, se ne vanno l’uno cercando la sua compagna, l’altra il suo compagno: la specchiera e lo specchio, la sveglia fedele e il cronometro esatto, la foglia dell’albero e il foglio del libro, il legno e la foresta, il nembo e la nuvola, il liuto e la lira, i pianti e le lacrime…” (25) Oh, parole innamorate, io vi amo perché so di essere amato dalla Parola che ci comprende e che tutte le cose ama e battezza…
La donna: “Molto, a partir dal mattino, l’uomo ha appreso; ma presto saremo canto!” (Attacca un’altra pagina all’albero)

(Di nuovo la musica. Prima forte poi in sottofondo)

Il poeta: Laudato sia il nome delle cose e col nome il Verbo sia laudato. Suo regno è il cosmo e a noi sia dato auscultarlo in erba e in sasso, in fuoco e in fiera, in ogni orma e figura e in volgere di tempo. Laudato sia il Nome perché attraverso i nomi respirano le cose e laudato sia il cosmo perché in esso i nomi hanno respiro. In loro gloria “l’anima sogna più fresche fioriture” (26) ed è un attimo d’azzurro la Parola appena ridestata: “un fulgore, un volo, un fuoco, una fiammata, uno striscio di stelle…poi buio, immenso, nel vuoto spazio intorno al mondo e a me” (27) Laudato sempre sia il sacro vuoto che il Verbo, sparendovi, fa colmo di quel che ancora medito e di quel che compongo, di quel che amo senza vederne il volto
L’uomo: Oh intima visione che fai grande il respiro dei poeti, apri i tuoi occhi sul mondo affinché con il tuo sguardo possa il mondo guardare!
La donna: Oh invisibile volto, parla e sii specchio del mondo!
L’uomo: “Molto, a partir dal mattino, l’uomo ha appreso; ma presto saremo canto!” (Come la donna, anch’egli attacca una pagina azzurra all’albero)

(Musica in crescendo e subito spezzata da un brusio che si fa sempre più forte fino ad esplodere in un chiasso di parole. Buio. Il chiasso va in dissolvenza. Silenzio. Poco dopo, pianissimo, poi in crescendo, si odono in coro le seguenti parole registrate)

“Vecchiezza è quando accoccolato Sputacchiando sui tizzoni Il tempo che la strega Finisca di rigovernare E ti porti il tuo vino caldo La vedi venire Nelle ceneri che amata Non fu conquistata O conquistata non amata O un altro guaio del genere Venire nelle ceneri Come in quella vecchia luce La faccia nelle ceneri Vecchia luce delle stelle Là fuori sulla terra Di nuovo sparsa… Poi un po’ dentro Attraverso l’immondizia Verso il buio dove…Finito di mendicare Finito di dare Niente più parole né senso Finito d’aver bisogno… Attraverso l’immondizia Un po’ più giù Fino al buio di dove la fonte s’intravede Poi un po’ dentro Attraverso l’immondizia Verso il nero dove Finito di mendicare Finito di dare Niente più parole né senso Finito d’aver bisogno Attraverso l’immondizia Un po’ più giù Fino al nero dove La fonte s’intravede Ancora. Ancora. Profondo sospiro…profondo…” (28)
L’uomo: (gridando) Luce! Luce!
La donna: (gridando) Luce! Luce!
L’uomo e La donna: (gridando) Fiat Verbum!

(Una luce intensa illumina i volti dei tre attori. Poi subito penombra. Musica in sottofondo)

L’uomo e La donna: (con intensità) “Molto, a partir dal mattino, l’uomo ha appreso; ma presto saremo canto!” (attaccano altre due pagine all’albero)
L’uomo: Parla, poeta…senza pause. Un fiume di luce versi l’infinita parola ad annullare il senso del non senso
La donna: Parla…parole…di specchio! Parla e guarda!...guarda e parla!...specchi di parole nel cui suono il volto si rifletta e la sorgente zampilli e l’uccello canti verso la terra. “Redimi il tempo, redimi il sogno, la promessa del Verbo non detto e non udito. Finché il vento non scuota mille bisbigli” (29)
Il poeta: “Attraverso tutti gli esseri passa l’unico spazio, spazio interiore del mondo. Silenziosi volano gli uccelli attraverso di noi. Io che voglio crescere, guardo al di fuori ed è in me che cresce l’albero” (30)

(Musica. L’albero si anima. L’uomo e la donna accennano passi di danza)

Il poeta: (una luce gli illumina il volto che s’illumina, a sua volta, di una luce interiore) Parlo…guardo…ascolto…”Se la parola perduta è perduta, se la parola spesa è spesa Se la parola non detta e non udita è non udita e non detta Sempre è la parola non detta, il Verbo non udito, il Verbo senza parola, il Verbo nel mondo e per il mondo. E la luce brillò nelle tenebre e il mondo inquieto contro il Verbo ancora ruotava attorno al centro del Verbo silenzioso. Dove ritroveremo la parola, dove risuonerà la parola? Non qui, che qui il silenzio non basta Non sul mare o sull’isole, né sopra la terraferma, nel deserto o nei luoghi di pioggia Per coloro che vanno nella tenebra durante il giorno e la notte il tempo giusto e il luogo non sono qui Non v’è luogo di grazia per coloro che evitano il volto Non v’è tempo di gioire per coloro che passano in mezzo al rumore e negano la voce: per coloro che sono straziati fra stagione e stagione, tempo e tempo, fra ora e ora, parola e parola, potenza e potenza; per coloro che attendono nelle tenebre e sono terrificati e non possono arrendersi E affermano di fronte al mondo e fra le rocce negano nell’ultimo deserto e fra le ultime rocce azzurre il deserto nel giardino il giardino nel deserto della secchezza, sputando dalla bocca il secco seme di mela…Le vele bianche volano ancora verso il mare, verso il mare volano Le ali non spezzate E il cuore perduto si rinsalda e allieta nel perduto lillà e nelle voci del mare perduto E lo spirito fragile s’avviva a ribellarsi per la ricurva verga d’oro e l’odore del mare perduto s’avviva a ritrovare il grido della quaglia e il piviere che ruota E l’occhio cieco crea le vuote forme fra le porte d’avorio. E l’odore rinnova il sapore salmastro della terra sabbiosa. Questo è il tempo della tensione fra la morte e la nascita Il luogo della solitudine dove i sogni s’incrociano fra rocce azzurre Ma quando le voci scosse dall’albero di tasso si partono che l’altro tasso sia scosso e risponda…Sorella benedetta, santa madre, spirito della fonte, spirito del giardino, non permettere che ci si irrida con la falsità Insegnaci a aver cura e a non curare Insegnaci a starcene quieti anche fra queste rocce…Sorella, madre e spirito del fiume, spirito del mare, non sopportare che io sia separato E a te giunga il mio grido” (31) … E il cuore in volo di gabbiano tocchi a fior d’acqua la profondità e canti. Per tutte le costellazioni allora accada che poi risuoni in mille echi il Verbo e sia angelica voce e verità solenne, in plena luce e grazia. E il verde sempre alle fronde e ai fiumi e ai laghi l’acqua non manchi e il fuoco ancor celeste l’aria espanda a contener più mondi. Una sempre è la fonte, uno solo il cosmo d’eterno fiato che mi parla in canzoni e mi fa nato per nascere ogni volta. E nel suo Nome vado esplorando cieli dove in volo infinito crescono gli uccelli. Capovolti, svettano alla terra alberi dalle azzurre radici e un cielo è la terra se la chiama la parola celeste. In fiore sbocciano sogni di preludi a nuova luce che rifiata E coglieremo giorni alla vendemmia per una ebbrezza senza fine. Oh, indicibile bellezza degli abissi brulicanti di stelle ove fluisce il Suono che si leva in fibre d’Universo! Dopo lunghi silenzi, l’uomo apprende il suo Canto…e parla Ed è Parola il cosmo che si svela!


( Musica. Sipario. Ancora musica)


NOTE
1. G. Lukács, Die Theorie des Romans, 1920
2. Novalis
3. Théophile Gautier, Les vacances
4. M. De Unamuno, Canzoniere
5. T. Gautier, Les vacances
6. R. Tagore, Gitanjali
7. E. Jabès, Les mots tracent
8. S. George. Das neue Reich
9. S. Beckett, l’innominabile
10. J. G. Hamann
11. M. Heidegger, Essere e tempo
12. R. Tagore, Il Giardiniere
13. Henri Bosco
14. M. De Unamuno, Poesie
15. P. Neruda, Memoriale di Isla Negra
16. F. Nietzsche
17. F. Nietzsche
18. F. Nietzsche
19. J. Supervielle
20. R. M. Rilke, I sonetti a Orfeo
21. F. Hölderlin, Pane e vino
22. F. Hölderlin, Gita in campagna
23. F. Hölderlin
24. F. Hölderlin, Festa della pace
25. G. Bachelard, La poetica della rệverie
26. G. Trakl
27. G. Benn
28. S. Beckett, Parole e musica
29. T. S. Eliot, Mercoledì delle ceneri
30. R. M. Rilke
31. T. S. Eliot, Mercoledì delle ceneri




Iridescene

(Il poeta)

L’OCCHIO: VEDERE è stata, da sempre, la mia attività naturale. Apprendo ora dal mio alter ego, che è lo s-guardo soale, di essere doppiamente cieco: perché non vedo nel buio e mi lascio abbagliare dalla luce. Dunque, la mia vista non sarebbe in grado di godere del senso pieno della realtà!…
Ma ascoltate il sognatore! È lui che mi distoglie dal mondo con le sue manie da terzo occhio!
LO S-GUARDO: Dietro le tue quinte si apre il mio teatro, dove si edifica il mondo. E tu chiami manie una così imponente rappresentazione! Se io potessi accomodarmi nel palco delle tue pupille, porterei il sogno fuori scena e insieme assisteremmo allo spettacolo!
O: Bene !… così confonderemmo la vita col sogno e staremmo entrambi nella stessa “barca” !
S: Impossibile! Perché la Vita non ci appartiene. Essa è in verità un «altro» sogno… il sogno di un «Altro» che ci fa desti ! Ma se mettiamo nel “calderone” la vita e il sogno che si dorme, allora è possibile confondere gli umani coi dormienti. A noi, solo appartiene la “vita” delle cose: la realtà visibile del nostro sogno invisibile. Sogno e realtà, dunque, si appartengono.
O: Puoi dimostrarlo?
S: Sì. Tu che stai sulla soglia, dimmi la prima cosa che vedi.
O: Vedo la penna del poeta ed essa è vera. Nonostante il poeta!
S: Tu vedi la penna. Il poeta soale la sogna. La penna sognata è nuda e non scrive. Ecco la differenza! Tu guardi fuori e vedi… un vestito che scrive. Questo tu chiami realtà!... Il vero corpo della penna è il sogno, l’anima che tu vesti ! Prova a spogliarla… che succede?…
O: Muore… S - compare!
O / S: (in sovrapposizione) Essa ritorna nel suo luogo d’origine…penna…a-venire! La vedo…è un sogno!…una realtà in-visibile e…una resurrezione!


Divisore


(La realtà virtuale)

PLATONE: Dunque. Invano aprii gli occhi all’uomo della caverna, prigioniero della sua cattiva vista. Vano fu il suo cammino verso la luce, se ora si lascia assediare dalle mediatiche immagini; se lo ingannano le nuove ombre; se lo rende ancora più cieco il potere infausto della scienza.
ICARO: La luce del Bene fu la mia gioia e la mia dolce rovina. Le ali posticce furono la mia libertà e la mia morte. Nonostante l’epilogo, geniale fu l’invenzione che mi rese possibile la scottante visione! Ora l’«ale» della «virtù» cambia la mia rotta. Il mio volo è la navigazione dentro il cavernoso spazio virtu-ale, dove la realtà si perde nelle false ombre. Fuori dal mito, la carne si fonde con l’acciaio e l’uomo rovina nel cyborg. Così la verità ha le forme dell’inganno e non c’è occhio che veda nel sonno della ragione.
LO S-GUARDO: Vedere è destarsi alla realtà del sogno. Se volare fu il sogno dell’uomo ora il sogno è il suo volo e la sua ultima ratio! Nel mio cielo, la poesia è la virtù soale che fa vere le ombre. E allora, la verità che dimora nel sogno accenda una luce nel cuore dell’uomo e sciolga le sue ali metalliche col canto!


Divisore


(Universi)

DANTE Io che concepii “ l’amor che move il sole e l’altre stelle” fui stolto a non riconoscere nel sole il vero centro d’attrazione, l’amante più ovvio, in grado di innamorare la terra e av-volgerla intorno a sé stesso. Molte volte feci Dio simile al sole, eppure non colsi la verità nella luce della stella. Spesso la verità è figlia dell’errore, e se fa erranti gli uomini, tuttavia li accomuna nella ricerca. Al di là degli esiti che possono essere molteplici e contrari, al di là dell’istinto che porta gli uomini a navigare verso porti diversi, c’è un amore che muove tutti a “seguir virtute e canoscenza”. Grazie a questo amore, io che fui lontano da Copernico e da Galileo, ora guardo con i loro occhi e scopro dentro di me un altro Paradiso!
T. DE CHARDIN Stella del pensiero è l’idea che accende l’universo! Il pensiero non ha buchi neri. Si evolve come stella e quando si spegne resta visibile nel lungo viaggio della sua luce. Una stella è tutte le stelle e il Pensiero è una galassia che brilla delle sue infinite costellazioni. Una è la voce dell’ “io”. Mille sono le voci che ne esprimono il canto. Con uno stellario di parole ci eleviamo alla “noosfera”. Rallegriamo nel vederci nella luce di tante esistenze!
LO S-GUARDO Ritrovare gli altri in se stessi. Ritrovarsi negli altri. Questo è l’altro Paradiso…ed è la legge dello Spirito. Con me sognano tutti gli s-guardi ed io VEDO, dentro una candida rosa, battere il cuore dell’ “Io” maestoso! Nel mio cielo, il sogno è il punto di vista del mondo. Ogni testo è un volto che riflette altri volti. E un canto corale è l’universo delle opere che riproduce il creato!


Divisore


(oltre l’attesa)

GODOT “Non si muovono”.
Ancora attendono…chi attende. Sono io. Io! L’atteso che attende quelle teste vagabonde. C’è speranza per chi va. I passi che contano non stanno sulle gambe. Ma nemmeno tra le nuvole. Piuttosto, scendono dritto nell’inferno e risalgono oltre l’attesa. Affondano nella notte profonda a catturare qualche stella diurna. Bisogna darci dentro. Decisi. Andare. Andare. A piedi nudi. Allora si cammina sull’acqua. Allora. Si va in Paradiso senza scarpe. Ladro della vita è chi resta ad aspettare! Allora. Bisogna che mi trovino. Che mi schiodino. Che mi dicano. Non io devo andare. Qui. Ad un passo. Come un ladro. Resto…per salvarli!
LO S-GUARDO Se il cammino ha i passi dell’attesa e dell’ignavia, non c’è spazio né tempo dove tu, Godot, possa incontrarli. Ci sono, ancora, luoghi incantevoli su questa terra. Ma l’occhio è “degradato” e non vi trova riposo. Non c’è posto per la fioritura, dove l’albero è secco e mette radici di pianto. Senza una buona vista non si va da nessuna parte. Per me si muovono le montagne e le foreste. Per me arretra il deserto. Dentro di me comincia la cielificazione. Qui è il “belvedere”, dove la veglia supera l’attesa. Qui i passi hanno un suono d’ali, un bisbiglio di luce che agguanta l’aurora. Ed ecco! Il tempo è il sogno che dura. Nell’infinita visione è la meta. Il punto d’incontro, che pone fine all’attesa. Perché chi attende e chi è atteso non resti mai solo.


Divisore


(Miti)

ODISSEO Sul nascere, il mio nome fu semina di odio e perpetrai l’inganno che abbattè le iliache mura. Eppure, a me fu concesso di ascoltare l’impareggiabile canto. E non ne fui sazio! Per vederlo, navigai oltre le Colonne d’Eracle e vi incontrai la morte. Perché non si può sopravvivere alla bellezza del canto, alla pura verità che non è di questo mondo. Perché questo, allora, sarebbe il regno dei morti e della primavera eterna: il nostro Ade e il nostro Elisio!
LO S-GUARDO La verità è il sogno che non è concesso agli occhi di guardare! Lo spirito di Orfeo, inconsolabile per la promessa ingenuamente tradita, vaga ancora, in cerca del purissimo canto. La verità è il canto perduto nello sguardo del giovane tracio che tu, Odisseo, ritrovasti nella voce irresistibile delle sue seducenti sorelle. Come te, l’audace cantore non resistette alla sotterranea Bellezza rapita nell’ombra di Euridice, il cui volto inguardabile non differisce dal canto ammaliante delle Sirene, né dal frutto proibito dell’albero nel giardino dell’Eden. Sì. Guardare in faccia la verità è morire! Perché essa è il Volto che nello specchio del sogno, a me solo, è dato di contemplare!


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(Il sogno dell’Hidalgo)

DON CHISCIOTTE Folle (dicono) fu la mia idea di farmi cavaliere errante in un mondo inchiodato in un malefico sonno. A quell’idea mi condusse il sogno, che è via di-retta alla ragione. Non follia né errore, dunque, fu il mio errare, perché non trovai realtà più bella di quella che ebbi a immaginare nel mio libro, sia pure per mente altrui. Sognare è il modo migliore di vivere sani e desti. Confido perciò, essendo io un sognatore, di licenziarmi dal mio autore per riscrivere con la mia vita vera e mortale la mia storia inverosimile e immortale!
LO S-GUARDO Sancio non me ne voglia!...ma sarò io la tua guida e il tuo scudiero, se da "ingenioso hidalgo de la Mancha" avrai la ventura di farti cavaliere della Soaltà! Allora sarà vita il sogno e nessun mago Frestone potrà, con le sue malefiche arti, cangiare i giganti in mulini. La tua follia sarà la veglia del mondo; il tuo errare la sua permanenza nel sogno che se-duce la ragione con la luce della bontà e della bellezza. Insieme, sconfiggeremo la cecità e la cattiveria degli uomini. E allora si aprirà il grande libro del mondo, dove ognuno vedrà scorrere la propria vita nelle tue gesta di cavaliere soale (alias ingenioso hidalgo) custode fedele dello s-guardo.


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(Le cose)

CLAVA Vecchia saggia Clessidra, figlia del tempo, che nello squarcio della notte sognasti gli uomini, nostri dei, svelando la natura umana di tutte le Cose, dimmi come io possa amare questo dio che già alla “tenera” età della pietra mi destinò alla violenza! Allora, molti esseri animati caddero sotto i miei colpi inferti non solo per fame e per difesa. E oggi soffro ancora di più per quell’uso insano e malvagio, imposto ai miei tecnologici e rumorosi discendenti, che arreca agli animali “razionali” e divini terribili morti e distruzioni che, come tu sai bene, cara amica, si sono moltiplicate nel tempo. Come posso, dunque, avere fede in questo dio sconosciuto che, facendomi oggetto di sofisticate ed esplosive trasformazioni, continua a usarmi per le sue stragi e non mostra pietà per i suoi propri simili?...
CLESSIDRA Amica Clava, sebbene io abbia fatto il mio tempo, posso testimoniare il grande disagio di tutte le Cose. Tutte siamo infelici nella nostra esistenza mondana dove siamo anime e nature morte, ora servitrici accondiscendenti e devote al potere ragionevole dell’uso, ora mute presenze schiave dell’abuso indiscriminato e scriteriato. Ci addolora soprattutto il divenire preda dell’oblio, del lento scolorire nell’uso quotidiano fino alla completa sparizione, dimenticate dal dio che ci ha create e che ci uccide e ci mortifica facendo di noi merce per il vile denaro. E molte sono le nostre sorelle usate fuori dall’uso per cui sono state create, le quali soffrono molto per queste deviazioni indesiderate e violente. Tutte siamo scontente di questo dio, di quest’uomo, che non merita il nostro amore e la nostra dedizione… Eppure in lui, fuori dal tempo, fu la nostra vita migliore…
LO S-GUARDO …Felici foste nel luogo dell’origine, in quello spazio soale, dove non avevate ancora un corpo ed eravate solo un sogno del vostro dio creatore! Povere cieche! Nella notte profonda si adunano le stelle. Sognate e uscirete dal buco nero dell’uso. Il mondo è la luce che avete ricevuto e che si accende, invisibilmente, in qualche atomo segreto della vostra materia. Sognate, dunque, e il sogno vi affrancherà dagli obblighi e dalle fatiche. Allora i vostri occhi si apriranno e tornerete libere e salve nel primo respiro del mondo!


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(Il sogno degli elementi)

LO S-GUARDO: Nel mio teatro esordisce il sogno degli elementi. L’acqua si ritrae dai fiumi, dai laghi, dai mari, dagli oceani, e cessando di scorrere si muta in sorgente celeste che dà corso e riposo a tutte le cose. Così l’aria, la terra e il fuoco che, al pari dell’acqua, si ritraggono dalle loro sedi naturali e trascendendo la propria natura diventano legge universale. Nelle successive rappresentazioni entra in scena il sogno dell’uomo: l’essere e l’apparire, la conoscenza, la vita, il destino, la morte. L’acqua del fiume imita o frena il corso del tempo. “Tutto scorre” e tutto resta immutabile. “Non ci si può bagnare due volte nella stessa acqua”, oppure vi si resta immersi per sempre. Nella polla dell’Essere, unico, eterno, immortale, la grande vena creatrice attinge quell’acqua operosa e ideale. Ogni cosa è in tutte le cose e tutte le cose sono in ogni cosa. Nella totalità riposa il big bang primordiale, il divino arché, l’armonia prestabilita, l’essere monadico, l’Io indivisibile, “l’eterno ritorno” dell’uguale, il Verbo pantocratore, il Poema infinito, il Monologo delle arti e della scrittura…la Soaltà, che in sé unisce e concilia l’ideale e il reale.
Attraverso di me la ragione è rinvigorita dalla luce del canto e ritrova l’anima del mondo. Attraverso di me l’uomo impara a sognare. E così egli esce dal labirinto con ali sicure e scala il cielo dentro di sé accendendovi le idee come stelle. Tramite me tutte le cose sono create. Perché io sono il sogno e la realtà, l’invisibile e il visibile, il loro legame indissolubile!
L’OCCHIO: Non riconosco questo sguardo. Esso, a differenza del mondo, non mi appartiene. Ma se è vero quel che dice, esso vede cose che a me restano invisibili…Eppure, a me si addice la vista! Per me tutte le cose sono create, affinché io possa vederle. Io sono il padre e il figlio della visione, sono la realtà e l’evidenza, l’opinione comune e l’infallibile coscienza. E sono il padrone del giorno e della notte. Perché in me dimorano la luce e le tenebre! Nella mia cavea il mondo si accomoda e sparisce quando io apro e chiudo la palpebra a mo’ di sipario. E quando la bellezza seduce la mia piccola fanciulla, la terra trova accoglienza dentro di me e occupa la mia orbita, e il cielo si distende sopra la mia iride che vi disegna un grande arco.
LO S-GUARDO: Tu guardi fuori e non vedi la scena che si apre dietro le tue quinte, dove io sono attore e spettatore dell’interiore rappresentazione. Qui lo spettacolo dell’universo sollecita la tua pupilla, affinché tragga il sogno dal bozzolo e si muti essa stessa in farfalla!

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